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Una storia di PatriziaPat

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FRACASSA

Classe 1904

Pubblicato il 28 aprile 2017

Cesare, detto Fracassa, classe 1904, raccontava così.

“…1943, in realtà l’avventura della guerra dell’Italia fascista, cominciò qualche anno prima. In una sera di giugno, Mussolini ne diede l’annuncio, ma ci avevano detto, o almeno avevano provato a farci credere, che tutto sarebbe finito velocemente e con la nostra vittoria. Ben presto ci si rese conto che non sarebbe andata così. Durò cinque anni, cinque lunghissimi anni in cui ci trovammo a combattere la più lunga battaglia della nostra vita, contro la fame, contro le bombe, contro un conflitto che si allungava di giorno in giorno sempre di più. Avevo ancora il ricordo della Grande Guerra, seppure fosse solo l’immagine sfocata degli occhi di un bambino, di una famiglia contadina, non scorderò mai l’ansia stampata sul viso delle donne di casa per l’attesa vana delle notizie dal fronte che non arrivavano mai e gli annunci drammatici di morte. Ora, con la dichiarazione di guerra, si stava tornando indietro, e se qualcuno la accolse con allegria, come una novità che interrompeva la solita ruotine, un’avventura emozionante insomma, in realtà, l’Italia vera si presentava come un paese povero, senza mezzi bellici, fascista non per scelta, e soprattutto impreparato, sia nei confronti del più impensabile alleato, la Germania di Hitler e i nazisti, sia nei confronti delle potenze democratiche di Francia Inghilterra e Stati Uniti, per non parlare della Russia comunista. Non ero né fascista, né partigiano, ma solo il padre di una famiglia numerosa come si usava allora, un semplice operaio della SICE che diventava contadino nel dopolavoro per necessità familiare. Lavorare alla Sice era un sogno di molti, significava mantenere dignitosamente la famiglia, sopravvivere agli stenti, e avere la possibilità di comprarsi una casa, un sogno, questo, da realizzare magari in un futuro non proprio prossimo.

Un lavoro durissimo per la produzione di carboni elettrici per altiforni, raschiavo i carboni, e mentre respiravo quella polvere nera, mi si spellavano le mani; eppure indossavo quella tuta blu ogni mattina con fierezza e correvo in bicicletta per più di dieci chilometri, per arrivare un attimo prima del suono della sirena. Un lavoro non esente da pericoli, satollo di fatica, si diventava neri, tutti uguali, con una finestra bianca, i denti, quando sorridevi.

Ma c’era la mensa, quindi un pasto era assicurato, una minestra calda di solito, c’erano i contributi, c’era la Befana per i figli piccoli e soprattutto c’era un salario fisso seppur misero.

Molte persone, come me possono raccontare la storia della Sice, fiere del benessere che ci dava, rispetto alle altre piccole fabbriche esistenti allora nella zona. Un tempo difficile, quindi, con la miseria, la povertà, la tessera per mangiare, la guerra, i bombardamenti, le incursioni dei tedeschi nelle case e l’attesa degli alleati.

Ma tornando alla fine del 43, c‘era già stato l’armistizio, il “vero tradimento degli italiani” per l’esercito tedesco. Fu allora che subimmo le angherie più tremende, i raid aerei, il coprifuoco. I tedeschi invasero l’Italia, arrivarono anche a Castel di Lama, ed erano soliti fare delle incursioni nelle case dei contadini, cercavano armi, munizioni, partigiani, oro, denaro, mettendo paura, tanta paura.

Non ho mai avuto paura né dei tedeschi né dei fascisti, né del Segretario del Fascio, non avevo armi né tantomeno munizione, per non parlare del denaro o dell’oro, a malapena riuscivo a sfamare i sette figli già nati; ogni due anni ne mettevamo al mondo uno, sani, belli, forzuti, la più grande era Ida, poi Renato, Guido, Olga, Clara, Romano, Mario, Luigi piccolissimo a quel tempo, e ci riuscivo anche grazie a mia moglie Ntenètta de Panechì (Antonia all’anagrafe). Non so quante volte ho litigato con il Segretario del Fascio, perché i soldati rubavano le patate nell’orto o le galline nel pollaio, spesso l’ho aggredito violentemente rischiando anche la pelle. Durante una discussione una sera gli rifilai un pugno e caddero due denti. Uva, olio, verdura, galline, polli, conigli, vacche e pecore ci davano il sostegno per andare avanti, e non potevo permettere a nessuno di togliere il cibo dalla bocca dei miei figli, figuriamoci ai tedeschi. Quel pomeriggio ero nell’orto, quando sentii un rumore di un automezzo avvicinarsi verso l’aia di casa. Un rumore inconfondibile, visto che di solito al massimo si sentiva solo il cigolio della “tragghia con i buoi” o la motorella del Segretario che passava a riscuotere le tasse. Corsi velocemente a casa e dissi: “Ntenètta i tedeschi!” Esile, magra, bassa, fino sotto il mio costato, quattro peli di capelli, raccolti in un piccolo toppino dietro la nuca, un gonnellone che arrivava fino al polpaccio, una camicia di canapa bianca, un grembiule sopra, lungo quasi come la gonna due calzettoni di lana di pecora pizzicosa e un fazzoletto al collo. Sbiancò per la paura e richiamò tutti i bambini a casa.

“Oddio ‘Cè che ci faranno?”

“Niente ci faranno, stai tranquilla ci penso io!”.

E quel “….Ci penso io” … diceva già che forse mi sarei messo nei guai. La lasciai lì, poco rassicurata, anzi forse era davvero preoccupata, conoscendo il mio temperamento.

E si alzò un gran polverone quando arrivò la camionetta sull’aia.

Mi feci trovare sulla porta della stalla con il forcone in mano e gli stivali sporchi di letame e di terra. Alzai il braccio in segno di saluto con il palmo della mano ben aperto e le dita distanziate tra loro. Eh sì, perché fesso non mi avrebbero fatto e non era certo un saluto fascista quello che volevo fare. Scesero due militari, giovani, trent’anni circa, vestiti impolverati e magrissimi, ad armi spianate.

Dopo poche parole in tedesco che non capii, presero a girare per l’aia: nel frattempo presi un fiasco di vino rosso, nella cantina a fianco alla stalla, quello che era stato tirato dalla botte, e che sarebbe servito per la cena, e a un mio cenno, Ntenètta scese velocemente, due bicchieri. In realtà solo quei due bicchieri c’erano in casa, l’acqua si beveva direttamente dalla conca con la maniera di rame e durante il pranzo o la cena facevamo a turno per bere il vino, si beveva tutti dallo stesso bicchiere dal più anziano al più piccolo. Finito il giro attorno all’aia, i soldati tornarono vicino la camionetta e a quel punto, porsi loro il fiasco e i bicchieri. Dopo due o tre bicchieri ciascuno, entrambi si avvicinarono al pozzo dell’acqua e tirarono giù il secchio; era chiaro che volevano lavarsi e rinfrescarsi un po’. Io ero rimasto dietro alla camionetta, fermo come un palo impiantato. Dovevo vedere cosa portavano a tutti i costi, forse erano armi, forse viveri, forse bombe, forse denaro o oro, dovevo rischiare, e vedere. Bastava un attimo e un bel po’ di coraggio.

Se fossero state armi, non sapevo che farmene, ma era noto che stavano facendo delle incursioni nelle case dei contadini, appoggiati dal Segretario del Fascio della zona e portavano via tutto ciò che era buono per mangiare, o tutto ciò che era di valore; in casa mia non avrebbero trovato nulla, se non il pane che stava facendo Ntenètta. Forse il tale Segretario li aveva avvisati di ciò e anche del mio carattere. “E se ce lo portano via, quel buon pane – pensai – è un bel problema!”. E allora il coraggio mi venne. Con un gesto velocissimo e il cuore in gola, tirai su con il forcone, un angolo del telone verde che copriva il bagagliaio.

Cibo, solo tanto cibo, mai visto tanto cibo neanche alla bottega di paese. I soldati si stavano lavando la faccia e scherzosamente si tiravano l’acqua addosso, l’un con l’altro e non fecero neanche caso al mio gesto, per fortuna, sennò ero già “Kaput”. Mentre i soldati ritiravano di nuovo il secchio, mi avvicinai al pozzo e con forza infilai il forcone in terra, strofinai le mani sui pantaloni per pulirle e dissi che andavo a prendere uno straccio per asciugarsi, per farmi capire feci anche il gesto con le mani di lavarmi e asciugarmi. “Danke” rispose uno di loro, con tono serioso e autoritario, come se non volesse prendere tanta confidenza con me. All’inizio della rampa di scala mi tolsi gli stivali e a piedi nudi corsi in cucina, si erano radunati tutti lì, Ntenètta con i nostri figli e il vicino di casa, Vincè di Ballatori, che allarmato dal rumore della jeep era corso a vedere cosa succedeva. A quel tempo si usava così, non era per curiosare che si entrava in casa degli altri, ma per sostenere ed aiutare. Bei tempi, quelli! Dissi che avevano una camionetta piena di ogni ben di Dio e ordinai alle donne di cucinare un bel pollo al forno per farli mangiare bene e soprattutto dissi di farli bere tanto, ma tanto, fino a farli ubriacare. E nel momento in cui non si sarebbero tenuti più in piedi per il tanto vino bevuto, ordinai a Ntenètta di portarli nella nostra camera cedendo loro il nostro letto. Al resto pensavamo noi uomini.

“Cè, che vuoi fare?” – accennò mia moglie. La guardai, le sorrisi e le dissi di fare come le avevo detto. Vincè , capì immediatamente cosa avevo in mente, mi conosceva troppo bene, lui. Le donne sudavano a freddo però, e i bambini non fiatavano dalla paura. E così fu. Ntenètta scese non pollaio e tirò il collo al pollo che in un attimo fu pulito, sventrato e condito con un po’ di sale, rosmarino e il lardo del maiale, altro non si aveva di condimento. Dopo essersi lavati, i militari salirono in casa, i bambini stavano mangiando un po’ di cacciannànze attorno al fuoco; sempre con le armi in mano, passarono tutte le stanze, aprirono la “scansìa”, guardarono sotto i materassi, entrarono nel magazzino ma per quanto cercarono, non trovarono nulla, nè da portar via, nè da mangiare, c’era solo la cacciannànze, sul tavolo. Intanto, dal forno a legna le donne tirarono fuori il pane caldo, e infilarono dentro il pollo con le patate. Qualcuno scese a prendere ancora una conca di acqua e le uova dal pollaio. Tutto doveva sembrare normale. La solita calma e flemma di quelle persone che hanno sempre il tempo di fare tutto. Intanto i soldati, richiamati dall’odore del pane fresco che ancora scricchiolava nella madia si erano seduti a tavola presero a mangiare la cacciannànze, Ntenètta portò due fiaschi di vino, e poi ancora altri due fiaschi.

La cucina aveva preso un buon odore di pollo arrosto, che non tardò a cuocere visto che il forno era già caldo.

Aprirono una cartina sul tavolo e chiacchierando in tedesco segnavano un percorso, verso nord. Dopo un’ora circa erano già belli alticci. A malincuore, ai bambini toccò cenare con il solito pancotto e poi furono mandati tutti a letto, tutti in una stanza, quella più lontana dalla cucina, quella dietro al magazzino. Non salii a casa per cena, e nemmeno Vincè lo fece. Era notte profonda quando mia moglie si fece vedere dietro il vetro della finestra e mi fece cenno che dormivano. “Bene” – pensai tra me. Aspettai ancora una mezz’ora fumando un paio di nazionali senza filtro insieme a Vincè e mi immaginavo le donne intorno al fuoco che sgranavano un rosario tra le mani umide di sudore freddo. Era giunta l’ora di entrare in azione! Piano piano svuotammo gran parte della camionetta e portammo via tutto quello che ci poteva servire per vivere e mangiare in tranquillità per qualche tempo. Pasta, riso, scatole di carne, di tonno, di sgombro, di alici, di fagioli, di ceci, cioccolato, farina, zucchero, sale, pastarelle. Portammo tutto nella grotta, in località “Cese”, una grotta lontana da casa ma sicura. In quella grotta scappavamo per nasconderci durante i bombardamenti. Al fischio delle sirene Ntenètta prendeva la cesta del pane fatto in casa e tutti i figli, e correva verso “i Cese” passando sotto gli alberi o dentro i fossi per non essere notata dai piloti. Tutto fu trasportato a mano nei cesti, senza usare nessun mezzo e senza far un minimo di rumore per paura di svegliare i soldati.

Quando la camionetta fu quasi svuotata, ci mettemmo dietro due belle balle di fieno, mentre davanti lasciammo un po’ di roba da mangiare, così come l’avevamo trovata. A guardarla era integra come quando era arrivata.

E non sentivo neanche la stanchezza, ero fresco come una rosa!

All’alba, quando i soldati si svegliarono, mia moglie stava già versando il latte appena munto e ancora caldo. Fecero colazione con latte e pane secco, poi scesero sull’aia. Io ero nella stalla, Vincè era nascosto dentro il porcile e spiava la scena; uno di loro entrò e diede una bella pacca sulla groppa della vacca puzzolente, l’altro rimase fuori a controllare la zona che a quell’ora era deserta. Quello che era entrato nella stalla uscì e si avviò verso la camionetta; in quel momento mi si gelò il sangue, non ho respirato e non proferii parola per non balbettare. Prese da sotto il sedile guida, due pastarelle e, indicando con la mano l’altezza poco più di un metro, mi fece capire che erano per i bambini; non dissi nulla, neanche un cenno per ringraziare, con il cuore a mille, ero impietrito dalla paura di essere scoperto. Salirono a bordo e partirono in fretta senza controllare il carico, forse, anzi sicuramente, ancora erano intontiti per il vino bevuto la sera prima.

Se davvero si fossero svegliati la notte, o si fossero accorti del furto ci avrebbero fucilato all’istante senza preavviso, tutti, uomini donne e bambini, invece la fortuna volle che fosse andato tutto liscio e così due famiglie di persone oneste, mangiarono bene per più di tre mesi.”.

Questa è la guerra. Cesare era mio nonno. Questa storia non è scritta sui libri di scuola, è la mia storia che porto nel cuore.

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