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Una storia di StefaniaCastella

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Per il tuo bene

In un giorno di pioggia

Pubblicato il 13 settembre 2017

Pioveva forte su una città sfiancata.

Pioveva forte sulle vite di molti in attesa che tornasse l’amore, che tornasse la vita, che smettesse soltanto di piovere.

Giulio guardava le gocce scivolare sul vetro mentre il rumore ritmico del tergicristalli cadenzava le parole che non riusciva a dire. Fece uno sforzo cercando di non guardarla troppo profondamente negli occhi. Lei era lì al suo posto come le bamboline di ceramica della nonna sulla credenza ordinata. In quella vecchia casa dove facevano l’amore una volta a settimana da almeno vent’anni.

Manuela era lì a contare l’acqua goccia su goccia, abbagliata dalle luci delle altre auto, il riflesso giallognolo alternava sul suo viso la luce e il buio. A Giulio non era sembrata mai più bella di così, quasi come la prima volta che l’aveva vista all’uscita del grosso palazzo della facoltà. Uno scivolone, libri e appunti sparsi qua e là, ricordava che allungò la mano per aiutarla a rialzarsi, il primo caffè di quella mattina aveva già il sapore dei suoi sguardi puliti e schivi e pieni di guizzi e progetti. Mentre la guardava cercava di concentrarsi chiedendosi perché non gli venisse in mente il volto di Claudia a meno di due settimane dall’altare.

A pensarci Manuela non era cambiata per niente sapeva ancora piangere come allora, senza fare nessun rumore mentre pensava “cazzo avrei messo da parte per te qualunque cosa. E l’ho fatto. Maledettamente l’ho fatto” si ostinò ad accanirsi sull’unghia spezzata e pensò che non era neanche così bello come lo ricordava, si tirò via una lacrima e sentì che sarebbe morta in quell’unica temibile frase “lo dico per te. E’ solo, solo per il tuo bene”.

Solo per il suo bene che si erano rinchiusi in una camera spoglia, che avevano dimenticato il mondo e l’universo non per un’ora ma per anni. Crescendo, cercando di dimenticarsi, quando sulle scale della chiesa rischiando di ammazzarsi per la corsa lo raggiungeva prima che entrasse. Lui era già lì indeciso e lì, con la sposa a lisciarsi l’abito e l’anello immaginario che immaginava già. La prima delle mille volte in cui sarebbe risuonato il fatidico “E’ per il tuo bene”.

“Non vorrai mica far venire un colpo a tua madre Giulio? Insomma è tutto pronto”.

E poi lei non c’era. Dio se solo fosse stata lì. Ma poi cosa sarebbe cambiato? ...

Per il suo bene i petali di rosa si stendevano ai piedi di un’altra mentre tra la folla cecava di farsi spazio di spalla in spalla per guardarlo abbracciarla, “un sorriso per le foto?” e il candido luccichio di lei. Per il suo bene corse via piangendo mandandolo al diavolo, e “maledetto il giorno in cui ti ho incontrato” e “tutte le volte che mi hai cercata. Fanculo, vaffanculo”.

Per il suo bene dopo anni di progetti e strade lontane, sentire lo squillo del telefono, riconoscere la voce. Ancora scoprire che la forza di voltargli le spalle non l’aveva che ci si poteva fregare in un secondo nel passato che ritorna nel “ci vediamo ho bisogno di te” e un discorso lasciato a metà riprendere come prima a distanza di tempo, tra le rughe di parole rimaste sospese e i progetti mai andati in porto. Ritrovarsi tra le lenzuola pensando “perdonami io, non ti ho dimenticato. Ma Paolo, e la bambina” come fosse una colpa ricostruirsi. Macinare chilometri e lasciare le manine sconsolate dalla nonna per fuggire in un attimo di eternità inutile. E inventare, scuse e inventare un futuro fingendo di crederci. Per poi ritrovarsi al punto di partenza. E sapere che un uomo non lo puoi cambiare, mai veramente.

“Ci abbiamo riprovato”

“Che vuol dire? Io avrei mollato tutto per te lo sai. Io avrei potuto…”

“Non posso Manu, non posso. Meglio finire qui. Finiremo solo per farci male. E’ per il tuo bene”, Manuela uscì in fretta dall’auto nella pioggia che cadeva come un dispetto pensando che non gli avrebbe detto niente, tanto tra un po’ l’avrebbe saputo comunque.

Tra le auto in fila gli occhi azzurri di Paolo fissarono per un attimo il display del cellulare, alzò la testa istintivamente per cercare di farsi spazio nell’acqua improvvisa e gli sembrò di scorgere una figura familiare uscire da un’auto due file più avanti, era lei, accostò veloce proprio mentre sopraggiungeva l’auto alle sue spalle.

Ricordò confuso che l’infermiera aveva una bandana colorata di fucsia tra i capelli neri e le unghie smaltate e al corso d’infermiere gli sembrò di ricordare che no, in sala operatoria niente smalto, ma forse era un ricordo confuso forse era solo la mano di Manuela che stringeva la sua prima di scivolare nel sonno.

“Pensi che sia una cosa intelligente?”

“Penso che sia la cosa giusta”

“No dico però piombare così nella vita di uno che manco conosci che così di punto in bianco si ritrova una figlia bell’e cresciuta. Vale…”

“Per questo che ci penserà la lettera dell’avvocato. Passami la bottiglia, e appena smette vado a vedere sotto casa sua. Se mi gira salgo e gli parlo”

“Vale questa non mi sembra la cosa giusta. Meglio lasciar fare all’avvocato no? Anzi forse è meglio lasciar stare e basta. Non è meglio lasciare le cose così come stanno? Guarda lo dico da amica perché a me che mi frega. E’ per il tuo bene…”

Valeria aveva la bottiglia di birra tra le dita e gli occhi a cercare un punto indistinto tra le auto, Federica la sua migliore amica non le risparmiava mai la ramanzina.

“E poi te che ne sai cos’è bene per me” pensò bevendo un altro sorso.

Claudia guardò l’ora, un quarto alle otto. Non era mai passato più di un minuto dall’invio di un messaggio alla risposta.

Giulio pensò che avrebbe tardato parecchio e saltato la cena, c’era troppa acqua e pure l’incidente a due passi aveva peggiorato l’andazzo. Guardò le luci immaginando di vedere ancora all’angolo lei che lo aspettava.

Come un tempo, come avrebbe fatto quando era piccola e quando la sua Vale lo era stata dopo lei, Manuela ebbe bisogno di rifugiarsi nello sguardo severo di sua madre prima di rincasare, infondo Paolo sarebbe tornato tardi come sempre e sua figlia avrebbe come al solito cenato della sua amica. Salì le scale sentendo il vuoto di non avere nessuno affianco, e nessuno da cui tornare. Punendosi suonò alla porta.

Eleonora l’accolse sorridendo a stento, il volto fradicio di pioggia di sua figlia non prometteva niente di buono.

“Sei sola?”

“Lo sai tuo padre quando c’è una partita corre a casa dei suoi colleghi di merende...”

“Ah ecco spiegato il traffico…” Lo disse a voce bassa. “Mamma, riprendo a scrivere sai? Ho contattato la casa editrice che un tempo mi aveva fatto una proposta…”

“Che mi pare all’epoca non accettasti. A che ti serve scusa? Perché ti ostini a fare cose che ti complicano la vita?”

Manuela sentì che Giulio le avrebbe detto semplicemente “Brava” e forse era quello uno dei motivi che l’avevano spinta sempre da lui. Lui sapeva credere in lei come nessuno. Ebbe un nodo in gola.

“Lascia perdere piuttosto cerca di riprendere il lavoro allo studio, ormai Valeria è grande.”

Manuela cercò di resistere alla claustrofobia che le saliva addosso “Prima di andare io, io vorrei dirti che. Mamma io pensavo di parlare a Paolo e dirgli tutto. Di Valeria insomma. La verità…”

“La verità? Dirgli che sua figlia… della tua relazione… lascia perdere. Cerca di non pensarci rimettiti a lavorare. TI farà bene. Lascia perdere le cose campate in aria, le verità da romanzi d’appendice delle storie che ti piace inventare... La vita è tutta qui. Dai retta a me meglio non dire niente. E’ per il tuo bene”.

Eleonora pensò che era giusto così. Che la vita non era che un susseguirsi banale di accettazioni e sopportazione. Pensò alla faccia di Leonardo che credeva di ingannarla ancora dopo tanto tempo. E si chiese come facesse a non pensare mai neanche per un secondo che non era mai stata scema come lui aveva creduto, che lei sapeva benissimo che la partita era una scusa per vedersi con la Lella che già c’era ancora prima che loro due si conoscessero. Che lui l’aveva sposata solo perché aveva la pancia già tonda, che manco gli piaceva. Che sua madre l’aveva guardata sconsolata costretta a scegliere, per il “tuo bene, e il nome della nostra famiglia”.

“Aspetta che smetta di piovere” rivolse lo sguardo a sua figlia che cercava di non mangiucchiarsi martoriandosi le unghie. Lei guardò sua madre cercando una scusa per fuggire. Lo squillo del cellulare le diede una scusa. Una scusa per scappare via, ancora prima di rispondere.

Claudia guardò lo schermo vuoto del telefono, si assicurò che fosse carico, accese una sigaretta e pensò agli occhi azzurri di Paolo nel riflesso di un vetro aspettando inutilmente che lui le rispondesse.

“Tanto stasera glielo dico amore mio. A me non me ne frega niente. Io voglio stare con te. E’ tutta la vita che sopporto il suo silenzio che tanto poi lo so che pensa sempre a lei. Io domani metto tutto nel borsone, quello grande che abbiamo preso alla Rinascente, e ce ne andiamo via”.

La pioggia lavava la strada sporca mentre Claudia pensava per la prima volta che per una volta sola, almeno una volta, avrebbe dovuto pensare a se stessa. Al suo bene, solo al suo bene.

Manuela restò in piedi a cercare di parlare con sua figlia, col primario, con se stessa, mentre attendeva un intervento infinito.

“Lo terremo in coma signora, poi dovremo aspettare.

“E’ necessario dottore?”

“E’ per il suo bene signora”.

Pioveva forte sul grigio sporco dell’ospedale ma nessuno ci fece più caso. Cercarono per un attimo, di non pesarci, ognuno per il proprio bene. Per il proprio bene.

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