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Una storia di GianlucaDiMatola

Da Piscinola a Marianella solo andata

Pubblicato il 16 gennaio 2018 in Thriller/Noir

Tags: amore Beretta crack Honda Moto

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Dopo l'infamia c'è l'ipocrisia e Dio tace.

Puoi ripulirti la coscienza co Riposa in Pace!

V'ho visto favve i cazzi vostri quando l'atmosfera si fa greve.

E so chi sa campa' come se deve e so

Chi c'ho davanti e chi c'ho dietro ar culo

Me lo tengo a 5 palmi.

Mentre la moto schizzava via sull’asfalto, le strofe scritte e poi rappate da Noyz Narcos gli occupavano la testa. L’aderenza dei battistrada Pirelli somigliava sempre più ad una leggera carezza di una mano sulla pelle.

Mantenere un assetto di guida stabile era fondamentale. Eppure, Andrea volava. E non era soltanto un modo di dire. Gli pneumatici sembravano sospesi di almeno due centimetri dal suolo. Insomma, lui e la sua moto volavano come l’amore che lo legava a Marta.

Malgrado i bagliori dei semafori, delle insegne e delle vetrine dei negozi, nella mente di Andrea c’era ferma, salda, l’immagine di lei. Di Marta e basta. Il suo volto. Marta e nessuna più.

I due si erano conosciuti da bambini per non lasciarsi mai. C’è chi racconta che i loro respiri fossero addirittura sincronizzati. Che se un dolore ce l’aveva uno, soffriva pure l’altra. E viceversa.

Lo stradone che univa i quartieri di Piscinola e Marianella era infame quanto le guardie che gli stavano attaccate al culo, con le sirene spiegate, senza riuscire a bloccarlo.

L’Honda CBR1000 era un mezzo capace di dominare la velocità come fosse un dettaglio di poco conto. “È na bestia” disse il concessionario quando gli chiese l’acconto.

Nel frattempo, la spia luminosa del contachilometri digitale, che come un pastello gli dipingeva il viso nel profondo della notte, aveva toccato i 140 km/h. Adesso le volanti delle merde erano passate a due. Si erano chiamate all’appello attraverso la centrale radio. Andrea li aveva sempre schifati, i poliziotti. Non aveva mai abbassato il mento davanti a loro. E pure stavolta, col cazzo che si sarebbe arreso. “Prima di acchiapparmi devono buttare il sangue”.

Correva, Andrea. Correva come faceva il suo cuore quando incrociava lo sguardo di Marta. Pure se erano trascorsi sedici anni da quel bacio dato sotto la pioggia, in attesa dell’autobus per Chiaiano. “Esco sempre pazzo per te, piccerè” le ribadiva con l’emozione che gli bagnava gli occhi manco fosse un ragazzino. E di anni, quella notte in sella all’Honda CBR1000, Andrea ne contava trentacinque.

Quando scalava le marce per poi risalire di scatto, la marmitta della CBR esplodeva peggio di un mortaio. Quella strada, fatta di buche e dossi improvvisati, Andrea la conosceva a memoria. All’inizio del Corso ci stava il bar di Vittorio. Cinquanta metri più avanti il biliardo di Agostino incastrato all’angolo di Via Aldo Moro e Via Elsa Morante. Poi arrivava la scuola elementare San Giovanni Bosco. Lì dentro, in quelle aule che puzzavano di muffa, c’era cresciuto.

In quella corsa sfrenata verso il nulla avrebbe potuto guidare ad occhi chiusi senza sbagliare una svolta. Agli incroci dava perfino più gas al motore. Dietro di lui, invece, rallentavano. Ed era questo particolare a marcare la differenza. La sostanza dei fatti stava tutta quanta lì. Le guardie ci tenevano alla pelle. Erano troppo legati alle loro debolezze: i figli, le mogli, le vacanze ad agosto in campeggio, il mutuo per la casa che avrebbero estinto fra trent’anni. Mentre Andrea viveva soltanto di lei, Marta. Per lui esistevano solo gli abbracci di quella gracile ragazza dagli occhi verdi e le lentiggini che le puntellavano la faccia. A volte, per prenderla in giro, Andrea si divertiva ad unire quei mille puntini color nocciola con il tratto di una penna. Alla fine, ci ridevano.

Quella notte lì era particolarmente fredda. La pelle bruciava per la bassa temperatura. La velocità, poi, inghiottiva l’aria gonfiandogli la maglietta come un pallone aerostatico.

Andrea se ne stava curvo nella schiena per assecondare meglio l’aerodinamica della motocicletta. Avvertiva la gibbosità del serbatoio premergli dolorosamente sul torace. Gli occhi iniziavano pure a pizzicare costringendolo a strizzarli di continuo. “È colpa del vento” si giustificava con il sale delle lacrime che gli scivolava sulle labbra.

E se lo avessero preso? E Marta? Andrea infilava domande una dietro l’altra. Ma erano interrogativi del tutto vuoti di significato. Privi di qualsiasi senso logico. Perché Marta adesso era morta. Un tossico l’aveva appena uccisa per scipparle il telefonino dalle mani. Sì, perché Marta era una tipa coraggiosa, come del resto tutte le ragazze cresciute tra i vicoli di quei rioni. Allora aveva opposto resistenza e quello, totalmente a ruota di Crack, con un pugno secco le aveva sfondato lo Sfenoide destro. L’emorragia al cervello, subentrata in pochi secondi, si era rivelata fatale. Marta era morta un’ora dopo sul tavolo operatorio dell’ospedale Cardarelli.

Ora Andrea, dimenticandosi dei freni, planava sull’asfalto. Sospeso di due centimetri dal suolo. Insieme a Noyz Narcos e le sue strofe: e so chi sa campa' come se deve, e so chi c'ho davanti e chi c'ho dietro ar culo me lo tengo a 5 palmi.

Andrea non smetteva di correre. Il motore dell’Honda CBR1000 divorava adrenalina sputando potenza. Le guardie, intanto, continuavano ad inseguirlo. Nonostante il rischio, quelle non davano l’impressione di rinunciare. Era chiaro: lo volevano. E c’era una ragione. Non appena il chirurgo era venuto fuori dalla sala operatoria con lo sguardo basso e la solita filastrocca impressa sulla lingua, Andrea era già montato in sella alla CBR. E prima ancora che le autorità si mettessero ad identificare il tossico, lui, Andrea, con la Beretta di Cicciotto infilata nella cintura dei pantaloni, sapeva bene come e dove trovarlo. Così, neppure mezz’ora dopo, alle spalle di alcune palazzine popolari del quartiere Ponticelli, Andrea gli esplose un intero caricatore in piena faccia. Neppure un colpo andò a vuoto. Ed era la prima volta che sparava. Che ammazzava qualcuno. In tutti quegli anni, grazie alla costante presenza di Marta, aveva sempre rigato dritto. Marta era un campanello d’allarme che gli impediva di mettersi nei casini, o peggio di finire in galera come suo zio Franco che trafficava con le carte di credito.

Ma da diverse ore Marta non c’era più. A pensarci bene, mentre con un movimento rapido passava dalla terza alla quinta marcia, Andrea capì che la galera non doveva essere un posto così tanto brutto rispetto alla libertà. Per lui, da quel preciso istante, non c’era vita che avesse importanza senza la sua ragazza dagli occhi verdi e le lentiggini color nocciola.

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