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Una storia di IvanBerardi

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Essenziale 2049

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Essenziale 2049

30 anni nella U.I.

Pubblicato il 20 novembre 2017

Marco, Ghildon ed i bambini sono davanti a me, sul ‘terrazzo’. Stanno guardando Leinni; sembra un’enorme parete verticale, a sole ottocento miglia da noi. Immenso. La sua massa ruota lentamente, con la pigrizia di un gigante. Sento Chandra chiedere a Ghildon se da lì possono vedere casa, ma papush, come lo chiamano i bambini, le spiega che casa e Fendol sono dall’altra parte: quella dov’è notte e tutti dormono. “Io però sono nato là”, le dice indicando un promontorio montuoso vicino all’equatore del pianeta. Chandra lo guarda perplessa, finge di aver capito e poi chiede ancora: “Ma Lindus lo possiamo vedere?” Ghildon scoppia a ridere e poi risponde: “No, anche lui sta facendo la nanna, è nella sua cuccia. Ti ricordi che i nostri amici ci hanno promesso di fargli compagnia mentre siamo via?”

“Sì, non vedo l’ora di rivederlo!” Risponde Chandra sbadigliando. Lei e Lindus sono inseparabili da quando l’hanno adottato che aveva tre mesi ed era solo un gomitolo di peli scuri. Anche Sund s’era legato subito a Lindus, aveva scelto lui il nome e promesso di insegnargli a dare la zampa. Sund ha sei anni, due più di Chandra, anche loro, come Lindus adottati da piccolissimi: i genitori biologici; vittime di una delle tante guerre che devastarono Bena prima dell’armistizio orchestrato dall’ U.I.

Marco si avvicina a loro e punta il dito nella direzione opposta rispetto a quella dove stanno guardando, mi volto anch’io. All’inizio non vedo nulla, solo un sipario di stelle appese ad uno sfondo nero, poi noto dei flash ed all’improvviso la silhouette metallica della SV128 copre l’intero campo visivo. Quello che mi colpisce sempre di questo momento è la tranquillità con cui tutto avviene. La membrana trasparente che separa l’atmosfera della Space Station dall’immensità che la circonda ti fa realizzare che non sei altro che un puntino sospeso nel vuoto.

Marco e gli altri si avvicinano a me, Sund è eccitatissimo e Chandra ha la bocca aperta in una 'O' di ammirazione. Marco dice ai bambini: “Saliamo ci mettiamo a posto e poi voi due andate a letto che è già tardissimo.”

“No papi, io voglio stare sveglia tutta notte!” Piagnucola Chandra, ma sbadiglia ancora. Poi Marco si rivolge a me: “Ma mamma dov’è?”

Roteo gli occhi e sorrido facendo un cenno alle mie spalle. Marco mi guarda e alza gli occhi anche lui divertito.

Luciana è a qualche metro da noi, poggia alla membrana dando le spalle alla catena dei monti Dimiez che in quel momento stanno passando maestosi sullo sfondo dietro di lei. È all’olo e sta parlando convinta agitando le braccia. Zia Sandra è seduta ad un tavolo di legno sotto una pergola. Ha le maniche corte ed è abbronzata. Certo! È settembre sulla Terra e sul Garda fa ancora caldo. Noi invece ci siamo appena lasciati alle spalle un metro di neve. Amo la neve, ma a Luciana piace il caldo.

La chiamo, non si è nemmeno accorta che la SV è arrivata, fa una smorfia di finto panico e con la mano mi fa cenno di avvicinarmi, poi ripete lo stesso gesto verso Marco, Ghildon ed i bambini.

Siamo tutti lì attorno a lei. Zia Sandra si alza, sembra che il suo olo ci stia scrutinando, poi sorride “Ma che belli che siete! Non vedo l’ora che arriviate. Chandra! Willy ti sta già aspettando.” Si china a prendere qualcosa e riappare con Willy in braccio, il cane arranca nell’aria e Chandra arranca a sua volta cercando di toccarlo ma ovviamente restando con un pugno di mosche.

“Dai salutate zia Sandra.” Dico cercando di tagliare la conversazione: ormai siamo all’imbarco. Mentre m’incammino sento Luciana salutare la sorella e questa rispondere: “Ciao Luciana, ci vediamo fra tre giorni allora! Vedrai quanto faccio da mangiare che Enzo ne ha bisogno!” Lo dice con un’aria dispettosa: sa che la sto ascoltando. È da più di trent’anni che mi ricorda che sono troppo magro: da quando io e Luciana ci siamo messi assieme e da allora non ha mai smesso. Mi volto con un pugno alzato facendo finta di essere arrabbiato, ma mentre lo faccio la sua immagine svanisce.

E noi entriamo nella SV128.

Sono davvero passati già trent’anni? Trent’anni da quella Email e dalla chiamata che l’aveva seguita immediatamente confermandone l’autenticità? Email e chiamata... Mi hanno chiesto di preparare questa introduzione per il ciclo dell’Università Metropolitana: ‘Essenziale 2049; trent’anni nella U.I.’ e io parto dalla preistoria. Tipico!

Era gennaio, stavo prendendo una pausa, un caffè prima di cominciare con la sessione pomeridiana, quando il computer mi avvertì con il suo tintinnio metallico che c’era posta per me. Poche righe che lessi e rilessi; ovviamente il destinatario ero io: Professor Enzo Dabbeni. Era in inglese, non una sorpresa visto che la mittente era indicata nella Professoressa Jessica Logan del dipartimento di antropologia di Harvard. Comunque sì: rimaneva la possibilità che si trattasse di un qualche spam elaborato. Finchè la Professoressa Logan mi chiamò. Non era mai successo prima: sebbene negli anni avessi continuato a seguire le sue ricerche con lo stesso entusiasmo con cui avevo partecipato alle sue lezioni, nulla aveva richiesto una telefonata che attraversasse diversi fusi orari.

Distilliamo i fatti così come mi vennero presentati dalla Professoressa.

La scoperta di una nuova tribù, fino ad allora non intercettata, nel cuore del bacino amazzonico. Pur presentando elementi riconducibili ad un abitato dei Kayapò, il villaggio appena rinvenuto mostrava caratteristiche proprie che ne sottolineavano l’unicità. Fin lì nulla di eccezionale: sebbene la scoperta di popolazioni vergini stesse diventando sempre più rara nessuno, nel mondo scientifico, aveva mai messo in discussione la possibilità che da qualche parte ci potessero essere piccoli gruppi non ancora venuti in contatto con ‘il mondo civilizzato’. Io per primo ero convinto di questo fatto ma avrei scommesso che ormai, tali sorprese, ci sarebbero state regalate dalle montagne del Sud Est Asiatico. Invece no, mi sbagliavo.

La Professoressa Logan mi informò che la scoperta era avvenuta qualche settimana prima, per caso: una rilevazione satellitare. I russi, i cinesi, i britannici e, ovviamente, gli americani avevano già avanzato un progetto cooperativo, l’Unione Europea era stata informata, ma nei corridoi di Brussel si stava temporeggiando nell’attesa che si chiarissero i termini dell’iniziativa. C’era nell’aria un odore di opposizione.

Non c’era nulla di cui preoccuparsi, mi aveva rassicurato la Logan: i governi e le compagnie dietro a ciò che era stato fin lì denominato Project Observe avrebbero organizzato tutto con l’università per coprire la mia imprevista assenza.

Perchè proprio io? Perchè, come la professoressa Logan non smise di ripetermi durante quella chiamata, io: Professor Enzo Dabbeni, ero considerato la figura di spicco nel campo delle civiltà del bacino amazzonico. Chiesi alla Logan di darmi un giorno per riflettere, volevo capire meglio i sistemi di ricerca: perchè, ad esempio, ci fosse titubanza da parte della UE, quali fossero gli scopi del progetto e quali le compagnie così pronte a sovvenzionarlo. La professoressa rispose dicendomi che mi avrebbe mandato immediatamente il file di Project Observe, ma di non perdere tempo: “Se lei dice no, il professore Allen è il prossimo nella lista.” Dal tono si capiva subito che la Logan conosceva i miei punti deboli e come utilizzarli a suo vantaggio. La rassicurai dicendo che le avrei dato una risposta l’indomani e le augurai una buona giornata senza essere sicuro da quale parte del mondo mi stesse chiamando.

Quando in serata arrivai a casa mi sedetti immediatamente alla scrivania, accesi il portatile e cliccai ansioso sul file.

Come spiegato dalla Logan le fotografie satellitari sembravano confermare un'influenza Kayapó. Altre foto, a cui non aveva accennato, avevano catturato di sfuggita alcuni membri della tribù. Mi sembrava ovvio che stessi effettivamente osservando una popolazione vergine, ma questo me l’aspettavo: la Logan non mi avrebbe chiamato se avesse avuto dei dubbi.

E qui è dove Project Observe si faceva più interessante.

Pagine e pagine di documenti che illustravano il progetto in dettaglio. Era notte fonda quando finalmente mi decisi ad andare a letto dopo aver più volte drenato il contenuto degli allegati: il giorno dopo avrei dovuto andare al lavoro e fare una telefonata importante.

Lo scopo del progetto era ingannevolmente semplice: studiare questa tribù, che al momento era stata chiamata J6, nel modo meno intrusivo possibile. ‘Abbiamo il privilegio’, così diceva il Mission Statement di Project Observe, ‘di vivere in un’epoca in cui raffinati avanzamenti tecnologici ci permettono di studiare questi popoli senza che essi vengano contaminati dalla nostra presenza e, forse più determinante, senza che questi vengano mai a conoscenza del fatto di essere stati osservati. Una volta che il nostro team si riterrà soddisfatto dai risultati delle osservazioni, J6 rimarrà a tutti gli effetti una popolazione vergine, senza essere incorsa nei pericoli che solitamente accompagnano un primo contatto quali: malattie, perdita dell’unicità culturale ed esposizione mediatica attiva. Dal punto di vista strettamente scientifico Project Observe ci darà la possibilità di estrapolare informazioni antropologiche senza che queste vengano in alcun modo influenzate dal fatto che i soggetti studiati siano consapevoli dell’essere tali...’ Seguivano i nomi degli illustri professori che avevano già deciso di partecipare al progetto, conoscevo pochi fra quelli nel dipartimento tecnico, ma il team antropologico era costituito da nomi che brillavano nel firmamento universitario.

Il giorno successivo non dovetti attendere di raggiungere l’università: la Professoressa Logan mi chiamò mentre stavo facendo colazione. Confermai la mia partecipazione percependo il suo sospiro di sollievo. Si congratulò con me ed aggiunse: “L’aspetto a Houston.” La telefonata finì così, bruscamente. Per qualche secondo rimasi con il cellulare attaccato all’orecchio, quasi sperando che si fosse trattato di una momentanea caduta della linea, poi sentendomi stupido sussurrai un “Buona giornata.” Misi il telefono in tasca e finii di fretta il caffè ormai freddo domandandomi che ora potesse essere a Houston.

I fusi orari mi hanno sempre confuso!

Infatti lascio che sia Luciana a trovare la soluzione più idonea quando viaggiamo, specialmente quando Marco era piccolo ed adesso con i nipotini.

Ci provo.

Abbiamo lasciato l’appartamento di Fendol nel tardo pomeriggio, nelle ultime quattro ore abbiamo attraversato nove fusi orari destinazione -futuro- : infatti siamo arrivati a Swarpread che erano già le 3.00 di mattina del giorno dopo, ma erano passate solo due ore. Da lì lo shuttle ci ha portati alla Space Station, altri venti minuti. Abbiamo avuto abbastanza tempo per guardarci attorno, è la prima volta per i bambini che sono rimasti ovviamente sbalorditi, soprattutto Sund che è più grande.

La SV 128 è salpata un’ora dopo. Adesso i nipotini sono già a letto: crollati subito. Io sono nella lounge B e aspetto che Luciana ed i ragazzi si uniscano a me per un drink, prima che anche noi ci ritiriamo per la notte. Ho già ordinato un Kwik ‘sert unk’: tre gambe, si chiama così perchè dicono che dopo uno di quelli te ne servono tre per stare in piedi! Ma è un’esagerazione, non è più forte di un buon whisky che era e resta comunque il mio liquore favorito... in mancanza di Kwik.

Arriveremo alla Space Station terrestre fra tre giorni, alle 11.00 secondo il fuso orario italiano (alle 13.00 secondo quello di Fendol), non male! Da lì lo shuttle ci porterà all’astroporto di Parigi /Londra e quindi con il Pod per Venezia dovremmo essere sul Garda alle 12.00 ora locale. Visto? Anche con il Kwik riesco a fare i miei calcoli!

Quel giorno arrivai a Houston stanco. Dovevo dormire: sull’aereo non c’ero riuscito, neppure la comoda poltrona della business class era riuscita a cullarmi verso il sonno. I pensieri che ingombravano la mia mente dal momento in cui avevo ricevuto la prima chiamata della Logan si intromettevano, fastidiosi come spilli, ogni qualvolta cercavo di chiudere gli occhi. Come la lingua che batte dove il dente duole così questi trovavano sempre un varco nelle difese che avevo creato per cercare di rilassarmi. La prima volta era stato il pensiero della villetta prenotata a Praia a Mare per settembre. Il nostro viaggio di nozze; mio e di Luciana. Luciana, ecco il mio errore: non avrei dovuto pensare a lei. Ci eravamo conosciuti due anni prima all’università dove insegnavamo entrambi; io antropologia e lei filologia. Mi aveva colpito subito con quei suoi lunghi capelli castani, il viso aperto con occhi grandi che sembravano perennemente stupiti e le sue curve. Oh sì, anche quelle!

Luciana era rimasta sorpresa dalla notizia della mia immediata partenza, tra l’altro senza che la sua curiosità potesse venire appagata da spiegazioni soddisfacenti: “È per lavoro, un progetto nuovo, ma non posso aggiungere altro, è nel contratto…” la guardai mentre un’espressione intrigata le si stava disegnando sul viso, quasi divertita all’idea che presto sarebbe diventata moglie di quello a cui piaceva pensare come il suo Indiana Jones privato (Indiana jones... un altro salto nella preistoria). Era stato quel pensiero: il contratto, che mi aveva riportato prepotentemente alla realtà. Alla fine erano sempre gli strettissimi termini del contratto che mi strappavano dal tanto agognato riposo. Quelli e di conseguenza i criteri di studio implementati da Project Observe.

Sì perchè dopotutto, sebbene avessi deciso quasi immediatamente di partecipare al progetto, sapevo bene che una parte di me avrebbe fatto fatica a venire a termine con i presupposti su cui questo si basava. Alla fine mi ero convinto che l’avanzamento scientifico era più importante dei dilemmi etici che il progetto sollevava.

Mi spiego.

Grazie all’aiuto di silenziosissimi micro droni guidati da collegamenti satellitari, gli scienziati del team tecnico avrebbero depositato una rete di nano telecamere e microfoni all’interno del villaggio appena scoperto. Minuscoli e perfettamente camuffati, sarebbero stati in grado di filmare e registrare i membri della tribù senza che questi fossero a conoscenza della loro presenza. Ma c’era una ma: qui non stavamo parlando di telecamere legate ad un albero, che sarebbero scattate quando un orso o, che ne so, una tigre fossero capitati nei paraggi attivandole. No qui stavamo parlando di telecamere e microfoni che avrebbero ripreso altri esseri umani ignari dell’essere scrutinati. Avremmo potuto riprendere queste persone negli aspetti più intimi della loro quotidianità, i loro litigi, le loro gelosie, le personalità dei singoli individui, i loro rituali, i loro amori. Il loro comportamento sessuale. Non è difficile vedere che come ‘ma’ questo non fosse poi così facile da sorvolare. E si spiega anche perchè i governi e le compagnie che sovvenzionavano il progetto fossero decisi a mantenerlo inizialmente lontano dall’attenzione dell’opinione pubblica.

-

Passai le giornate successive facendo la conoscenza del resto del team, o meglio ristabilendo i legami con scienziati che avevo già incontrato spesso in passato. Ci demmo una scaletta che avremmo cercato di seguire durante il progetto prefissando gli scopi che avremmo voluto raggiungere e quelli che ritenevamo meno urgenti.

Quel sabato mattina venni svegliato dalla prepotente insistenza del cellulare. La sera prima avevamo fatto tardi festeggiando il lancio del progetto in uno dei cocktail bar della downtown: l’ultimo botto prima che cominciasse il lavoro vero.

Ancora una volta si trattava della Professoressa Logan. Notai subito l’urgenza nella sua voce che mi strappò senza troppe riverenze dalla nebbia alcolica che stava ancora avvolgendo le mie capacità verbali. Presi il primo taxi che dall’hotel mi portò alla base; il finestrino abbassato per far entrare l’aria fresca del mattino ed il portatile aperto sul sito della CNN.

Una fuga di notizie.

Non sapevamo da dove: Wikileaks, Anonymous o qualche altra fonte, fatto sta che i dettagli del progetto erano diventati pubblici. Potevo leggere il mio nome assieme a quello della Logan lì, in bella vista sul sito del canale di notizie. Fosse stato in altre circostanze sarei rimasto lusingato da una tale esposizione. Cercai sui siti dei quotidiani italiani, sotto una foto che mi ritraeva di qualche anno più giovane si leggeva: ‘IL PROFESSORE ENZO DABBENI, COORDINATORE DEL CONTROVERSO PROGETTO “GRANDE FRATELLO”’. Grande fratello, Big Brother, quasi sorrisi per la mancanza di originalità dei giornalisti: così ovvio e scontato. Alla base operativa di Project Observe ci eravamo imposti di evitare a tutti i costi di chiamare il progetto così, anche fra di noi: ci sembrava che sminuisse il valore della nostra ricerca ma, a pensarci bene, forse era solo perchè sapevamo che quell’appellativo era scomodamente vicino alla realtà.

Decidemmo immediatamente di posticipare la partenza del progetto per poterci dedicare alla controffensiva mediatica.

Ricordiamoci che stiamo parlando del 2019 D.C, la tensione era alta. Forse era dalla seconda guerra mondiale che l’umanità non stava così vicina alla soglia del baratro. Gli Stati Uniti si erano rinchiusi in sé stessi, il muro con il Messico sigillava questa chiusura come una cicatrice. Il Regno Unito aveva lasciato l’Unione Europea che a sua volta stava facendo i conti con movimenti populisti ispirati da ciò che stava accadendo oltreoceano. Il terrorismo internazionale giocava a favore di questi movimenti, così che l’uno approfittava del successo dell’altro. La Corea del Nord era nelle mani di un dittatore dispettoso ed imprevedibile che aveva trovato un’ altrettanto imprevedibile controparte nel presidente Americano. Pandemie, biologiche e tecnologiche, si stavano propagando ad un ritmo tale da non lasciare margine per la creazione di nuovi prodotti antivirali. A fare da sottofondo a tutto questo c’era la drammatica realtà del cambiamento climatico: negli ultimi due anni una serie di uragani dai nomi innocenti avevano flagellato la Florida, i Caraibi, ed il Messico. Shanghai era sotto mezzo metro d’acqua, Los Angel stava invece bruciando. Milioni di persone cercavano rifugio da questi eventi bussando alle porte dell’Europa e da qui torniamo al principio.

Con questo scenario non c’è da sorprendersi se i giorni successivi alla fuga di notizie non possono essere descritti con altre parole se non “Caos Mediatico”. Grandi manifestazioni vennero organizzate nelle maggiori capitali mondiali per poi propagarsi anche nei centri minori come tanti piccoli focolai pronti ad incenerire il nostro progetto amazzonico. A Brasilia centinaia di migliaia di persone fecero un sit-in al di fuori del parlamento richiedendo che il governo non autorizzasse questo tipo di ricerche sul proprio territorio, i rappresentanti di decine di tribù amazzoniche si unirono alla protesta firmando una lucida mittente in cui si dichiarava che Project BIG BROTHER (ormai lo chiamavano tutti così) operava in ovvia violazione dei diritti umani. Negli Stati Uniti vi furono proteste ovunque, da New york a Portland, da Houston alle riserve dei Nativi Americani. Grazie alla mano pesante del nuovo governo non ci volle molto prima che queste proteste si trasformassero in rivolte violente che si propagarono poi nei ghetti delle grandi città. Arrivarono anche i primi morti.

In Europa le manifestazioni furono più pacifiche, probabilmente per la mancanza di coinvolgimento diretto da parte dei governi dell’UE. A Londra invece le voci della protesta si fecero più arrabbiate richiedendo le immediate dimissioni del governo.

L’eco di quelle proteste è ancora così fresca dopo tutto questo tempo. Chi l’avrebbe detto, trent’anni fa, che un giorno mi sarei ritrovato con questi pensieri a bordo di una SV a 450 anni luce dalla Terra? Il secondo Kwik di ieri notte mi aveva tagliato le gambe, forse ero stanco o forse il simpatico barman era stato più generoso del dovuto con le dosi. Tornai in camera lasciando Luciana con Marco e Ghildon nella lounge dove una performer Duva s’era appena messa a cantare accompagnata da altre due donne che soffiavano in complicati strumenti a fiato. Dico ieri notte, ma ovviamente su una SV (Space Vessel) il concetto di giorno e notte è relativo, considerato il fatto che i passeggeri provengono non solo da pianeti diversi, ma anche da fusi orari diversi sullo stesso pianeta. Le SV sono aperte per business 24 ore su 24, o 26 su 26 se fossimo su Leinni!

Adesso è la nostra ‘mattina’, abbiamo già fatto colazione, i bambini sono in classe (sì, c’è anche una scuola sulla SV. La U.I. vuole facilitare gli spostamenti interplanetari senza dover sacrificare il curriculum scolastico. Come potete immaginare i bambini sono entusiasti...) e i papà sono nella infinity pool; credo. Non avrebbero potuto scegliere un momento migliore per la piscina panoramica: abbiamo appena passato Kromma, la sua bellezza mi toglie sempre il fiato. Se la Terra è il pianeta Azzurro, Kromma è di sicuro quello Verde. Credo di aver visto il cratere del Monte Davi nella linea del crepuscolo, un gioco d’ombre tra notte e giorno, di solito si nasconde sotto le nuvole, un’altra sorpresa. Oggi però la SV non si ferma qua, abbiamo ancora tre Space Stations cui attraccare prima di andare verso quella terrestre e quindi a casa.

Casa? Non so più neppure io dove sia- casa-. Suppongo che rimanga sempre il posto in cui si è cresciuti o forse ci sono tanti posti diversi che possono essere tutti casa a loro modo. Di sicuro su Leinni mi sento a casa, ci sto da vent’anni e Fendol… non sapevo che ci si potesse legare così tanto ad una città, ed al nostro appartamento nella falda alta da cui possiamo vedere i tetti della metropoli stendersi sotto di noi. E sulla Terra casa dov’è? A Brescia dove sono nato e vivono ancora i miei genitori? Sul Garda dove abbiamo passato tante estati sulla spiaggia? O a Milano, dove ho vissuto e lavorato?

Certo che anche a Milano in quel periodo l’aria era tesa: Luciana mi diceva che un gruppo di fanatici aveva cominciato a presidiare le stazioni della metro intimidendo chi portava la spilletta verde che era diventata il simbolo dell’opposizione a Project Observe. Il gruppo si faceva chiamare ‘Missione fascio’, tra le sue priorità c’era ‘una nuova alba per l’evangelizzazione internazionale’, non mi era chiaro cosa intendessero ma mi spaventavano lo stesso.

Infatti sarebbe sbagliato dire che il mondo insorse contro Project Observe: se è vero che i detrattori erano tanti, i sostenitori erano probabilmente ancora di più anche se forse meno entusiasti. In Cina e Russia la notizia scalfì a malapena l’attenzione dell’opinione pubblica, negli Stati Uniti per ogni manifestazione contro il progetto se ne teneva una a favore, mai come allora l’America sembrava divisa in due fazioni ugualmente vociferanti. Mettiamoci le rivolte nei ghetti e nelle riserve e non è difficile capire perchè anche la lobby delle armi e l’estrema destra fossero scese in campo a favore di Project Observe.

I miei dubbi stavano proprio lì: sapere che il progetto cui stavo lavorando fosse gradito a questi individui.

Forse la notizia che fece più clamore fu l’offerta della Lynx Corporation di iniettare milioni di dollari nel progetto in cambio dei diritti televisivi. L’idea era semplice: perchè fermarsi a studiare questa tribù quando, in vero stile Grande Fratello, l’intera programmazione avrebbe potuto essere trasmessa in diretta sul network di Lynx con un’altra versione giornaliera di un’ora in cui sarebbero stati distillati i momenti migliori? Per rendere le cose più interessanti il team della produzione avrebbe potuto creare delle circostanze particolari che avrebbero costituito degli ostacoli, o prove, che gli indigeni ignari avrebbero dovuto superare. Certo ci sarebbero stati soldi da fare, molti: con telefonate a pagamento per votare le reazioni migliori e conseguente premio per il telespettatore sorteggiato tra chi aveva scelto l’indigeno più votato. Per non parlare delle scommesse, un investimento a parte, su Lynx Betting dove si sarebbe potuto scommettere su tutto: il primo indigeno a piangere, a ridere, a scappare o a farsi una sega [nrd: correggere questo con -autoerotismo- per la presentazione]. Project Observe stava velocemente degenerando in un esperimento pericoloso: un ibrido tra il Grande Fratello e Hunger Games.

Quest’idea venne fortunatamente scartata senza troppe esitazioni: un coro di proteste si alzò unanimemente anche da chi appoggiava il progetto. La Lynx Corporation si era spinta troppo in là, sebbene non mancasse chi aveva trovato il concetto geniale. Alla fine Albert Curtis, il portavoce della multinazionale, rilasciò una conferenza stampa in cui dichiarò che non si era trattato altro che di una provocazione, una trovata pubblicitaria sensazionalistica per lanciare la nuova edizione di “True you”, la cui edizione italiana era chiamata semplicemente “TU”.

Vi risparmio i dettagli: se siete troppo giovani per ricordarvi di questo vile programma è meglio lasciare le cose come stanno. Sono sicuro che da qualche parte sulla Terra, qualche mio emerito collega stia tenendo un corso sull’argomento: ‘Il primo ventennio del terzo millennio. Sogno o son media?’ O qualche titolo furbo simile.

Scusate, ho divagato, ma forse è necessario inquadrare gli avvenimenti nell’ambito più generale della direzione in cui la nostra società si stava muovendo.

Ormai gli argomenti a favore o contro il progetto venivano ripetuti con una regolarità quasi monotona. Io alla fine ero giunto alla conclusione che era stata anche il mio punto di partenza, ciò che mi aveva fatto accettare il progetto: la validità e l’importanza della ricerca scientifica erano superiori alle problematiche etiche che sollevavano.

Project Observe ci avrebbe dato la possibilità di ottenere informazioni tali da rendere la biosfera amazzonica ancora più significativa per la conservazione della specie umana nella sua totalità. Grazie alla nostra ricerca, avremmo aggiunto un altro argomento per far pressione a livello internazionale affinché la foresta equatoriale venisse tutelata una volta per tutte proteggendo così non solo l’ambiente ma anche le popolazioni in essa presenti. Questo fu infatti l’argomento che portai d’innanzi alle Nazioni Unite durante un Consiglio di emergenza dedicato al progetto.

Allo stesso tempo feci anche il possibile per sottolineare ciò che più mi stava a cuore: distanziare Project Observe dalla stretta soffocante dei gruppi di estrema destra che vedevano nel lavoro che stavamo facendo la possibilità di cominciare un nuovo percorso dalle vaghe reminiscenze coloniali. Per me significava l’opposto: studiare, capire e proteggere.

Fu con questo intervento alle Nazioni Unite che gli animi dell’opinione pubblica cominciarono a placarsi: le mie motivazioni e la rassicurazione che una volta finito con il progetto non ci sarebbero stati altri contatti con i membri della tribù. A questo fine proposi al Consiglio di istituire un corpo di vigilanza etica che ci avrebbe seguito 24 ore su 24 e suggerii la collaborazione di alcune ben note associazioni internazionali per la difesa dei diritti umani.

Quello che rendeva gli scettici un po’ perplessi era l’appoggio incondizionato dato al progetto dai governi americano, russo e cinese. Nazioni che certamente non brillavano per l’essere paladine dei diritti umani. Fortunatamente, grazie all’intervento del Consiglio delle Nazioni Unite, ero riuscito a far sì che il campo d’azione di questi governi venisse limitato: d’ora in poi avrebbero dovuto fare buon viso a cattivo gioco! Non so quanto avessero apprezzato il mio intervento, ma col senno di poi sembra tutto irrilevante.

Luciana. Mi mancava. E pensare che quelli avrebbero dovuto essere i mesi in cui dovevamo finalizzare i dettagli per il matrimonio! Fortunatamente, come spesso accade, si era incaricata lei dell’organizzazione: il ristorante per il ricevimento, i fiori per la sala del consiglio comunale, gli alberghi per gli ospiti che venivano da lontano e mille altre cose che non sapevo neppure dovessero essere organizzate. Il mio compito era quello di approvare le sue scelte e decidere la destinazione per la luna di miele, niente di troppo esotico: la Calabria per una settimana, in un residence consigliatomi da un amico. O così credeva Luciana. Non le avevo detto che a quello sarebbero seguite due settimane in Giappone. Avevo organizzato tutto di nascosto con l’università, una sorpresa per lei ed un regalo per me: ci eravamo spesso raccontati quanto ci sarebbe piaciuto visitare questa terra lontana (lontana?) e l’inizio d’ottobre sarebbe stato il periodo migliore per apprezzare i templi buddisti nascosti nei boschi incendiati dai colori dell’autunno.

Sembra incredibile: sono stato su Leinni, su Kiner, su Malvo e GhinTzai. Ho visitato Swarpread e Varaal, in confronto alle quali Tokyo ha le dimensioni di una città di provincia; ed in Giappone, non ci sono ancora stato.

Luciana è nella fitness room, le piace fare yongan (non chiedetemi!) quando siamo in viaggio. Chissà se anche lei sta guardando Kromma svanire nell’infinito? Sempre più piccolo, poi un puntino luminoso e poi nulla.

E così arrivò finalmente il giorno del lancio: il 12 Marzo 2019 alle 03.00 ora locale, 01.00 a Houston. Un aereo dell'aeronautica militare brasiliana sorvolò ad alta quota l’area occupata dalla tribù con a bordo l’apparecchiatura tecnica necessaria al lancio dei droni. Questi atterrarono in un’area vicina al villaggio. Solo nelle ore successive, con la luce del giorno, sarebbero stati teleguidati verso le loro destinazioni finali. Vi ricordo che stavamo parlando di strumenti minuscoli, disegnati in modo da somigliare ad insetti e da volare come tali, anche il ronzio che emettevano, appena percepibile, era paragonabile a quello di un moscerino. Se uno di questi strumenti fosse stato scoperto da un membro della tribù non avrebbe sollevato alcun sospetto tanta era la cura che era stata messa nel camuffare le telecamere. Un liquido appiccicoso simile all’emolinfa era stato nascosto in micro borse all’interno dei droni, nel caso l’indigeno avesse deciso di sbarazzarsi dell’ insetto costando così migliaia di dollari alla ricerca!

Passarono poche ore, tutto era pronto per il contatto.

La prima telecamera ad entrare in azione fu quella riposta all’interno della capanna che avevamo nominato K.

“Ciak si gira!” scherzò il Professor Zhao.

Apparve una donna. Ci stava guardando come se sapesse che la stavamo osservando, il suo volto era inquadrato in un primo piano ravvicinato. I tratti somatici della donna mi sorpresero: aveva attributi tipici del sub continente indiano con peculiarità che faticavo a riconoscere. La sua carnagione sembrava molto più scura di quanto fosse apparso dalle fotografie.

Sorrise, gli occhi castani avevano un riflesso metallico, ramato.

“Buon giorno professore Dabbeni, era da un po’ che la stavamo aspettando!” Esordì con un accento inglese che non riuscii a localizzare. La donna si scusò per gli avvenimenti delle ultime settimane e la conseguente perdita di vite umane durante gli scontri nei ghetti americani.

Mentre parlava mi accorsi dell’ombra che all’improvviso smorzò la luce che filtrava dalla vetrata dietro di me. Sentii un coro di ‘Oh mio Dio!’ venir urlato in lingue diverse mentre i miei colleghi correvano alla finestra per vedere cosa stesse succedendo. Mi unii a loro.

Un velivolo vagamente triangolare dalle dimensioni di un paio di campi di calcio stava lievitando, immobile e silenzioso, sopra la silhouette dei grattacieli della città.

Da quel momento non ci fu più la luna di miele in Giappone o ‘Missione fascio’; la nuova edizione di ‘True you’ o la commissione etica per i diritti umani.

Quel momento segnò la fine.

Quel momento ci salvò. Tutti.

Il Sole è appena apparso, sarei tentato dal dire all’orizzonte, ma di orizzonte non c’è n’è. Al momento è solo una stella appena più luminosa delle altre, ma presto comincerà ad assumere un’apparenza familiare.

Dovremmo attraccare tra un quarto d’ora, noi ci siamo già preparati. Luciana è ovviamente all’olo con zia Sandra, Chandra è con lei e sta chiedendo perchè Willy ha solo una coda anziché due come Lindus, voglio vedere come se la sbriga zia Sandra!

E pensare che il brief per questo mio contributo era: ‘Essenziale 2049’.

Mi scuso, forse sono andato fuori tema, ma non avrei potuto parlare del presente senza divagare sul passato e sulla catena di eventi che ci ha portati qua.

Sì perchè sono convinto che il presente non sia definito solo dalla sua quotidianità o -presenza-, appunto, ma soprattutto da ciò che lo distingue dal prima e, ma di questo possiamo solo speculare, dal poi.

Una cosa che ho notato e mi ha sorpreso, anche se forse avrei dovuto aspettarmelo, è la nostra capacità di banalizzare il presente. Ed intendo ‘banalizzare’ in senso positivo cioè la capacità della nostra specie di apprendere da nuove esperienze, di abituarsi a nuove situazioni e di farle sue fino a che cessano di essere peculiarità e diventano quotidiane e ricorrenti: banali appunto. Pensiamo al fuoco, alla ruota, ai telescopi, al telefono, alla Tv, ai computer, agli smartphones, alle A.I., ai viaggi interplanetari: ognuna di queste scoperte è stata a suo modo rivoluzionaria ed ognuna di esse è diventata parte della quotidianità per le generazioni successive.

Certo che se proprio dovessi trovare il momento che più ha definito gli ultimi anni non posso ignorare la svolta colossale, epica direi, dell’ultimo trentennio: il primo contatto ed il successivo ingresso nella U.I.

Se in quel giorno di marzo del 2019 non ci fosse stato quel primo contatto, non son sicuro che ce l’avremmo fatta. Non sono sicuro che ci sarebbe stato un futuro, un 2049, per la specie umana e forse per il pianeta. Forse sì, chissà? Forse sarebbe arrivata la persona giusta, o l’equipe scientifica che avrebbe comunque scoperto un vaccino o forse saremmo riusciti ad evitare un olocausto nucleare. Forse. Ma quello che è certo è che nulla avrebbe mai potuto cambiare la traiettoria del nostro percorso di esseri umani così come quel primo contatto.

Questo non è il luogo per tornare su quei giorni, mesi o addirittura anni e rivivere, le apprensioni, i dubbi ma soprattutto le aspettative che li definirono.

No, questo è il luogo ed il momento per celebrare il nostro passaggio ad un livello superiore di coscienza, un livello in cui abbiamo cessato di vivere in un universo antropocentrico e sposato invece l’idea della nostra non-unicità.

Eppure, ironicamente, nello stesso istante in cui i nostri orizzonti si espansero verso confini fino ad allora inimmaginabili ci rendemmo conto che ciò di cui eravamo convinti, cioè la non replicabilità della vita così come la conoscevamo sulla Terra (un dato scontato nella comunità scientifica), era invece un’idea fallace. La scienza si era dimostrata più inventiva, forse più fantastica, della realtà che ci stava attendendo. Fantascienza!

Infatti uno degli aspetti più sorprendenti, forse il più sorprendente, di questa nostra nuova avventura intergalattica fu proprio questo: lo scoprire che ovunque ci fossero state condizioni simili la vita si era sviluppata secondo principi simili, seguendo le stesse leggi dell’evoluzione e della minor resistenza.

Certo ci sono pianeti con condizioni inospitali dove alcune forme biologiche si sono sviluppate comunque, senza però mai superare lo stato microbico: su di questi non si sono evolute forme di vita più articolate o, tantomeno, intelligenti. Per quelle si è dimostrato necessario uno scenario simile a quello terrestre: la presenza di pianeti nella famosa fascia Goldilocks, con acqua, ossigeno e temperature favorevoli. Certo ci sono specie diverse, certo, solo in una manciata di pianeti si sono verificate delle sequenze d’eventi che abbiano favorito la nascita di creature dotate di una coscienza del sé paragonabile a quella umana, ma laddove ciò è avvenuto questa si è sempre presentata con gli aspetti di ciò che sulla Terra chiamiamo Genoma H. Il fatto che il genoma H sia presente in tutto l’universo fin qui esplorato crea più domande di quanto siamo al momento in grado di rispondere e gli scienziati dell U.I. stanno valutando ogni possibilità. Sono sicuro che trent’anni fa avremmo chiamato in causa un intervento Divino; c’è chi lo fa tuttora.

Personalmente credo che la spiegazione sia da trovare altrove: nelle comete il cui ruolo di ‘fecondatrici’ dell’universo sta diventando sempre più palese, ma io sono solo un antropologo, mi occupo del significato, non dell’origine e questa, comunque, non è la sede per certi tipi di divagazioni.

Pensando agli ultimi trent’anni, all’Essenziale 2049. Cosa ci definisce? Devo tornare ancora all’idea di banalità, credo che questa parola debba essere ri-apprezzata. Pensiamo al 2019, alle nostre passioni, timori ed emozioni d’allora, di sicuro avevano le loro peculiarità: riflettevano le ansie e le aspirazioni del tempo, ma davvero crediamo che fossero tanto diverse dalle passioni, timori ed emozioni di chi ci aveva preceduto?

Certo era cambiato il contesto, ma che si stia parlando dei babilonesi, della seconda guerra mondiale, della civiltà Exina, dei massacri su Bena o della vita qui, nel presente, nella U.I. e la pace e prosperità che ci sta garantendo, la costante rimane la stessa: la nostra capacità di soffrire, di amare e di aspirare ad un futuro migliore. Sono convinto che, dopotutto, questo sia l’essenziale ‘2049’, questo è il nostro essenziale, questo è l’essenziale del Genoma H.

Perchè la fantascienza è solo fantascienza finchè non accade davvero.

Siamo sulla spiaggetta della Rocca, è un martedì, l’abbiamo tutta per noi. Marco Ghildon ed i bambini, con Willy, sono in acqua, li sento strillare di gioia. Qui il lago è cristallino: grosse lastre di pietra cadute dalla rocca, chissà quante migliaia di anni fa, coprono sia la spiaggia che il fondale dandogli un aspetto simile a quello del Lago di Fendol: verde-turchese e poco profondo.

Zia Sandra e Luciana sono sedute sul salviettone accanto al mio, stanno parlando di un’amica che avevano in comune e che adesso è diventata sindaca. Non ho la più pallida idea di chi sia. Fingo di dormire, nel frattempo cerco di riorganizzare il discorso che dovrò tenere all’università fra due giorni. Poi devo trovare il momento giusto per dirglielo. Zia Sandra ed i ragazzi lo sanno, gliel’ho confidato mesi fa, quando sono stato invitato dall’università. Abbiamo organizzato tutto alle sue spalle, una sorpresa con trent’anni di ritardo.

C’è una pausa nella conversazione, zia Sandra sta cercando qualcosa nella borsa. Mi volto e chiamo il suo nome: “Luciana?”

Mi mette una mano sulla spalla massaggiandola delicatamente, “Credevo stessi dormendo.” Mi dice.

“No, stavo pensando,” la guardo, è sempre bella con quegli occhi grandi, “Com’è il tuo giapponese?” Le chiedo.

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Università Metropolitana

Estratto presentazione Professor Enzo Dabbeni con note dell’autore.

Ciclo: ‘Essenziale 2049’

29.09.2049 D.C.

29.09.0482 U.I.

Testo italiano.

Disponibile in versione Inglese (F246) e Evol (G654)

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Fine

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