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Una storia di Mina

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Lorenzo

sconosciuto, amante e vicino immaginario.

Pubblicato il 28 febbraio 2017

Sono a Pisa da novembre, quasi quattro mesi. Più di tre, meno di quattro.

Non ho stretto nuove amicizie, non mi sto impegnando, non ne ho voglia, non voglio amici nuovi, quelli vecchi mi piacciono così tanto.

Ho solo gente che vedo ciclicamente nello stesso punto alla stessa ora: gente da salutare con un cenno degli occhi al mattino.

Qualcuno anche con la mano.

Qualcuno anche col sorriso. Solo un paio.

Solo alla sera.

Di contro però faccio una cosa divertente. Parzialmente sana. Interamente banale.

Ho gli amici immaginari.

Nel senso che esistono, respirano, si muovono, fanno cose, vedono gente ma sono amici solo per me. Loro non ne sanno niente. Senza alcuna approvazione, diventano amici miei.

In attesa dei treni ne ho conosciuti diversi. Fare amicizia in uno stato di attesa è bellissimo.

Hai pochi minuti e devi fare tutto: cercarlo, sceglierlo, dargli un nome, dargli un’età, una città, un lavoro, una frustrazione, una gioia, un partner, un cane o un pesce rosso, un monolocale o un B&B, una dipendenza, un tradimento, uno sport, un vizio, un peccato, un amore finito o uno iniziato, un amore impossibile, o uno impassibile.

Hai pochi minuti e devi fare tutto.

Tre giorni fa per la prima volta ho fatto amicizia davanti la porta di casa, quella in Piazza Mazzini n. 6, quella col portone verde bottiglia. Quella dentro al cortile con i rampicanti e la panchina nera.

Là, esattamente là, di fronte a me, una finestra, una luce.

Una lampadina che chissà per quanto tempo è rimasta morta. Una finestra che chissà per quanto tempo è rimasta aperta.

Di colpo tutto ha cominciato a respirare.

Dentro a quel quadrato di stanza spoglio e senza vento ci sta Lorenzo. O forse Tommaso.

Magari Giorgio o perchè non Pietro?

Stefano o magari Claudio!

Per comodità, per velocità lo sconosciuto, amante e vicino di casa lo chiameremo Lorenzo.

Lorenzo che ha traslocato da poco. Lorenzo che si è lasciato tutto alle spalle ed è partito.

Lorenzo che le ha scritto di nuovo e poi si è pentito.

Lorenzo che quel vizio di fumare non se l’è riuscito a togliere. Lorenzo che quando sta bene conta le mattonelle.

Lorenzo che da tre sere puntualmente sta davanti al suo muro nuovo e scrive.

Si alza le maniche fino ai gomiti e scrive.

Cosa scrive?

Forse un manifesto. Forse una canzone. Forse tutte le cose che vuole fare da qui al 2056.

Forse tutte quelle che non è riuscito a fare fino a qui.

Forse la lezione all’università. Forse un monologo sulla vita. Forse una poesia di Ungaretti. Forse una barzelletta sporca.

Forse niente.

Forse fra una settimana spunterà un grande tribale col drago e sarà terrore.

Ora io da Lorenzo ci vorrei andare. Ci vorrei andare con una scusa banale, gli vorrei andare a chiedere il sale che mi è finito oppure lo zucchero che anche se c’è è plausibile che finisca.

Io da Lorenzo ci vorrei andare come si fa nei film americani: si raggruppa la famiglia, si fa la torta e si va a dare il benvenuto.

Io da Lorenzo ci vorrei andare e ci vorrei andare a vivere insieme dalle 18.00 alle 21.00, quando lui scrive, trascrive e disegna.

Poi me ne andrei. Tanto poi lui svanisce nel buio e non c’è più nulla.

Io da Lorenzo ci vorrei andare. Ma non ci vado. Che se poi spunta il tribale col drago, ci resto male. Quindi niente. Non ci vado.

Ciao Lorenzo. O forse Tommaso.

Magari Giorgio o perchè non Pietro?

Stefano o magari Claudio!

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