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Una storia di angeloranieri

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Giorno 4 - Cesenatico

Diario di viaggio

Pubblicato il 28 gennaio 2017

25/08/2016

A colazione ci sono i pancakes ed io impazzisco per i pancakes. Sono talmente buoni che ho esagerato, come al solito. A Napoli si dice “è bell’ o’ magnà”: come non essere d’accordo. Siamo scesi sulla spiaggia e affondare di nuovo i piedi nella soffice e bianca sabbia dell’Adriatico dopo circa un anno ha causato una marea – tanto per restare in tema mare – di ricordi: le partite a calcio con i bambini, di quelle che cadevi per terra zeppo di sudore e ti rotolavi tra i granelli sottili e microscopici di quel velluto bianco; le serate in spiaggia con famiglia ed amici a ridere e a giocare finché i fianchi non cedevano sulle gambe stanche; i castelli di sabbia e le trappole in cui ci gettavamo noi stessi, ridendo a crepapelle fin dentro alle ossa.

Il mare davanti agli scogli è così basso che potresti camminare fin l’orizzonte toccando ancora il fondo, la sabbia è così soffice che nulla ha da invidiare ad un cuscino.

Dopo una mattinata di meritato relax a seguito di tre giorni di perenne cammino, dopo pranzo inizia la nostra avventura per Cesenatico. Esploriamo il parco Levante, una sconfinata distesa verde contornata da grossi alberi e cespugli che pare infinita ed interminabile, e che ospita numerosi animali quali galline, anatre, oche, galli e particolari varietà di uccelli, nonché grosse tartarughe marine che invadono le acque del gigantesco lago al centro del parco.

Usciti, arriviamo finalmente in centro e alla vista delle grosse navi disposte una dietro l’altra lungo il fiume del Porto Canale progettato da Leonardo Da Vinci veniamo colpiti da un sussulto di stupore: Cesenatico non è solo mare, Cesenatico è tanto altro ancora, cosa che scopriremo nei dettagli pochi minuti dopo, all’ingresso del Museo della Marineria.

Curata nei minimi dettagli, l’esposizione del Museo della Marineria è un percorso affascinante che ti fa precipitare indietro nel tempo in viaggio su una nave in legno dalle vele issate. Con un piano dedicato alle descrizioni delle varie parti di cui era composta una nave, accompagnate da esemplari rigorosamente originali, prima dell’avvento del motore e delle imbarcazioni moderne, che hanno abbandonato il solo utilizzo di legno, ferro e canapa, si accedeva ad un secondo piano in cui dominavano oggetti di uso comune sulle navi, descrizioni sulla scelta dei colori delle vele e dei disegni degli occhi sulla prua dell’imbarcazione, cartine geografiche dell’Adriatico, storie di guerra, storie di fari e metodi di sopravvivenza e comunicazione di un marinaio d’altri tempi. Un viaggio nel passato, un passato che non ritorna più e che provoca in me una nostalgia come fosse il mio passato, la mia infanzia. Leggere di quelle storie, guardare i filmati dei documentari, toccare con mano quegli oggetti che vivono come esseri viventi ma che al contrario di essi non muoiono, hanno acceso in me una tempesta di ricordi dei miei antenati che non ho vissuto personalmente, ma che loro hanno comunicato a me attraverso il senso di appartenenza alla razza umana, come forma di vita ingegnosa e prodigiosa, capace con la propria testa di dar vita a ciò che non vive, un pezzo di legno o di ferro. E non stiamo parlando di Pinocchio, stiamo parlando di grosse imbarcazioni capaci di cavalcare i mari e lottare contro le tempeste, raggiungere l’irraggiungibile: l’orizzonte.

Cartoline, Museo della Marineria.

Il viaggio di circa tre ore all’interno del museo non è però finito qui. In altre stanze si accedeva a reperti archeologici dell’impero romano rinvenuti a Cesenatico e dintorni. Affascinante anche la sezione dedicata ai ritrovamenti dei fossili animali e vegetali risalenti a milioni di anni fa, molti di essi estinti, e alla sezione che ospitava gran parte della fauna romagnola imbalsamata, nella quale spiccava un rarissimo esemplare di pesce Luna rinvenuto proprio a Cesenatico il secolo scorso.

Una volta fuori dal museo interno, ecco che ci spettava un’ultima visita: potevamo salire su una delle imbarcazioni ed esplorarla, da poppa a prua, fin dentro la stiva. Era un esemplare del 1936, che aveva terminato la sua attività nel 1981 per poi essere rispolverato dal dimenticatoio, restaurato ed esposto all’esterno del museo tre anni dopo; e da quel lontano 1984 la barca non si è più spostata da lì, insieme alle altre sette lungo il Canale leonardiano. Continua a vivere lì, ferma, levigata da piogge, nevicate, bufere, ma ancora viva, florida in tutto il suo splendore. La stiva aveva il profumo di antico, quello che senti nelle cantine dei paesini di montagna, e un fascino epocale carico di meraviglia. Entrare negli stanzini in cui si passavano le ore notturne, quei letti fatti di legno duro che levigavano la schiena, le dispense costruite ergonomicamente in modo da ricavare quanto più spazio possibile da ogni angolo, mi faceva fantasticare come un bambino che ascolta i racconti del proprio nonno marinaio, ma con gli occhi e non con l’udito.

Dopo alcuni interessanti discorsi sul turismo con la guida del Museo, abbiamo abbandonato controvoglia la nave per andare a gustare una deliziosa piadina romagnola. Ormai si era fatto buio, ma siamo andati curiosando per le stradine del centro, trovandoci di fronte a Piazza delle Conserve; non ci si aspetti la fisionomia delle grandi piazze di città, nemmeno di una piazza in generale. Piazza delle Conserve ha un fascino tutto suo: è un insieme di case antiche, quelle di un tempo, in cui si sente vivo ancora il valore della tradizione. Ma la cosa più interessante è la grossa cella frigorifera che veniva utilizzata dai pescatori per conservare le enormi quantità di pesce sotto sale. Da lì ci siamo inoltrati in un mercatino d’artigianato in cui mi ha colpito l’arte del riciclaggio delle gomme delle ruote realizzata da una giovane donna che aveva creato ogni tipo di oggetto di abbigliamento e non.

Sulla strada del ritorno un’altra sorpresa. In una struttura comunale si stava svolgendo la mostra “Darwin e l’evoluzione dell’uomo” a cura di Dario Fo. Una carrellata di quadri realizzati da egli stesso e commentati alla sua maniera davanti al pubblico di visitatori. Quando mi sono ritrovato ad un metro dal Premio Nobel per la letteratura ho iniziato a sudare, ho pensato a quanto ha fatto durante la sua vita, a quanto ancora contribuiva con la sua intellettualità a trecentosessanta gradi, dalla pittura alla recitazione, dalla letteratura alla sceneggiatura. Una di quelle personalità che ha speso tutta la sua vita all’inseguimento dell’arte e che ora, a novant’anni suonati, non si dà per vinto e diffonde ancora sé stesso e ciò che ha fatto. I quadri esposti, tutti particolarmente ricchi di colori e linee imprecise, mostravano un indubbio valore artistico sublime e piacevole all’occhio, e tutti erano in qualche modo collegati a Darwin, alle sue teorie evoluzionistiche e alla Genesi. Dario Fo è stato davvero la dolce sorpresa della serata, un brav’uomo dal sorriso contagioso e dalle mani tremanti, in mezzo alla gente disponibile a parlare e scambiare pensieri.

Gli Amanti, Dario Fo.

Sono tornato in hotel entusiasta e impreziosito da una giornata spesa in una macchina del tempo.

Un viaggio nel viaggio, perché viaggiare non stanca mai, nemmeno di fantasia. Passerei la vita sempre così, vivendo intensamente ogni attimo, ogni posto.

Domani tocca a Senigallia, la città che ha visto nascere i due artisti che hanno contribuito a farmi essere quello che sono oggi: i fratelli Tarducci.

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