scrivi

Una storia di angelaaniello

logo sfide intertwine

Questa storia partecipa al contest
Condivido ergo sum

3

Con un sogno meno severo

sui treni bianchi come il cuore

Pubblicato il 25 novembre 2016

Quando presi la valigia, mi ero già chiesta più volte dove mi stesse portando la vita.

-Sei come un fiume!, mi dissi.

Dovevo andare e, forse, avrei preferito lasciarti, scollarti da me, dal mio cuore.

Eri l'abisso in cui ero precipitata. Eri il cielo cui mi ero aggrappata. Eri tutto o niente.

Eri il mare che rotolava dentro come un'onda impetuosa nell'atto di lambire lo scoglio aguzzo.

Ero il tutto che non ti avevo dato.

Ero il neurone che avrebbe voluto equilibrarti per toglierti da ogni scompenso.

Riaprii la valigia e mi accorsi che era più pronta di me.

Chissà com'è che la vita si stava deformando nell'attesa del sole e il blu che mi riempiva gli occhi era il fondo di un cielo indistinto.

Richiusi la porta alle spalle e sospirai.

Il fischio del treno e il vortice degli abbracci mi trascinò come la corrente. Era una mattina di fine estate e avvertivo l'approssimarsi dell'autunno.

Mi strinsi nella casacca blu, sistemai il cartellino perchè il nome fosse bene in vista e salii.

Per un attimo ti avevo cancellato.

Stupida! Quante volte t'avrei trovato?

Quante t'avrei riconosciuto?

Quante avrei voluto tenderti le braccia?

Eri il volto imperfetto e bellissimo di ogni viaggiatore che necessitava di assistenza.

-I treni bianchi hanno anche le ali, sussurrai.

Non volevo essere ascoltata, nè capita.

Ero io che stavo uscendo dal bozzolo dell'inquietudine.

-I treni bianchi hanno le ali, le braccia, i piedi e tanti occhi!

Sembrava l'inizio di una favola.

Erano fatti di un tempo che non si numerava, di turni, di "servizio" e di accoglienza.

E non importava il nome.

Somigliavamo a gocce, a spruzzi di sale e di sole insieme.

L'attesa si stava compiendo.

E tu eri lì a due passi dentro me.

Più viaggiatore di me.

Strano che quelle ciocche folte non te le avessi mai toccate!

Strano che non t'avessi mai chiamato!

Strano che ci fossi pur essendo assente.

Una boccata d'aria mi sarebbe bastata.

Abbassai il finestrino e il vento fu come una carezza. Sentii le lacrime rotolare e farsi buio.

Ero alba che cercava luce. Ero notte vestita di stelle sbiadite. Ero pellicola da riavvolgere.

Tu non eri neppure un ricordo, non ne avevo.

Cominciai a contare il tempo che non avevamo vissuto. Anni. Cinquemilaquattrocentosettattacinque giorni.

-I treni bianchi hanno anche le orecchie.

Pensai che mi stesse ascoltando, lui, mentre correva veloce, lasciandosi dietro tante stazioni.

-I treni bianchi hanno un cuore.

Glielo stavo donando senza volerlo.

A vele spiegate, forse, non ci si abbandona. Eppure stava accadendo esattamente l'incontrario. Il silenzio sagomava i bisogni ed era fatto di vicoli stretti o larghi. Dipendeva da me o da te o dal viaggio.

Avvertii subito un odore diverso appena arrivammo. Lontano, trasportato dal vento, il suono dolce delle campane. Era il richiamo della grotta di Massabielle.

A palmi vuoti o pieni. A passi lenti o rapidi. Con te o senza.

Le valigie da un lato, noi dall'altro, più nudi che mai.

Appena scesi, eravamo proprio tanti. Carrozzelle, stampelle, lettini, divise bianche e preghiera sgranando il rosario.

Chissà perchè le parole assecondavano il silenzio e il silenzio un ritmo lento ma ben scandito. Si assiepavano incuriosite dinanzi alla roccia umida, oltrepassavano il Gave e brillavano come bianche cattedrali.

Forse t'avevo afferrato tra le pinete: lì nessun orizzonte era sbarrato.

O forse stavi rinascendo nei miei occhi stupiti. Nell'inginocchiatoio di pensieri stanchi da rinfocolare. Il blu danzante dell'acqua mormorava cullando ogni paura.

Eri l'appunto che sfuggiva all'abitudine. Eri ogni mia bugia.

Mi sedetti su una panca e aspettai. Eri il perdono che non sapevo darti. Eri l'amore che non avevamo mai cominciato. Eri il rifugio in cui avrei voluto trovare conforto. Eri le favole mancate, le carezze supplite, il desiderio di essere di più, il mio non sentirmi abbastanza.

Scrissi righe su righe immaginando un tempo tutto nostro e allora t'incrociai.

Non sempre l'amore è fatto per essere vissuto.

Non tutte le figlie devono avere un padre.

E non tutti i padri le figlie.

Scrutai il cielo e mi parve più giusto. Compresi che la verità non sfrecciava nelle tenebre, ma nei trapassi di luce, nel fumo denso delle candele, nelle mani giunte nell'atto di domandare.

Non supplicai. Donai il mio tempo e il tuo in simbiosi camminando tra strade migliori. E capii che le rughe erano fatte per essere accarezzate, le ferite per essere curate, le cicatrici per essere lenite.

Fui bagaglio con un sogno meno severo. E fui debolezza travestita di coraggio.

Il tramonto era di una bellezza da fare invidia e il treno sferragliava ingoiando.

Inizia a far sentire la tua voce attraverso le tue storie. Iscriviti, è gratis.

Nessuno ha ancora commentato, sii tu il primo!

!
La tua sessione è scaduta! Effettua di nuovo il login e spunta Ricordati di me per rimanere sempre connesso e non perdere i tuoi progressi!
Ottimo!

Controlla la tua email per reimpostare la tua password!

×

Ops, c'è stato un errore. Riprova più tardi.

×

Sicuro che sia questa l'email?

×

Email non valida

×