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Una storia di VirginiaManno

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La bambina e la farfalla gialla

Anemìvia

Pubblicato il 19 novembre 2017

"C'era una volta una farfalla gialla..."

C’era una volta una farfalla gialla che adorava volare tra le galassie.

Un giorno capitò sul pianeta di una bambina . Senza farsi vedere, cominciò ad osservarla, cercando di prendersi cura di lei. Non sapeva per quale motivo, ma alcune volte non é importante saperlo.

E' difficile dire se quella fosse una stella o un pianeta. Effettivamente era un pianeta, tutto tondo e con tanta erba; c’erano tre gatti, un fiore, una coperta, un salice e un libro, di cui la bambina si prendeva cura. In generale possiamo dire che vi era la consueta forza di gravità e non era fatta di fuoco, proprio come un pianeta; ma diversamente da tutti gli altri, non rifletteva la luce altrui, anzi, proprio come una stella, era capace di emanare luce propria. Accadeva di notte, quando il sole più vicino tramontava; il pianeta cominciava, come una grande lanterna, ad emanare una luce dolce e leggera, una di quelle che ricordano i sogni. Tutto ciò era possibile grazie ai racconti della bambina, che inventava, e qualche volta leggeva dal suo libro, storie di ogni genere, ad alta voce, prima di andare a dormire, circondata dai suoi gatti, avvolta nelle coperte. In quei momenti sull’erba sembrava si fosse posata polvere di stelle. La cosa affascinante è che il suo pianeta si illuminava non per le storie, ma per la sua voce che narrava. Credo che questo sia sufficiete a dire che quella fosse davvero una stella, o almeno lei la rendeva tale. Era, di certo, il suo luogo e lei se ne prendeva cura, lo rendeva florido, vivo, luminoso, e esso stesso era specchio di chi lei fosse.

La piccola, però, era sempre tutta sola, e cominciava a sentirsi triste. Guardava tutte quelle stelle nel cielo e si chiedeva se lì vi fossero altri come lei. Nel libro aveva letto di tanti principi, re, fate, lupi, streghe, gnomi; era curiosa di sapere da dove arrivassero quelle storie e pensava a come sarebbe stato bello raccontarle ad altri. Guardava il cielo e a come tutte le stelle formassero costellazioni, che spesso ispiravano i suoi racconti; guardava come tutte avessero un posto. Cominciava a chiedersi quale fosse il posto della sua e chi fosse lei. Non poteva confrontarsi con nessuno, e quindi non era sicura di sapere chi fosse (o almeno così credeva), e si considerava incapace di fare qualcosa per gli altri senza saperlo. Cominciò a desiderare di trovare risposte alle sue domande.

Una mattina, dopo essersi presa cura del suo pianeta, aver sistemato i gatti e annaffiato il suo fiore, desiderò di partire. Si sentiva pronta.

Chiuse gli occhi, respirò e sparì.

...

Quando riaprì gli occhi si ritrovò su di un pianeta strano, tutto avvolto in un lungo mantello, tanto che si chiedeva se lì sotto vi fosse erba o terriccio. Era abitato solo da un uomo, vestito da re.

La bambina era così distratta da quel lungo mantello, di cui non si vedeva la fine, che non vide subito l'uomo, ma appena lo noto si arrestò, colpita da quell'uomo così alto. Con timidezza, disse:

"Salve signore, le vorrei chiedere se lei sa la verità su di me, chi sono, dove devo andare e cosa devo fare, vivo su una piccola stella e mi chiedo quale sia il mio posto in mezzo a tutte le altre stelle. Poi ho sentito dire che l'amore è la cosa più importante, ma non sono sicura di cosa sia.”

Allora il re, con fare austero, disse:

“ La verità è che tu sei una mia suddita, devi fare ciò che dico io e credere solo a ciò che io dico di te, l’unica forma d’amore è farmi piacere e mai contraddirmi”

La bambina rimase perplessa dinnanzi a quella risposta. Non era sicura che fosse così, ma chi poteva dire il contrario. Infondo era sempre e solo rimasta sul suo piccolo pianeta, non conosceva come funzionasse il mondo, non conosceva le sue gerarchie. Cominciò ad agitarsi e confondersi, non voleva ferirlo, ma la situazione non la rassicurava. Alla fine decise di ascoltarlo, cominciò a fare tutto ciò che lui diceva, a credere a tutto ciò diceva di lei, a quanto fosse piagnucolona e lenta e addirittura brutta, la bellezza del re era l'unica possibile e lei doveva per questo inchinarsi dinnanzi alla sua magnificenza, tutti gli altri erano brutti al suo cospetto. Cominciò a pensare che l'amore non era ciò che lui diceva, che forse l'amore era nella cura che aveva avuto per il suo fiore, per i suoi gatti e la sua stella. Un giorno, però, alla bambina mancò il respiro, era esausta per le fatiche fisiche e i tantissimi compiti del re, inoltre si indebolì perchè cominciava a credere davvero di essere brutta e incapace. Quel giorno, a furia di pensare a tutti quegli ordini e tutti quegli insulti, stava per svenire. Allora chiuse gli occhi, respirò quanto più profondamente possibile, e sparì.

Il pianeta del re l’aveva molto indebolita, era pallida e sporca, ma adesso ancora di più aveva bisogno di risposte alle sue domande, confusa com’era. Infondo ormai il viaggio era iniziato, e si poteva solo andare avanti.

...

Quando riaprì gli occhi era già su di un altro pianeta. A dire il vero non lo capì subito, perché questo luogo era avvolto dal fumo, tanto che si riusciva a vedere a malapena ad un palmo dal proprio naso. Camminando in avanti, andò a sbattere contro una scrivania e intravide dapprima solo la sagoma di un uomo, poi pian piano la sua intera figura. Era ben vestito, in giacca e cravatta, con un sigaro in bocca e il volto tutto irrigidito e concentrato, e probabilmente proprio per questo aveva perso i capelli, cosa che stupì molto la bambina che stava incontrando per la prima volta altre persone e non ne aveva mai visto una pelata.

La bambina si avvicinò a lui nel modo più educato possibile, intimidita da tanta austerità, e disse:

”Salve, volevo chiederle se per caso sa dirmi chi sono, cosa devo fare e dove devo andare. Vorrei sapere il posto della mia stella in mezzo a tutte le altre."

L'uomo, nel frattempo, aveva alzato il capo, e compiaciuto dalle domande della bambina, che gli conferivano potere, con fare spavaldo e sicuro, disse:

”E’ semplice piccolina. Il mondo è fatto di affari, contratti, negoziazione efficienti, vendite e acquisti. Senza tutto questo il nostro universo crollerebbe. Ogni stella va amministrata e numerata. Il posto di ciascuna è qui, tra le mie carte. Siamo tutti contabili, lo sei anche tu, una che aiuta l’universo ad essere efficiente. Sei nel posto giusto per fare la cosa giusta e adempiere ai tuoi compiti. Ti dirò cosa fare e darò tutto il necessario, e ricorda che qualsiasi compito tu svolga deve essere utile, altrimenti è inutile farlo. Ti insegnerò a distinguere ciò che è utile da ciò che è inutile. La vita dell’universo dipenda da noi, da quanto facciamo bene e con efficienza il nostro lavoro.”

La bambina rimase colpita, catapultata all’improvviso in quel mondo di numeri e calcoli, lei che era abituata alle favole e alle parole; ma lui le aveva detto che la vita dell’intero universo dipendeva da questo, e allora, se lei voleva aiutare gli altri, non poteva che affidarsi a lui, che sembrava avere tutte le risposte. Infondo non poteva fare altro. Alla fine, la bambina credette a quella visione del mondo, anche se non sapeva se le sarebbe piaciuto fare l’uomo d’affari. Si affidò a quell’uomo tanto sicuro, nella speranza di trovare il suo posto e fare qualcosa per gli altri.

Cominciò a lavorare per lui, anche se era difficile orientarsi con tutto quel fumo. Imparò a riordinare, smistare e catalogare tutti quei fogli. Un giorno guardandone uno dei tanti, sui quali le stelle erano numeri, si chiese quali mondi si celassero dietro quelle cifre.

Inizialmente si divertì a smistare e spostare tutti quei fogli, svolgeva il compito con estrema cura, ma pian piano cominciò a tossire, a diventare malaticcia per l’aria irrespirabile, e ancora più pallida. Cominciò a spegnersi.

Un giorno, mentre metteva apposto altre nuove solite carte con numeri in un cassetto, alzando gli occhi riuscì a scorgere, nonostante il fumo, la luce di una stella lontana. Una profonda malinconia le prese il cuore. Pensò a tutto quello che aveva lasciato sul suo piccolo mondo. Pensò al suo fiore, e a ciò che lui aveva sempre detto di lei, e sperò stesse bene; pensò alla musica delle fusa dei suoi gatti che le mancavano tanto. La farfalla gialla, che la seguiva dall’inizio del viaggio, le si appoggiò sulla spalla, sembrò quasi infonderle un profondo conforto, tale da rilassarle il cuore, ma la bambina non si accorse di lei. Chiuse gli occhi, respirò profondamente e sparì.

...

Quando riaprì gli occhi si ritrovò immersa in stoffe preziose, circondata da colori e da profumi che si diffondevano in ogni dove, cullata dal brusio di mille voci femminili che si sovrapponevano. Quando si riprese dal torpore del sonno notò che era circondata da donne intente a truccarsi, indossare gli abiti più diversi, per poi svestirsi e indossare altro, e poi struccarsi e truccarsi ancora, pettinarsi e ripettinarsi, cambiare continuamente, tutte accalcate davanti a grandi specchi illuminati. Tra di loro c’era un rapporto strano, contradditorio, tra complicità e competizione, in perenne equilibrio. Ciascuna cambiava, senza mai accontentarsi del proprio aspetto, ma sembrava proprio questa la regola del gioco di quel pianeta. Sembravano come alla perenne ricerca di qualcosa, ma non sapevano neanche cosa; non si chiedevano perché cambiavano continuamente, davano l’impressione di non guardarsi realmente allo specchio.

La bambina si sentì avvolta calorosamente da quel brusio; finalmente ragazze come lei, di tutte le età, tutte diverse, con le quali condividere quel mondo di colori, così accogliente e divertente per una bambina. Esplorò in parte quell’infinito guardaroba. Cominciò ad osservare ogni abito, scarpa, sciarpa, cappello, cercava chiaramente i più piccoli che trovava, date le sue dolci misure, e riuscì a trovare qualcosa di interessante: un bellissimo abitino giallo e una foulard rosa. Guardava quegli abiti stupendi estasiata, quando una di quelle donne si accorse di lei e immediatamente tutto si fermò. Tutte la guardarono sorridendo, tutte si concentrarono su di lei, quasi la strapparono via dai suoi abitini e la circondarono, con alla mano vestiti di ogni genere e colore, parlando tutte insieme, entusiaste del suo arrivo :”Prova questo!”, “Questo ti starà benissimo”, “Questo è perfetto per te”, “No, l’ideale è questo”, “Metti questo, senza non sei nessuno”. Accerchiata da tutte, avvolta da mille bellissimi abiti, si sentì per la prima volta considerata davvero. Le fecero indossare un vestitino fucsia, la portarono davanti allo specchio e cominciarono a consigliarle (parlando sempre contemporaneamente) mille rossetti e trucchi, di cui lei non capiva nulla, perché tra tutte le cose, proprio il trucco era il mondo nel quale riusciva meno ad orientarsi.

Finalmente riuscì a prendere la parola, tutta rossa ed emozionata per quell’accoglienza calorosa e per tutte quelle attenzioni; così chiese loro:

”Grazie per tutte queste attenzioni, siete gentili, posso chiedervi una cosa? Sapete dirmi chi sono, cosa devo fare e dove devo andare? Vivo su una stella e sto cercando di capire quale sia il mio posto in mezzo a tutte le altre stelle.”

Una di loro rispose :

”Ma nessuno ha un posto.”

La bambina rimase sconcertata da quella affermazione tanto convinta. Allora chiese:

” E allora voi cosa fate qui? Perché cambiate continuamente abito senza capire cosa vi piace?”.

La donna scoppiò in una risata ,e poi disse:

“Ma noi sappiamo cosa ci piace. A noi piace piacere, cambiamo per piacere agli altri, perché ci vogliono sempre diverse. Nessuno ha un posto, non c’è nessun dove in cui andare e niente da capire, bisogna piacere, essere belle. Ecco tutto. Se non sei bella non sei nessuno.”

Allora la bambina rispose:

” Belle per chi ?”

La donna non rispose, ma replicò:

“Ma non preoccuparti. Vestita così sei perfetta. Sei bellissima. Dici di voler sapere chi sei… beh, potremmo dire che sei il numero di applausi che ricevi, misurano la tua bellezza. Ma bisogna cambiare abito perché poi gli altri si stancano, bisogna sempre rinnovare la bellezza.”

La bambina non si era ancora guardata bene allo specchio. Quando si guardò non si riconobbe nel riflesso di se stessa, e disse:

“ Questa non sono io. Non mi piacciano i vestiti che avete scelto per me.”
“Infatti non sei tu, sei il meglio che puoi essere, molto meglio. Così potrai ricevere tanti applausi. Questi sono di certo molto meglio dei vestiti che indossavi prima, con quelli non piacevi a nessuno.”

,rispose la sempre la stessa donna.

"Ma a me non piacciono questi vestiti"

,continuò la piccola.

La donna, cambiando radicalmente tono, stizzita e infastidita, replicò :

” Vuol dire che non potrai mai essere bella allora. Non potrai mai essere come noi. Ci dispiace, volevamo darti le tue risposte, aiutarti, ma non ci ascolti”.

Piene di collera, si allontanarono tutte dalla bambina e ripresero il loro chiasso.

Non avevano tempo per ascoltare qualcuno che non desse loro ragione.

La bambina era rimasta lì, con la testa bassa, agitando le mani, le veniva quasi da piangere per le ultime parole di quella donna. Si guardò allo specchio e non si vide. Così cominciò a pulirsi il viso e tolto quel (a suo dire tremendo) vestito fucsia, rindossò il vestitino con il quale era arrivata, di un rosa tenue come i fiori di pesco. Adesso, guardandosi allo specchio, si vedeva. Era la prima volta che si specchiava davvero. Si sorrise e disse tra sé: ” Voglio essere bella anch’ io, ma non come loro. Vestita in quel modo non ero io”. Cominciò a intuire qualcosa in più della sua prima domanda, qualcosa di più su chi fosse, e non aveva dovuto chiederlo a nessuno. Eppure non si sentiva accettata per come lo specchio la rifletteva adesso. Sentiva che su tutti quei pianeti il suo riflesso era stato sbiadito. Ciò che intuiva non riusciva ancora a capirlo fino in fondo, o meglio, non riusciva a crederci veramente, non riusciva ancora a capire che si sentiva sbiadita perchè aveva permesso a loro di definirla senza che sapessero niente della sua piccola stella. Mentre pensava a tutte quelle cose, la farfalla gialla le si posò di nuovo sulla spalla. Questa volta la vide, riflessa nello specchio. Era talmente leggera da essere impercettibile, come tutte le farfalle. Ne rimase sorpresa, non l’aveva mai notata, si pietrificò per l’intensità di quel momento, non voleva volasse via e sapeva fosse molto raro che una farfalla si avvicinasse tanto a qualcuno. Lei continuava a non muoversi. Si innamorò di quel giallo intenso e vivo. Capì di non essere mai stata sola, anzi sentì che quella farfalla era sempre stata lì, era così familiare, come il ricordo di un bellissimo sogno. Sapeva di essere stanca e si sentiva sbiadita, anche se ignorava il perché, sentiva solo di dover andare avanti e quelle due ali le infondevano speranza.

Guardò da lontano quelle donne, le salutò, ma loro non si accorgevano neanche più della sua presenza, prese dalla loro vanità. Erano davvero molto vanitose. La piccola capì che lì non c’era posto per le sue domande.

Così, fiduciosa, chiuse gli occhi, respirò e sparì.

...

Tutti i pianeti che aveva visitato, più che aiutarla a capire chi fosse e quale fosse il suo posto, le avevano confuso le idee, l'avevano messa in dubbio, tanto disparate erano le visioni di quegli uomini e quelle donne che aveva incontrato.

Ma adesso con sé aveva la sua farfalla gialla, la sua misteriosa amica, proveniente da chissà dove.

Quando riaprì gli occhi si ritrovò dinnanzi un uomo con un enorme libro ricco di colori e descrizioni. La bambina fu attratta da tutto quel mondo che si muoveva tra le pagine. Sul libro erano disegnate cartine di tanti mondi diversi, con tanto di oceani, piante e animali di ogni tipo. E quei disegni si muovevano, letteralmente.

Si poteva ammirare la balena tuffarsi nell’oceano, oppure il leone ruggire nella savana. Pensò che quell’uomo dovesse avere le sue risposte, che forse lui sapeva davvero qualcosa.

Incantata dalla meraviglia di quel libro, gli chiese:

"Salve, per caso lei sa dirmi chi sono, cosa devo fare e dove devo andare? Mi hanno tanto confuso le idee"

La bambina era fiduciosa, un uomo capace di quei disegni non poteva che essere magico, avere grandi poteri dentro di sé, non poteva che vedere il mondo con gli occhi di chi sa vedere, non poteva che avere risposte alle sue domande.

L’uomo, con gli occhiali sulla punta del naso, si accorse di lei, alzò il nasone dal libro e si aggiustò gli occhiali per guardarla meglio. Accese la pipa e disse:

"Non so chi tu sia, e non mi importa affatto. Sei una bambina probabilmente, se tu fossi tra le pagine di questo libro saprei dirti chi sei, ma non ci sei. Io leggo solo questo libro e conosco solo ciò che lui mi racconta per immagini. A me, di te, interessa sapere solo se puoi darmi informazioni su ciò che hai esplorato, se hai esplorato qualche posto."

Poi, facendosi serio disse :

"Sai, io sono un geografo, io scrivo quello che le persone che esplorano i posti mi descrivono. Tu per me non sei altro che uno dei tanti esploratori che esistono e che può raccontarmi di altri mondi."

Allora la bambina chiese:

"Ma allora tutti quei posti descritti nel libro non li hai mai visti?"

Un po spazientito perchè distratto dal suo prezioso libro, ostentando saggezza, le rispose:

"No, non li ho visti. Queste sono descrizioni di altri trascritte da me."
"E come hai fatto a fare quei disegni?"

, chiese lei.

"Non li ho fatti io"

,replicò lui,

"E’ la forza delle parole di quegli esploratori che il libro ha trasformato in disegni. Tanto più la descrizione è appassionata, profonda, ricca di dettagli, tanto più sarà articolato, accurato e colorato il disegno. E’ anche un modo per misurare l’accuratezza e la veridicità della descrizione. Io non ho tempo per esplorare, e poi perché farlo se ci sono altri che lo fanno; io scrivo, ho l’arduo compito di scrivere tutto questo, poi non so come il libro li trasformi, non mi interessa molto, mi piace guardare queste descrizioni, questi disegni; a che serve vedere il mondo se posso guardarlo da qui. Perciò, se qualcuno mi avesse raccontato di te avrei saputo darti le tue risposte, ma visto che non c'è traccia di te nel libro, non so dirti chi sei e non mi interessa saperlo."

Quell’uomo tanto strano, dal volto tutto accrucciato, sembrava molto apatico. I suoi baffi e la sua barba erano per metà grigi, era abbastanza anziano, con un cappello di lana e una lunga vestaglia bordeaux, seduto su una sedia di legno, riverso su quel grande libro, con una coperta verde pallido sulle spalle. La cosa strana era che il suo pianeta sembrava molto vasto. C’erano prati di un verde vivo, tanti alberi, montagne spettacolari, stormi di uccelli che danzavano nel cielo e perfino farfalle, eppure quell’uomo non aveva occhi che per il suo libro, non vedeva nient’altro.

Allora la bambina capì che quel geografo si rifiutava di vivere davvero, ma pretendeva di raccontare ciò che gli altri avevano visto. Chiuso tra le pagine di un libro meraviglioso, ma pur sempre uno strumento, quasi catturato da esso, non riusciva a vedere. Proprio quel libro era l’oggetto più interessante di quel mondo, sembrava rappresentare in parte un invito ad esplorare, e dall’altro impigliare nei suoi disegni chi non conoscesse il senso della misura.

La bambina cominciava ad essere delusa, cominciava a capire che nessuno aveva le sue risposte, ma tutti ne avevano bisogno.

Senza fare altre domande, chiuse gli occhi, respirò e sparì.

...

Quando riaprì gli occhi si ritrovò davanti un uomo sorridente, allegro e imbranato, che giocava a fare il giocoliere come se avesse dinnanzi un vero pubblico, ridendo e parlando da solo. Aveva delle ampie scocche rosse sulle guance, aveva anche un cappello e un gilè. Lei restò a guardarlo divertita per qualche momento, le venne subito da ridere per le sue buffonerie, e appena lui sentì la sua risata, si voltò, si accorse di lei e la prese dolcemente dicendo con fare scherzoso:

"Ehi, una spettatrice, perché ride signorina, mi trova per caso buffo? Allora le piacerà fare a gara con me a chi è più buffo, le assicuro che vincerà lei"

la bambina non riusciva più a trattenere le risate. Così lui disse:

"Allora, le propongo un gioco. Chi finisce per primo una piramide con queste bottiglie vuote vince."

La bambina accettò, si divertì tantissimo. Era sfinita dal viaggio, ma era il primo posto in cui qualcuno la faceva giocare.

Le piaceva quell’uomo, era diverso dagli abitanti degli altri pianeti, era allegro e non la faceva sentire sbagliata o diversa, cominciando a nutrire fiducia in lui pensò che potesse avere qualche risposta, allora gli chiese :

"Le posso fare una domanda? Sa per caso chi sono io? Io vivo su di una stella e vorrei tanto sapere qual è il mio posto in mezzo a tutte le altre stelle"

L’uomo si bloccò, smise di ridere. Rimase immobile, fisso a guardarla, gli occhi gli si colmarono di lacrime. Quella bambina le aveva dimostrato fiducia, lo considerava, era pronta ad ascoltarlo, ma lui non pensava lo stesso di se stesso. Sussurrò debolmente con la voce:

"Io non ne sono capace."

Prese una bottiglia di vino piena e cominciò a bere per dimenticare di vergognarsi della sua incapacità.

Si voltò, bevendo, con lo sguardo nel vuoto e intento con una mano a coprirsi il volto, senza più parlare.

La bambina non capì che quell'uomo era un ubriacone, non ne aveva mai visto uno.

Delusa da quella reazione e da quel cambiamento repentino, anche lei si incupì, e colta da una profonda tristezza, incapace di capire cosa fosse successo, proprio lei che si era sentita così divertita e accolta da quell'uomo, lasciò cadere le bottiglie con cui stava costruendo la piramide. Chiuse gli occhi, respirò e sparì.

...

Prima ancora di aprire gli occhi sentì sul suo volto una luce calda apparire e sparire ad intermittenza. Quando li aprì, vide un lampione di traverso, immerso tra le stelle, continuamnete accesso e poi spento. Era distesa, ma decise di non alzarsi, era tanto stanca, e quella luce dolce sembrava cullarla.

Si mise così ad osservare quest'uomo che accendeva e spegneva il lampione senza sosta, che sembrava non chiedersi il perchè di quel movimento ripetitivo. Lo guardò e gli chiese:

"Perchè lo spegni e lo riaccendi continuamente?"
"Così mi hanno detto di fare"

,disse lui.

"Ma tu cosa vuoi fare veramente?"

,chiese la bambina.

Lui si fermò, non lo sapeva.

"Perchè forse se solo ti fermassi potresti goderti la luce del lampione oppure scegliere di ammirare la luce delle stelle del cielo."

,disse la piccola.

Ma lui non sapeva di poter scegliere, forse nessuno gli e l'aveva insegnato.

La bambina capì che a lui non avrebbe posto le sue domande, non sarebbe stato capace di risponderle un uomo offuscato dal senso del dovere. Nel profondo, però, pensava che forse anche lui era stato simile a lei, aveva avuto, e magari aveva ancora, le sue stesse domande. Probabilmente aveva dato ascolto agli altri, che pensano di sapere tutto. Forse gli avevano fatto credere che le sue domande erano stupide, che bisogna seguire i doveri; forse qualche lampionaio gli aveva detto che l'unico modo di essere nell'universo per aiutare gli altri è essere lampionai, come aveva fatto quell'uomo d'affari con lei. La bambina prima di andar via gli disse:

"La luce che fai accendendo il tuo lampione è di una tale dolcezza che commuove anche le stelle, fermati a guardala qualche volta"

Con gli occhi pieni di tenerezza per quel ragazzo, chiuse gli occhi, respirò e sparì.

...

... la prima cosa che sentì, prima ancora di aprire gli occhi, fu la morbidezza della sabbia. Sentì il calore del sole e di tutti quei granelli. Era distesa e quasi naturalmente mosse i piedi nudi per sentire la sabbia, tanto accogliente da far fenir voglia di crogiolarsi, come si fa a letto prima di alzarsi la mattina. Percepiva una calda luce attorno a sé e quel tepore intenso le rilassò l'anima e le tirò fuori un dolcissimo sorriso. Dopo essersi goduta tutte quelle sensazioni, socchiuse pian piano gli occhi, guardando la sua mano poggiata sulla sabbia. Questa era finissima e di un intenso colore dorato, sembrava davvero oro in granelli. Fece come per accarezzarla, guardandola scorrere tra le sue candide dita. Sorrise intensamente; tutta quella luce ispirava gioia, anzi le tirò fuori una gioia profonda, tanto che per l'emozione cominciò a ridere e a commuoversi, colpita dal trovare tanta meraviglia dopo quel viaggio così difficile. Portò la mano su per far sciovolare verso il basso la sabbia, ma appena l'abbassò rimase a bocca aperta. Davanti c'era un immenso paesaggio multicolore. Era distesa su una delle dune di un immenso deserto colorato. Ciascuna era di un colore differente, non ve ne erano due della stessa tonalità in tutto il deserto, ciascuna aveva una sua personale e unica tinta, quel deserto aveva inventato colori che non esistevano ancora. In tempi antichi, qualcuno aveva dato un nome a quel luogo. L'aveva chiamato "Goab, il Deserto Colorato".

Ma questa è un'altra storia, e si dovrà raccontare un'altra volta.

Si alzò pian piano, per ammirare tutte quelle dune di quell'immenso deserto, del quale non si vedeva la fine. Era spettacolare ma anche preoccupante, perchè non vi era che deserto. Cominciò a girarsi attorno e non c'erano altro che dune. Dove sarebbe andata? Cosa doveva fare ora? Ovunque attorno a sé c'era solo sabbia.

Si fermò a guardare tutta quella vastità senza riuscire a pensare a niente. Guardò con tenerezza la duna su cui si era svegliata, consapevole che avrebbe trattenuto gelosamente nel suo cuore il ricordo di quel colore e di quel risveglio. Si voltò e cominciò a camminare. Passò su dune di tutti i colori, dal rosso rubino al blu notte profondo, passando per le più varie tonalità di rosa, arancione e lilla. Era talmente presa dall'intensità e dal magnetismo di quei colori che raramente guardava davanti a sé mentre camminava. Guardava in basso seguendo lo scintillio di quei granelli, fino a quando, all'improvviso, quel susseguirsi di scintille colorate fu interrotto dalle zampe grosse di un leone. Aveva letto di leoni nel libro che aveva lasciato sul suo pianeta, di come possono essere pericolosi e grandi. Inizialmente trasalì. Poi alzò la testa per guardarlo e appena incontrò il suoi occhi profondi, si calmò. Lui non voleva farle del male, non voleva costringerla a fare niente. Era lì per lei. Era la sua guida.

Il leone era dello stesso colore della duna sulla quale i due si trovavano, un misto tra arancio e giallo, caldi e intensi. Lui si voltò e cominciò a camminare. La stava invitando a seguirlo. Mentre camminavano, accadde una cosa che divertì molto la bambina: il leone cambiava colore insieme alle dune. Passarono su una duna verde smeraldo e il manto del leone divenne dello stesso colore, e quando passarono ad una color giallo canarino, anche il leone divenne giallo. Un sorriso profondamente spontaneo la colse quando vide questa metamorfosi per la prima volta, era come una magia, pian piano cominciò a osservare quell'evento affascinata, aveva in sé qualcosa di stupefacente. Era così magnifico quel leone, così imponente, i suoi movimenti erano morbidi, il suo temperamento grave e solenne. Infondeva un profondo senso di tranquillità e sicurezza.

Anche a lui qualcuno aveva già dato un nome, infondo la piccola intiuva che di certo un libro ne aveva già parlato. Era stato chiamato "Graogramàn, la Morte Multicolore".

Ma questa è un'altra storia, e si dovrà raccontare un'altra volta.

Perchè lei fosse viva nonostante la presenza della Morte Multicolore non si poteva sapere, forse era la farfalla gialla che continuava a seguirla, forse era l'umiltà con la quale aveva sostenuto lo sguardo del leone, forse era per la sua purezza di cuore, forse era perché lui era la sua guida in quel momento. Non ci è dato saperlo, e non è così importante. Importante fu quell'incontro, che nessuno dei due avrebbe mai dimenticato.

Camminarono fino ad una strana caverna, un riparo in mezzo a tutto quel deserto.

...i suoi movimenti erano morbidi, il suo temperamento grave e solenne. Infondeva un profondo senso di tranquillità e sicurezza.

All'interno la caverna era tutta di granito. Il leone, fatto il primo passo su quel pavimento, divenne color nero profondo, lo stesso colore di ogni cosa di quella che sembrava un'ampia stanza. Al loro ingresso, si accesero delle fiaccole, che illuminavano quell'ambiente silenzioso e solenne. C'era anche una specie di altare, il luogo dove Graogramàn moriva tutte le notte, in cima a delle scale, nel bel mezzo della stanza. Il leone l'accompagnò fino ad una porta dalla quale proveniva una forte luce.

Lui si fermò, sedendosi, guardandola, invitandola ad entrare. Si guardarono negli occhi, si aspettarono e salutarono in quell'istante profondo. Probabilmente non si sarebbero più rivisti. Lei lo guardò accennando un sorriso e inchinando la testa. Il leone ricambiò con lo stesso gesto.

La bambina si voltò, ed entrò nella porta, facendosi avvolgere dalla luce.

Dovete sapere che in quel posto c'è un luogo che conduce ovunque e al quale si può giungere da ogni parte. Viene chiamato il Tempio delle Mille Porte. Nessuno lo ha mai visto dall'esterno perchè non ha un esterno. Il suo esterno consiste in un labirinto di porte...

Ogni porta, persino una comunissima porta di cucina o di stalla...persino l'anta di un armadio, può in un determinato momento diventare la porta di ingresso al tempio delle Mille Porte. Perciò nessuno può passare più di una volta dalla stessa porta. E nessuna delle mille porte riconduce là dove si è venuti. Non esiste ritorno.

La porta alla quale il leone l'aveva accompagnata era diventata in quel momento l'ingresso del tempio, quasi la stessero aspettando.

Accecata dall'intensa luce nella quale era entrata, la bambina ci mise qualche secondo a capire dove si trovasse. Tutto era bianco. C'erano solo 6 specchi, tutti vicini, uno accanto all'altro, a formare un largo ovale. La bambina si avvicinò per guardarli meglio, ne osservava i contorni, e vedeva la sua immagine riflessa da tutti. Ma quando cercò di guardare il suo riflesso, non lo vide.

Nel primo specchio c'era il riflesso del re, l'uomo del primo pianeta, che si muoveva e parlava da solo, elargendo ordini e offendendola. Riascoltava le stesse parole che le avevo detto.

La piccola trasalì e ricordò quella tremenda sensazione. Cominciò a vedersi come il primo specchio la descriveva e si spaventò. L'immagine continuò a parlare, mentre lei decise di voltarsi e passare all'altro.

Il secondo specchio era avvolto dal fumo, o meglio, nello specchio si poteva vedere solo una nuvola di fumo grigio scuro. Dopo qualche secondo emerse da esso un sigaro e la faccia corrugata e rigida dell'uomo d'affari del secondo pianeta, con in mano mille fogli, che faceva il suo discorso sull'efficienza, con un tono e una persuasione degne di un manipolatore.

La bambina ascoltando quelle stesse parole che si era sentita dire su quel pianeta fumoso, si impietrì. Comiciò a pensare che così funzionasse il mondo, che dovesse adeguarsi a tutti quei numeri, ma la cosa la mandava in confusione, si sentì soffocare, si voltò e passò all'altro.

Tutto quello le sembrava un deja-vù. E i riflessi non smettevano di parlare e muoversi. Si chiedeva perchè lo specchio non riflettesse la sua immagine invece di quelle cose tutte quelle tremende. Ma lei con forza andava avanti, sentiva di non poter fare altro.

Passò al terzo specchio, dove vide decine di donne accalcarsi ad uno specchio tutto illuminato. In realtà era un vero specchio nello specchio, si potevano vedere le donne vanitose intente a specchiarsi nell'atto di truccarsi e sistemarsi i capelli, e chiacchierare confusionalmente in un chiasso tremendo, ripetendo continuamente a se stesse le stesse parole che avevano rivolto alla bambina. Si dicevano che bisogna piacere, essere belle, e tutti i loro soliti discorsi. La bambina vide il suo riflesso nello specchio di quelle donne. Si vide in mezzo a tutte loro. Non era curata, anzi era stanca, esausta, ma vedeva nei suoi occhi la sua luce, ma non riusciva a crederci abbastanza per distruggere quelle immagini. Cominciava a non credere più che il suo riflesso fosse quello giusto. Si chiedeva se quella luce non fosse in realtà una sua illusione, se non avessero ragione tutte quelle donne, eppure chi erano loro per dirle chi fosse lei. Quel riflesso aumentò la sua agitazione, cominciava a respirare affannosamente. Abbassò la testa per non vedere, presa dalla paura.

Non potendo più sostenere quella visione tremenda, passò al quarto specchio. Vide l'esploratore con quel suo grande libro, e cominciò a temere di diventare come lui, chiuso in un piccolo mondo di rappresentazioni, incapace di vivere il mondo che aveva attorno. Nello specchio c'era lui che leggeva, totalmente indifferente e incapace di notare una farfalla che ,posatasi prima sul suo libro, gli era poi passata proprio sotto il naso. Il suo sguardo era rimasto fisso su quel libro di immagini. Trasalì e si disperò. Temeva che sarebbe diventata come lui. Non voleva non riuscire più a vedere le cose attorno a lei. L'affanno del respirò cominciava a rendersi udibile. Stava confondendo se stessa con tutti quei riflessi e aveva paura di tutto questo.

Sempre più nervosa, passò al quinto specchio che rifletteva l'uomo ubriaco con la mano sul volto, intento a bere, e vide in lui la vergogna di se stessa, di ciò che tutti quei riflessi avevano detto di lei, non ne poteva più. Presa dalla tristezza per quell'uomo, quasi le veniva da piangere. Distolse lo sguardo, le mancava il respiro, così cercò di respirare quanto più profondamente possibile.

Le mancava l'ultimo specchio. Era a terra, ma sapeva che non poteva superare tutto senza finire il viaggio. Così, raccolse tutta la sua forza e guardò nell'ultimo specchio.

Vide il lampionaio, intento a spegnere ed accendere il suo lampione, senza occhi per altro che non fosse il suo dovere. Lei fino a quel momento aveva fatto tutto ciò che gli altri le avevano detto, e in ciò si riconosceva in lui. Aveva ascoltato tutte le parole di quei personaggi come un dovere da eseguire e una verità in cui credere. Eppure quel ragazzo le faceva tanta tenerezza, come ne faceva a se stessa. Aveva seguito gli altri perchè tutti hanno bisogno di guide, ma forse aveva dato troppo spazio a loro che poco a sé.

Sentiva quel brusio irrequieto di voci, di affermazioni presuntuose sul mondo, di giudizi, di comandi, oppure di silenzi insopportabili, come quello indifferente dell'esploratore e quello ingiustamente sostenuto dall'ubriacone, che sembrava soffrire di una debolezza inesistente, come lei. Cominciò a piangere e respirare affannosamente, circondata da tutte quelle figure parlanti che sembrava riflettesse. Non smettevano di parlare. Si allontanò dall'ultimo specchio e si mise al centro dell'ovale, tappandosi le orecchie, stringendo gli occhi, cercando di tenersi stretta, di abbracciare se stessa, dentro di sé.

Loro non sapevano niente di lei, delle sue fiabe, della luce della sua piccola stella, e di tutto ciò che aveva lascito su di essa.

Stringendo le mano sopra le orecchie, con gli occhi chiusi, sentiva chiaro e forte il suo respiro. Le voci, ormai, erano diventate un brusio indistinto, un rumore.

La bambina respirava, e nonostante quella confusione attorno a sé, si ascoltava. Ascoltava il suo respiro e il suo cuore, le uniche cose alla quali riusciva ad aggrapparsi e che potevano aiutarla. Recuperata un po di calma e di pace dentro di sé, aprì lentamente gli occhi e vide due piccole bellissime ali gialle. La farfalla che la seguiva dall'inizio del viaggio si era posata sul suo piccolo naso. Non volò via quando aprì gli occhi; rimase lì, agitando leggermente e lentamente le ali, confortandola con il suo colore luminoso. Le sue stesse ali sembravano emanare luce, quasi intente ad illuminare i suoi occhi. La bambina accennò un sorriso leggero, pieno di meraviglia e stremato dal pianto; poi sentì una voce dolce e morbida.

Le diceva: "Ricordi il tuo nome?"

Probabilmente era stata la farfalla stessa a parlare, ma non era importante adesso. La cosa importante era il suo nome. La piccola si illuminò a quella domanda, intuendo che fosse la chiave di tutto. Era certa di saperlo, lo sentiva 'sulla punta della lingua', ma non riusciva proprio a trovarlo, perso com'era nella sua mente.

Pensò a mille nomi: Fillide, Vandelia, Margherita, ecc. . Poi ricordò. Guardò il giallo intenso delle ali della farfalla e pronunciò il suo nome:

"ANEMIVIA"

Appena pronunciò il suo nome la farfalla diventò variopinta, si riempì di sfumature e lineamenti, arricchì di geometrie le sue ali. Linee colorate partivano dal corpicino della farfalla dipingendo le ali, quasi fosse il contatto con il nasino della bambina a renderli possibili. Cominciarono dapprima a diffondersi linee nere, che diedero forma alle geometrie armoniose delle ali, poi colori più vivaci ,come il blu, il rosa e l'arancione, cominciavano ad arricchire di sfumature quei disegni, dando loro profondità. Era tutto in equilibrio con armonia e leggerezza.

Quella misteriosa voce continuò: "Le linee nere sono il dolore che ciascuno vive nella sua vita , che bisogna imparare a dipingere perchè diventi un'impalcatura forte per le nostre ali. Solo le linee scure possono evidenziare i colori."

Poi continuò:

"Guarda le altre farfalle, in tutte c'è equilibrio. Alcune sono candide e di un semplice colore pastello, come lo sono stata io finora. Ma se si vuole vivere nel mondo non ci si può aspettare che nessuno ci ferisca, così bisogna imparare a dipingere. Bisogna imparare ad orientarlo, creando con esso la nostra intelaiatura.

Possiamo sempre scegliere. Scegliere se renderlo una nostra forza e orientarne le forme, mettendo in evidenza i nostri colori e chi siamo, realizzando la nostra unicità; oppure possiamo sopportare e lasciarci assilare da esso. Bisogna dipingere il dolore facendolo diventare la nostra forza.

Infine, concluse:

"L'amore è la risposta che cerchi, e il tuo nome è l'atto d'amore più importante che devi a te stessa. L'amore e la cura di te.

Abbi sempre cura del tuo nome.

Quanto amore c'era negli occhi delle donne e degli uomini che hai incontrato? Probabilmente non c'era affatto, né per loro stessi né per gli altri.

Le armoniose geometrie che hai dipinto sulle mie ali sono state orientate dall'amore che hai espresso per te stessa pronunciando il tuo nome, con il quale hai saputo dipingere il nero che ti soffocava. Guarda le mie ali, le hai create tu. Io sono la tua farfalla, queste sono le tue ali e tu oggi le hai variopinte."

Per tutto il tempo la farfalla gialla, adesso variopinta, era rimasta sul suo nasino. La bambina osservò quelle ali rese ancora più belle, più definite e forti da tutti quei colori e quei contorni neri, che evidenziavano e ricreavano le venature delle ali, elaborando disegni armoniosi che le piacevano tanto. Non poteva credere fosse stata lei a dipingerla così.

La bambina adesso aveva la sua risposta, e dagli altri pianeti aveva imparato che bisognava anche difendersi, e modellare ciò che ci raggiunge e ci fa male, altrimenti si sarebbe accumulato dentro di lei.

Ammirò ancora un po quelle ali che si muovevano dolcemente davanti ai suoi occhi. Era serena e si dava il tempo di far germogliare le parole della farfalla dentro di sé. Erano parole buone e ne aveva tanto bisogno.

Pian piano si addormentò e, respirando profondamente e serenamente, sparì.

Aveva lasciato quella stanza con gli specchi. Sappiamo che tornò sul suo pianeta, riprese a farlo brillare ancor più intensamente, si prese cura di tutto ciò che aveva lasciato lì, ma non sappiamo se continuò la sua solita routine. Probabilmente no. Quando tornò sul suo pianeta lo arricchì di cose nuove e, senza saperlo, era cresciuta. Da notare che non era diventata grande, ma non era neanche più solo una bambina.

Non era più una semplice farfalla gialla, si era arricchità di sfumature e aveva aggiunto colori, anche se la base e il sostegno di tutto era sempre la sua dolce luce gialla. Aveva dipinto il dolore facendolo diventare parte della sua impalcatura, capace di rendere più forte ed evidente la sua luce. Il suo nome era importante, non doveva mai più dimenticarlo o metterlo in dubbio. Esplorò nuove gallassie e stavolta seppe affrontarle. Ma soprattutto non dimenticò mai più che si chiamava Anemìvia.

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