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Una storia di AnnyChan

La carestia ieri e oggi

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Pubblicato il 04 aprile 2017 in Didattica

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La carestia, un fenomeno nel quale una larga percentuale della popolazione di una regione o di un paese è così denutrita che muore di inedia, o altre malattie correlate, diviene sempre più comune.

Ma che cos'è la carestia? Come facciamo a sapere che luoghi ne sono afflitti? Molte persone non lo sanno ma usano questa parola a loro piacimento, mettendola anche in contesti dove non ci starebbe.

In poche parole, quando in una regione il cibo scarseggia per un tempo abbastanza lungo, si dice che in quella regione c’è una carestia. Le persone, soffrendo la fame, si indeboliscono e consumano tutte le “scorte” del loro corpo, perciò diventano sempre più magre e deboli. A causa della denutrizione, anche le naturali difese del corpo si indeboliscono, per cui le malattie, ad esempio la malaria e la tubercolosi, si sviluppano più facilmente.

Nella storia dell’uomo vi sono stati molti periodi di carestia che hanno interessato vasti territori. Ma la carestia non è qualcosa che appartiene solo al passato. Forse ti è capitato di vedere alcune foto della carestia che colpì la regione africana del Sahel negli anni Ottanta del Novecento. Ebbene, ancora oggi in quella zona le risorse alimentari scarseggiano e molte persone soffrono a causa della grave mancanza di cibo.

Ma malgrado le più abbondanti risorse economiche e tecnologiche del mondo moderno, la carestia colpisce ancora molte parti del mondo, in particolare nei paesi in via di sviluppo. La carestia è tradizionalmente associata al naturale ciclo del cattivo raccolto in agricoltura e alle malattie infettive; tra le cause umane alla guerra e al genocidio. Nei decenni passati una visione più graduale si è focalizzata su circostanze politiche ed economiche che portano alla carestia moderna. Le moderne agenzie di assistenza categorizzano le varie gradazioni di carestia secondo delle scale di carestia.

Le Nazioni Unite hanno lanciato l’allarme carestia per diversi Paesi dell’Africa sub-sahariana. Tre agenzie dell’Onu insieme al governo del Sud Sudan hanno dichiarato la presenza di carestia in due zone del Paese.

Le prime vittime di questa catastrofe alimentare sono ovviamente le fasce più deboli della popolazione, come i bambini, gli anziani e le donne. Sono 250mila quelli che rischiano la vita a causa della malnutrizione.

Come riportato da Al Jazeera ci sono attualmente 100mila persone direttamente colpite da questa crisi alimentare. Sarebbero invece ben 5.5 milioni i sud sudanesi, il 50% della popolazione, a rischiare una condizione di insicurezza alimentare nei prossimi mesi.

La condizione del Sud Sudan appare dunque più che allarmante. Dati simili non si vedevano infatti dal 1998, uno degli anni più violenti della guerra civile.

Ma perchè bisogna affrontare la carestia?

La carestia è spesso provocata da fattori naturali, specialmente dalla siccità. La siccità si verifica quando per un lungo periodo di tempo cade poca pioggia. Il grano e le altre colture non possono crescere, gli animali non hanno erba da mangiare. I pesci restano senz’acqua e muoiono nei letti dei fiumi e sul fondo dei laghi asciutti.

Un solo anno di siccità in genere non porta alla carestia, ma costringe la popolazione a consumare il cibo messo da parte negli anni precedenti. Una parte di queste scorte è composta da cereali, come frumento e mais, che avrebbero dovuto essere usate per le semine degli anni successivi. I contadini devono allora acquistare altre sementi, ma nelle zone più povere del mondo questo non è sempre facile. Adesso capisci in che modo due o tre anni consecutivi di siccità possono causare una carestia. I contadini non hanno cibo, né sementi, e neppure denaro per acquistarne delle altre. Questo è quanto accadde negli anni Ottanta nel Sahel.

Può sembrare sorprendente, ma anche le alluvioni sono causa di carestie. Troppa pioggia abbatte le spighe di grano e le inondazioni le fanno marcire. Questo fenomeno accade talvolta in Bangladesh, uno stato che si trova nel subcontinente indiano. Ogni anno, durante la stagione dei monsoni, il Bangladesh è colpito dalle inondazioni. È vero che la maggior parte dei terreni coltivati è costituita da risaie, che hanno bisogno di grandi quantità d’acqua, ma devi ricordare che una quantità d’acqua eccessiva distrugge i raccolti di riso. Le tempeste tropicali con grandine e forti venti radono al suolo le fattorie in molte parti del mondo, in India, in Cina, nel Nord e nel Sud America.

Anche terremoti e vulcani possono provocare una carestia. La lava vulcanica fuoriesce e travolge le colture che crescono sul fertile suolo che si trova lungo i fianchi del vulcano e ai suoi piedi. Un’altra causa sono gli insetti, ad esempio le cavallette (o locuste), che divorano interi raccolti lasciando dietro di sé desolazione e fame. Infine, le piante possono essere colpite da malattie che pregiudicano i raccolti.

Ma nonostante tutte le varie cause naturali, non solo loro sono la causa delle carestie: anche l'uomo ha una parte della colpa.

Gli esseri umani possono provocare la carestia. La guerra costringe le popolazioni a fuggire dalle proprie case e dalle proprie terre; i giovani vengono chiamati a combattere come soldati e non possono più occuparsi della semina e del raccolto. Durante le guerre, a volte si decide di incendiare i campi per affamare la popolazione e costringerla ad arrendersi. In Europa, nel corso della seconda guerra mondiale, morirono di fame migliaia di persone.

Alcuni scienziati ritengono che i disastri naturali, quali la siccità e le alluvioni, stiano aumentando a causa del riscaldamento globale provocato dall’inquinamento. Essi affermano che la situazione migliorerà quando bruceremo meno combustibili fossili, primo fra tutti il petrolio.

Infine, le nazioni ricche e le grandi aziende (dette anche multinazionali) spesso impediscono ai paesi poveri di sviluppare un proprio mercato e una propria industria. Ciò significa che le nazioni povere hanno pochissimo denaro per far fronte ai periodi di carestia.

Il cardinal Ferdinando aiuta i mendicanti delle strade
Il cardinal Ferdinando aiuta i mendicanti delle strade

Rimanendo nel discorso della carestia, anche Alessandro Manzoni tratta l'argomento nell'arco del racconto.

Manzoni ha infatti creato dei protagonisti dalla classe sociale meno agiata e li ha osservati in un momento difficile come quello della carestia.

Quando fra Galdino visita la casa di Lucia e di Agnese in cerca di elemosina, Agnese sgrida Lucia -“tutte quelle noci, in quest’anno!”- per aver offerto al questuante troppe noci rispetto alle loro possibilità.

Anche quando Renzo si reca da Tonio per proporgli uno scambio di favori, il narratore sottolinea quanto era piccola la polenta rispetto alla fame dei commensali.

Diversa era la situazione dei personaggi di rango superiore che, come nel banchetto di Don Rodrigo, potevano sfamarsi e brindare a volontà, lamentandosi non della carestia bensì degli incettatori e dei fornai che, secondo loro, nascondevano il grano.

E, come loro, anche nella nostra epoca la società è divisa in coloro che non possono permettersi neanche un pezzo di pane e quelli che hanno fin troppo cibo, arrivando persino a sprecato.

Ma come risolvere tutti questi problemi? Come possiamo ridurre la carestia? C'è la possibilità, per noi gente comune di riderre questa mancanza o di prevenirla?

Molti dei paesi che vengono colpiti dalla carestia cercano di aiutarsi tra di loro. Nel corso della carestia nel Sahel, il governo dell’Etiopia e la Croce Rossa etiope misero a disposizione più della metà del cibo necessario a soccorrere coloro che stavano soffrendo la fame. Inoltre, l’Etiopia rimboschì la regione, piantando migliaia di alberi. Piantare nuovi alberi aiuta a mantenere il suolo compatto, fornisce umidità alla terra e crea più umidità nell’aria.

I fertilizzanti chimici fanno crescere le piante più rapidamente, ma costringono anche a usare enormi quantità d’acqua per mantenerle sane. Alcuni agricoltori stanno tornando ai vecchi fertilizzanti, ad esempio il letame di vacca. Gli stessi agricoltori, inoltre, scelgono tipi di colture che hanno bisogno di minori quantità di acqua per crescere. Molte comunità stanno costituendo mercati locali per vendere i propri prodotti e creare benessere, e stanno anche costruendo reti stradali migliori nei loro paesi.

L'Europa ha cercato di aiutare a cintrastare questa cosa creando accordi con diversi paesi africani, i Paesi europei si erano infatti impegnati lo scorso novembre 2015 in un summit a La Valletta con alcuni leaders africani. Come riportava il The Guardian, però, tra questi vi erano rappresentanti di governi “ambigui”. Il Sudan, il cui presidente Omar al-Bashir è ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra, e l’Eritrea, accusata di crimini contro l’umanità. Se da una parte questi accordi rappresentano una garanzia per l’interruzione dei flussi nel breve periodo, dall’altra potrebbero essere l’innesco per nuovi conflitti come reazione alla repressione posta in atto da questi governi.

Uno scenario catastrofico per il futuro europeo.

Ma non solo gli stati e le istituzioni devono impegnarsi per eliminare le carestie, anche noi dobbiamo darci da fare:

-come cittadini dobbiamo imparare a consumare solo il cibo di cui necessitiamo, assicurandoci che esso sia consumato prima della scadenza, donando quello in eccesso e conservandolo in modo tale che non si deteriori;

-come membri della associazioni politiche dobbiamo impegnarci a risolvere i principali problemi nelle varie legislazioni che disciplinano la donazione degli alimenti invenduti;

-come imprese dobbiamo imporci come obiettivo prioritario quello di migliorare la produzione, la conservazione e la logistica, in modo da evitare il più possibili gli sprechi e un eccessivo uso dell’acqua, bene sempre più prezioso e scarso.

L’Esposizione Universale di Milano, ad esempio, ha avuto come temi lo spreco di cibo e la via per ottenere una distribuzione più equa tra tutte i popoli della Terra.

La “Carta di Milano”, un documento di impegno collettivo sul diritto al cibo, denuncia per esempio che ogni anno 1,3 miliardi di tonnellate di cibo viene sprecato o si perde nel processo di trasformazione alimentare.

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