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Una storia di Nightafter

La Rimpatriata - Pt. 3

Bébel

Pubblicato il 30 dicembre 2017 in Altro

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Erano scesi da un bus sul corso Unione Sovietica, alla fermata davanti alla piscina comunale, ed avevano imboccato via Filadelfia in direzione del PO.

Nella indossava un cappotto di lana pettinata blu scuro con bottoni dorati, al collo una sciarpa di seta con fantasie Hermès su fondo rosa antico.

Era semplice ed elegante, senza fronzoli, vestiva sempre così, da ragazza per bene.

Lui le stava steretto al fianco, il braccio intorno alla vita, lei teneva la testa poggiata sulla sua spalla mentre camminavano.

Portava una bisaccia militare grigio verde a tracolla.

All'interno conteneva un plaid a motivo scozzese ed un materassino da spiaggia gonfiabile, sgonfio e piegato in quattro.

Aveva poi una pompetta di gomma di colore rosso, di quelle che si schiacciano col piede per pompare l’aria nel materassino da gonfiare che portava nella sacca.

In tasca aveva anche una confezione di profilattici Hatù.

Era domenica pomeriggio, la prima domenica di marzo, era una bella giornata di sole, ma l’aria era ancora fresca.

Era da un mese che stava con Nella, le cose tra loro giravano bene, si amavano e la primavera profumava di futuro e alettanti promesse.

Era passato a prenderla dopo pranzo, alle due e mezza: appuntamento sotto casa di lei.

Avevano cambiato due mezzi pubblici, ora procedevano per via Filadelfia, all’angolo con la via Tunisi c'era la futura casa di sua cugina, che ci sarebbe andata a vivere con suo marito nella prossima settimana.

La casa era ancora vuota, avevano appena finito i lavori di ristrutturazione e imbiancatura.

I due futuri sposini gliela avevano gentilmente prestata per quel giorno, affinché lui e Nella ci potessero andare a scopare per la loro prima volta.

Erano stati di una squisita cortesia, si erano solo raccomandati che non gli lasciassero qualche preservativo usato in un angolo.

Lui mostrava un aria tranquilla e sicura, come se quello che andavano a fare fosse una cosa più che normale, quasi di ruotine, qualcosa fatta decine e decine di volte.

Ma dentro la cosa non era esattamente così scontata e banale.

L'emozione gli pompava adrenalina nel sangue, e nella testa i suoi pensieri si agitavano come fagioli in ebollizione in una pignatta.

Cercava d'evitare di sfiorarle il viso o di tenerle la mano, perché aveva le mani gelate.

Gli accadeva sempre così quando l'ansia gli annodava lo stomaco.

Era di temperamento emotivo, c'era abituato: davanti alle situazioni importanti il suo corpo reagiva a quel modo, nulla di grave, bastava saperlo.

Caercava di razionalizzare, si ripeteva: “Non è la prima volta che faccio l’amore con una donna.”

Poi sapeva, per esperienza, che era solo un problema legato all'attesa, una volta in ballo avrebbe ballato tranquillamente, e tutta quell'ansia si sarebbe disciolta come un ghiacciolo in spiaggia ad agosto.

Per non darlo a vedere faceva il brillante: rideva e scherzava, sparava cazzate per mettere allegria tra loro e per non fissarsi nel pensiero.

C'era un bar tabaccheria sull’angolo della via, aperto anche la domenica, si fermarono per acquistare le sue sigarette, un pacchetto di Super senza filtro.

Ora fumava queste perché avevano un tabacco dal gusto pieno, ma non gli disfavano la gola come le Gauloises che fumava Giulio.

Anche per Nella non era la prima volta, infatti lei non pareva avvertire la tensione del momento, era rilassata, serena e naturale.

Gli faceva invidia, pensò che le donne fossero molto più equipaggiate dei maschi per controllare le emozioni legate a quei momenti.

Era probabile che fosse una fatto genetico, erano programmate dalla natura per affrontare meglio e con più resistenza anche il dolore fisico, o più semplicemente si facevano meno seghe mentali di loro.

Il fratello di Nella, in vena di confidenze, tempo addietro gli aveva confidato che a sverginarla era stato un loro cugino giù in Calabria, uno di vent’anni, un anno prima, quando lei ne aveva quindici,

Un tosto il cugino a suo dire, infatti ne parlava con una smisurata ammirazione.

Una specie di Ulk, con un fisico della Madonna: sportivo col pallino della palestra, i bicipiti come tronchi di quercia e la tartaruga scolpita sugli addominali, pure cintura nera di karatè.

Magari aveva anche una dotazione da mandingo, ed una resistenza sessuale per farne dieci in fila in un pomeriggio.

Fanculo a lui.

Non lo conosceva e forse mai l'avrebbe conosciuto, ma già gli stava sulle palle alla grande, solo a sentirne parlare.

Già se lo immaginava che perla di raffinato damerino doveva essere sta specie di neanderthaliano della Sila.

Poi ovviamente Nella aveva trombato anche con l’ultimo stronzo con cui stava prima che loro due si mettessero insieme.

Non che la cosa gli pesasse, lui dera per il libero amore, non aveva preconcetti, anzi meglio così, avrà più esperienza si diceva.

Però per il mandingo calabrese e l'ex stronzo e torinese, non riusciva a provare alcuna simpatia.

Lui la sua prima volta l’aveva avuta con Rosalba, una della sua età che abitava nel palazzo a fianco al suo, quando aveva quindici anni.

Con lei si conoscevano da molti anni, fin da bambini, erano praticamente cresciuti insieme.

Lei era stata la sua prima cotta, la sua prima limonata nell'androne di casa, la sua prima pomiciata al cinema parrocchiale, il suo primo petting nella sua stanza di casa, quando non c'erano i suoi.

Insieme, negli anni, erano passati dai giochi di bambini nel grande cortile del condominio, ai giochi con i loro corpi e ai primi rudimenti del sesso.

Era carina Rosalba, un po’ truzza ed anche un po’ zoccola, ragazza aperta, farlo le piaceva molto.

Avevano fatto un buon tirocinio insieme, una comune, educativa scoperta della loro acerba dimensione fisica.

Lei però l'aveva sempre usato solo per fare pratica, perché diceva che voleva fare bella figura col ragazzo che aveva, uno di diciannove anni.

Più vecchio e navigato di lei: con la moto, la faccia da bastardo, montato come una teleferica, un mezzo bullo di quartiere.

Era da lui che si era fatta sverginare, dopo era corsa a raccontargli tutto, contenta come una Pasqua.

Lui all’inizio ci pativa perché era un po’ imbarcato, ma poi visto che dal lato sentimentale non ce n’era molto, si era messo l’anima in pace e con fatalismo si era accontentato di prendere quel che di buono veniva da quella situazione.

Aveva perso in quell'esperienza, l'idea romantica e un poco infantile della figura femminile contrabbandata dai romanzi rosa e dai film d'amore che passavano in tv.

Non che con questo avesse adottato la convinzione sommaria che tutte le donne fossero troie, ma aveva preso coscienza , realisticamente, del fatto che nella stessa moneta esistessero due facce, e che questo fosse connaturato alla natura umana ed all'ordine delle cose.

Alla fine, in ogni caso, qualcosa di positivo ne era venuto: dopo sei mesi di training intenso, era diventato un formidabile lappatore di fica e lei aveva anche acconsentito a farsi scopare.

Poi sta sciamannata, una volta, decise di litigare di brutto con l’ignaro centauro portatore di palchi, perché aveva scoperto che lui si trombava anche un’altra.

Una biondina di ventidue anni, nota come grande sbucciatrice di fave e piselli del quartiere.

Così tra una litigata e l’altra, Rosalba per ripicca, gli sparò a bruciapelo il fatto che scopava anche con lui.

Inoltre 'sta sciroccata, in un culmine di crudeltà, entrò perfidamente nei dettagli di tutte le zozzerie che avevano fatto insieme.

Il becco, punto nel vivo dell'amor proprio, accusò il colpo, ne fece una questione di puntiglio e iniziò a vederci rosso.

Non fosse altro perché a scopargli la donna era stato uno, di ben di cinque anni, più giovane di lui, praticamente un moccioso: un sacrilegio che gridava vendetta al cospetto di Dio.

Quindi, incazzato come un cinghiale con un porcospino vivo infilato nel culo, dopo aver propinato un cazziatone tellurico alla fedifraga, decise di punire anche il giovane sacrilego che gliela aveva trombata.

Così una sera mentre tranquillamente lui rientravo a casa, attraversando la piazzetta San Secondo, nella quale al mattino si svolgeva il quotidiano mercatino rionale, giusto ad un isolato dalla sua abitazione, se lo trovò davanti, ad attenderlo insieme al suo compare di impennate in moto.

Lui che camminava tutto immerso nei cazzi suoi, manco si era accorto che fossero li, così se li trovò faccia a faccia senza possibilità di scantonarli.

Avendo un amore per la letteratura ed i classici, quella scena gli portò immediatamente alla mente “I Promessi Sposi”, nello specifico l'incontro di Don Abbondio con i Bravi.

Il cervo furente, che per altro era, a modo suo, pure belloccio, sul genere bello e maledetto; tratti irregolari ma fascinoso.

Di questo ne era consapevole fino alla spocchia, poiché di faccia era sputato l'attore Jean Paul Belmondo, detto Bébel: scoperto e portato alla ribalta dal cinema francese della Nouvelle Vague.

Questo gli si parò davanti a gambe larghe, con le braccia incrociate sul petto,

Era una ventina di centimetri più alto di lui, ed è anche meglio piazzato.

Stava in posa, tutto impettito, una mezza sigaretta all'angolo della bocca e l’aria di un mafioso, in vena di ammorbidire uno che non gli pagava più il pizzo.

Lui pensò: " Guarda te se oggi, per colpa di quella mentecata, mi tocca di fare a botte con uno stronzo che ha la faccia di uno dei miei attori preferiti."

Come saluto l'altro gli sputò una boccata di fumo sul viso, lui comprese subito che non tirava aria buona.

Quello non sarebbe stato un incontro di amichevole scambio di opinioni.

Infatti il Bébel di noialtri esordì subito con una domanda che somigliava molto ad una intimidazione: - Un uccellino mi ha detto che c’è in giro un finocchio che non sa tenersi l’uccello nelle mutande e sta dietro alla mia donna, tu che ne pensi? -

A sentire questa menata dell’uccellino spione a lui scappava da ridere, anche se vista la situazione, da ridere non c’era esattamente un cazzo.

Ma la circostanza melodrammatica e quella prosopopea da film western, dato il contesto e gli antefatti del caso li trovava grotteschi.

Viste le facce poco rassicurati dei due soggetti, pensò che gli conveniva riflettere in fretta, non ci sarebbe voluto molto per giungere allo scopo di quell'incontro ed alla sua logica conclusione.

Fra un po' avrebbero iniziato a ficcargliele, erano in due, erano più vecchi e più grossi, incazzati e cattivi: lo avrebbero gonfiato proprio come una zampogna.

Quindi prima che la fifa o le prime botte gli offuscassero i processi neuronali, cercò di valutare se esistsse il modo di togliersi d'impiccio col minimo dei danni.

Visto che non si vedeva in giro un cane a cui chiedere aiuto, che non aveva appresso nulla da usare come arma di difesa, né c'era a portata di mano in quella piazza, qualcosa da impiegare a mo' di clava, non gli restava che contare su sé stesso, e sui suoi ricordi delle scazzottate scolastiche, affrontate alle medie inferiori.

Suo padre era contro la violenza, e gli aveva sempre insegnato a rifuggerla: “Gli uomini si confrontano con le parole e non con le mani” era solito dire.

Ma aggiungeva anche: “Se proprio devi fare a pugni, ricorda che chi colpisce per primo, colpisce due volte.”

Quindi pensò: “Perso per perso, è inutile che tenti di ammansirlo, perché a menarmi non ci rinuncia neppure se mi metto a piangere in ginocchio. Quindi è inutile calare le braghe, tanto lo stambecco non si commuove.”

Decise che senza tergiversare oltre, avrebbe rischiato giocando d'anticipo.

Il piano d'azione era assai semplice: l'altro gli stava a trenta centimetri dalla faccia, rigido e a gambe leggermente divaricate, avrebbe tentato di infilargli a sorpresa un calcio nelle palle, per poi darsela a gambe.

In certi casi sapeva correre come una scheggia ed il portone di casa era a meno di cinquanta metri dal punto in cui stavano.

Se mi muovo bene, potrei anche scampare la rogna, pensò.

Così mentre calcolava mentalmente come sferrargli la giusta ginocchiata ai gioielli di famiglia, per distralo gli rispose: - Mi sa che l’uccellino ti ha informato male, perché quello non è così finocchio come pensi, infatti alla tua donna non solo gli è stato dietro, ma anche davanti, di fianco, sotto e sopra, ed in tutti i buchi aperti che ha.-

Accompagnò quelle parole con un sorriso, con sfrontata suicida insolenza, guardandolo negli occhi con un'aria di sfida.

Quel repertorio di faccia di tolla, faceva parte della sua tecnica per disorientare l'avversario, destabilizzare la sua fermezza, mandarlo momentaneamente in confusione.

Di certo ottenne che l'altro divenisse rosso in volto come il culo di un macaco con le emorroidi.

Ma non ci fu il tempo di far partire la ginocchiata progettata, perché mentre parlava, l’altro compare gli passò rapido alle spalle e gli agguantò, bloccandole, le braccia dietro la schiena.

Lui per reazione tento di tirargli una testata in faccia, tirando indietro la testa alla cieca, inarcando di colpo la schiena.

Ma così facendo si sporse col bacino in avanti.

Così la ginocchiata nei coglioni, puntuale come il fragore del tuono dopo un fulmine, la ricevette lui, ad opera dello scornato furioso.

L'attimo successivo fu un muro nero con lampi rossi e blu elettrico negli occhi.

Il dolore come una scarica elettrica ad alta tensione partì dal cervello e si scaricò per tutto il corpo, togliendogli il fiato.

Quello dietro lo mollò ed lui che non aveva più gambe, si afflosciò come un sacco vuoto sulle lastre, in pietra scura di Luserna, della piazza.

Il selciato puzzava di verdura marcia del mercato, e lui lo baciò a bocca spalancata, mentre vomita il residuo d'anima che ancora gli restava in corpo.

Raccolto in posizione fetale, boccheggiava inutilmente cercando di portare aria ai polmoni.

Vorrebbe gridare di dolore, ma dalla gola non mi escì una bava di voce.

Un primo calcio lo prese in mezzo alla schiena, sentì il botto, ma non il male, era ancora anestetizzato dalla violenza del primo dolore.

Il secondo lo colpì in piena faccia, e questo sì che lo sentì.

Gli spaccò le labbra e gli fece sanguinare il naso, fu un’esplosione di dolore dolciastro in bocca.

Gli altri calci smise di contarli, ma pensò che a farlo non gli sarebbero bastate le dita delle mani.

Desiderò di essere lontano da li, desiderò che smettessero di picchiarlo, desiderò di morire per non sentire altro male.

Sentì caldo tra le cosce, la sua vescica si stava svuotando senza la sua volontà.

Non voleva piangere, ma i suoi occhi se ne fottevano di quello che voleva ed era scosso dai singhiozzi e dal tremito.

I due merdosi evidentemente soddisfatti del lavoro fatto, smisero di colpirlo e restarono a godersi lo spettacolo.

La brutta copia di Belmondo, trionfante, prese a parlargli, sentiva la sua voce provenire da una dimensione astratta e trascendente, come quella di Dio nel giorno del giudizio.

- Hai visto frocio cosa succede a quelli che portano l’uccello a pisciare dove non devono? Ora sono sicuro che hai imparato a tenertelo chiuso in gabbia.-

Finalmente se ne andarono.

Restò a terra, piegato su sé stesso, con le braccia tenava raccolte le ginocchia contro il busto e la testa reclinata sul petto.

Ansimava, ad ogni respiro corrispondeva una lama di dolore nuova, in una parte diversa del corpo.

Era annientato, sporco, umiliato, impastato di sangue, lacrime, muco, piscio e bava.

Rimase a terra a piangere e radunare i pezzi scomposti di sé, sparsi come un puzzle esploso.

Non voleva aprire gli occhi, gli mancava il coraggio di guardarsi, aveva schifo del suo corpo.

Pensò con una rabbia atavica ed omicida: - Bastardi! Vi ammazzerò.” –

Non li aveva poi ammazzati.

Ma una sera di due mesi dopo, mentre erano intenti a giocare a biliardo dentro al bar all’angolo della piazza, aspettò che non ci fosse nessuno in giro.

Poi svitò rapido i tappi della benzina delle grosse moto che avevano parcheggiato davanti al locale, e versò un chilo di zucchero, nel serbatoio di ognuna.

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