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Intervista ad Athos Zontini, l’autore di Orfanzia

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Pubblicato il 11 gennaio 2018 in Giornalismo

Tags: athoszontini autori intervista orfanzia scrittori

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Athos Zontini è uno scrittore napoletano che sta avendo un grande successo con Orfanzia, il suo primo romanzo edito da Bompiani, di cui abbiamo parlato in un nostro articolo qualche settimana fa. In questa intervista lo conoscerete meglio, perché secondo noi ha molte cose interessanti da raccontare.

"Scrivere aiuta a sminuire il dolore dell’esistenza,

quella sensazione struggente che ti dà il solo fatto di stare al mondo".

Lo scrittore Athos Zontini.
Lo scrittore Athos Zontini.

Ciao Athos, partiamo dal protagonista di Orfanzia, il tuo primo romanzo. Un bambino perseguitato dai genitori, che vorrebbero vederlo tondo e felice come gli altri bambini, ma lui si rifiuta perché crede che i genitori vogliano farlo ingrassare per poi mangiarlo. Da cosa nasce questa idea dei genitori che mangiano i figli?

Senza prenderla troppo sul serio, ho sempre visto la famiglia come un luogo dove gli adulti hanno la possibilità di sfogare la nevrosi e la follia accumulate stando a contatto con gli estranei durante il giorno. Una sorta di sfiatatoio: impedisce che il mondo finisca in preda al caos, che le persone si scannino in mezzo alla strada per una sciocchezza e permette loro di continuare, giorno dopo giorno, a far finta di essere sani, per dirla con Gaber. Chiaramente a fare le spese di questa “normalità” sono, paradossalmente, i componenti stessi della famiglia, primi fra tutti i bambini. Ecco, in questo senso, del tutto metaforico, in Orfanzia si parla di genitori che mangiano i figli…

Orfanzia Fonte: http://feliceconunlibro.blogspot.it
Orfanzia Fonte: http://feliceconunlibro.blogspot.it

Altro elemento che risalta nel romanzo sono i rapporti familiari degradati, con un padre e una madre male assortiti, che non condividono niente, né spazi né passioni. Una situazione comune a molti nuclei familiari, a cosa è dovuta secondo te?

I genitori che descrivo in Orfanzia sono filtrati dallo sguardo del bambino, deformati dalla paura che ha di loro e di conseguenza portati all’eccesso nella loro bruttezza. Non sappiamo mai come sono realmente, cosa pensano davvero, possiamo solo sentire quello che dicono, vedere quello che fanno, ma sempre attraverso la soggettiva di un bambino, che ha tutto il diritto “letterario” di mentire e raccontare una storia non per quello che è, ma per come la vive lui. I fatti, per dirla in altro modo, contano poco: di vero c’è solo il suo stato d’animo. Ribadisco questo aspetto perché Orfanzia non è un romanzo con intenti sociologici, non è una critica ai genitori, né un’indagine sull’anoressia o sul bullismo, per citare altri aspetti che potrebbero trarre in inganno i lettori. È una storia sui dubbi, sulle domande, più che sulle risposte. E il dubbio che insegue il bambino per tutto il romanzo è che ci sia qualcosa che non va nell’età adulta, un sentimento di rabbia e di infelicità a cui non sa come ma vorrebbe sottrarsi.

Che abbia ragione o no, è una questione che riguarda ogni singolo lettore.

Piazza Dante a Napoli
Piazza Dante a Napoli

"La qualità della vita di ognuno di noi è inevitabilmente collegata a quella degli altri: se c’è gente intorno a te che sta male in qualche modo ne paghi sempre le conseguenze anche tu."

Passiamo alla nostra città: Napoli, che è molto viva dal punto di vista culturale. Ci sono tanti bravi scrittori come te, Maurizio de Giovanni, Davide Morganti, nomi nuovi come Emanuele Cerullo, il poeta che viene da Scampia; ma anche dal lato musicale la scena è florida: Liberato, i Foja, i La Maschera, Flo, e anche al cinema ci sono film, attori e registi “made in Naples”. In un articolo abbiamo parlato di “new wave napoletana”, come una nuova onda creativa che può espandersi e contagiare, in senso positivo, tutto ciò che incontra. Cosa ne pensi e come trovi la nostra città in questo periodo?

Il fermento artistico in una città è sempre un dato positivo. I nomi che hai citato, insieme a molti altri, fanno parte di una scena importante, che sta rendendo più viva la città. Quanto al mio rapporto personale con Napoli, pur essendoci nato e amandola molto, ho sempre trovato che la portata artistica di questa città fosse troppo spesso legata alla dose di folclore su cui faceva leva, e c’è sempre qualcosa di moribondo nel folclore, perlomeno nella sua ostentazione, trasforma tutto in un brand, un bel prodotto magari, ma dove anche le imperfezioni sono fatte su misura e perdono verità. Napoli in fondo di cantori ne ha avuti e ne ha già molti, sarebbe bello se rendesse i suoi artisti più liberi dalla propria immagine, dall’obbligo di dover parlare sempre di lei. In questo senso a volte ricorda un genitore oppressivo, e se sposti la metafora dalla famiglia alla ambiente in cui vivi si ritorna al cannibalismo…

Quando si parla delle città, spesso ci si dimentica delle periferie, mentre molte idee creative e sperimentali arrivano proprio da là, da “quella parte estrema e più marginale, contrapposta al centro, di uno spazio fisico o di un territorio più o meno ampio” (definizione dal vocabolario Treccani.it). Questo termine ha assunto, nel corso degli anni una connotazione negativa, soprattutto perché nelle periferie delle città sono sempre arrivati pochi fondi per la manutenzione e lo sviluppo. Al contrario, l’architetto Renzo Piano, in un’intervista ha affermato che le periferie saranno la città del futuro, dove si concentra l’energia umana e quella che lasceremo in eredità ai nostri figli, perché nel centro storico abita solo il 10 per cento della popolazione urbana, il resto sta in questi quartieri che sfumano verso la campagna. È qui che si trova l’energia?

L’energia non lo so, sicuramente ci si trova la rabbia, che è comunque un carburante potente quando ci sono di mezzo questioni creative. Storicamente almeno, innovazione artistica e disagio sociale hanno avuto spesso una relazione stretta. Detto questo, un conto è l’espansione di una città, altra cosa sono le nostre periferie, soprattutto quelle del sud, architettonicamente brutte, mal collegate, senza servizi né una reale presenza dello stato. Parliamo di una sconfitta per tutti, non solo per chi ci abita. La qualità della vita di ognuno di noi è inevitabilmente collegata a quella degli altri: se c’è gente intorno a te che sta male in qualche modo ne paghi sempre le conseguenze anche tu.

Hai scritto un romanzo che sta avendo un ottimo seguito sia in termini di pubblico che di critica, e un altro è in fase di lavorazione. Intertwine è una piattaforma di scrittura collaborativa. Cosa ne pensi di questa modalità narrativa che in Italia ha avuto anche ottimi riscontri letterari come nel caso del collettivo di scrittori del Wu Ming?

La scrittura collaborativa è interessante per la varietà di stili e punti di vista che può offrire su un tema. Allo stesso tempo può essere un ottimo esercizio per chi vuole mettersi alla prova su una storia che non deve necessariamente aver cominciato o portare avanti fino alla fine e lavorare sull’aspetto artigianale della scrittura, quella sperimentazione personale in cui si affina l’utilizzo dei propri strumenti narrativi per metterli al servizio della creatività, che da sola non basta mai. In ogni caso, il collettivo Wu Ming che hai citato, come Luther Blisset prima, ha tirato fuori testi che negli anni ho letto con piacere, quindi ben venga qualsiasi modalità di scrittura se porta a un buon libro.

Oltre ad essere scrittore, sei autore radiofonico e uno degli sceneggiatori della serie “Un posto al sole”. Quale ruolo ti piace più tra questi e quali sono gli autori che hanno inciso di più sul tuo stile?

Sono tre ruoli così diversi tra loro, è davvero difficile compararli. In radio mi occupavo di musica, sono stati anni di grande leggerezza e divertimento. Con Un Posto al Sole ho la possibilità di attraversare i generi più vari, dalla commedia romantica al thriller fino a storie centrate su temi sociali, ma parliamo di un lavoro di squadra, che ho la fortuna di fare con dei colleghi, ormai amici per la verità, di cui ho grande stima. Scrivere narrativa invece ha a che fare con una dimensione più intima, solitaria, con quel cinema naturale, citando Celati, che le parole possono accendere nella tua testa. A proposito di autori che per me sono stati importanti, Celati è sicuramente uno di questi, insieme a Calvino, Landolfi, Sciascia, Flaiano, D’Arzo, Svevo, Collodi… Tra gli stranieri Celine è stato uno degli amori più travolgenti, Hrabal altrettanto, e poi Canetti, Cortazar, Fante, Bernhard, De Lillo, Auster, Geoff Dyer… Ce ne sarebbero tanti altri, ma a nominarli tutti verrebbe un elenco inutilmente lungo, anche perché ognuno ha avuto importanza per motivi diversi e a quel punto sarebbe giusto spiegarli, ma poi non la finiamo davvero, meglio fermarsi.

Ultima domanda. Perché è bello raccontare una storia?

Che domanda difficile. Sai, a volte si tratta di mancanza di alternative, cerchi solo di fare quello che ti riesce un po’ meglio di altro. Anche se in questi giorni sto leggendo un piccolo libro affascinante, Anatomia dell’immagine, di Bellmer. Cito alla lettera le prime righe: “Prendiamo, tra i riflessi provocati da un mal di denti per esempio, la contrazione violenta dei muscoli della mano e delle dita, con le unghie che affondano nella carne. Questa mano serrata è una fonte artificiale di eccitazione, un «dente» virtuale che, attirandoli, allontana il flusso sanguigno e quello nervoso dalla fonte reale del dolore per sminuirne l’esistenza.” Scrivere potrebbe essere un po’ la stessa cosa: aiuta a sminuire il dolore dell’esistenza, quella sensazione struggente che ti dà il solo fatto di stare al mondo. Forse per questo è bello raccontare una storia. Per questo o per qualche altro motivo, chissà.

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