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Una storia di Fiordaliso

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Peter

Ricordi di un Erasmus finito male

Pubblicato il 23 febbraio 2017

Ho conosciuto Peter un giorno di metà febbraio, forse un po' prima. Qualcosa mi parla del 17, ma non sono sicura, dovrei controllare il calendario.

2015, da Alex, meeting internazionale, italiani puntuali, russi in ritardo! Quando mai?!

Eravamo, noi italiani, ad un tavolo abbastanza grande, seduti tra tedeschi e nazionalità che non ricordo più. Si parlava, credo in inglese. (Entschuldigung, ich spreche keine Deutsch!, la mia presentazione in tedesco, ora e per sempre!)

Tra una chiacchiera e l'altra il tempo passava, la gente fluiva e, come l'acqua della Saar, rifluiva continuamente.

Non so più quante persone si siano fermate al nostro tavolo, quante onde siano defluite e si siano schiantate contro il nostro mare italiano. Ricordo però distintamente l'entrata di un ragazzo assurdo e magnetico (avrei scoperto dopo, ma già lo immaginavo, perché si avvicinò a noi).

Ero alla punta del tavolo, lo guardavo e speravo si aggiungesse al nostro caos; di fronte a me la sedia era libera e io volevo parlare ancora un po', ancora con qualcuno.

Non mi ha delusa, si è seduto e ha salutato tutti (in tedesco o in inglese? A bo! Tanto è uguale, con i saluti ancora ci siamo!).

Where are you from?- la mia domanda preferita. Sempre, comunque, a chiunque. Il luogo, la terra, il legame materno, la patria, l'emigrazione, il dove, il viaggio, l'andare, il lasciare, il partire, il tornare.

I'm russian, St. Petersburg.

Woooooow.- Scusate, gente, ma sarà sempre questa la reazione che sentirete da me, appena mi direte di essere anche solo di Minervino Murge. Tutto è storia per me, tutto è narrativa, tutto è vita; io vivo attraverso i racconti di altre città, vivo sperando di colmare il mio vuoto interiore con odori e suoni diversi, i vostri. Tutto, purché diverso.

Penso abbia capito subito che eravamo italiani per diversi motivi:

eravamo l'unico gruppo chiassoso,

avevamo tutti i capelli neri e tutti eravamo piuttosto bassi

parlavamo gesticolando e credo che tutto il locale fosse interessato a capire perché in un tavolo misto si parlasse comunque italiano, mentre cercavamo di insegnarlo a qualche kazako cinese tedesco o altro. (Siamo strani, è vero, ma se ci dite che vi piace "how italian sounds", apsettatevi di sentirci parlare solo italiano!)

Ho iniziato a rivolgere a Peter una serie di domande dettate dalla mia curiosità per la sua differenza e dall'interesse che quegli occhi svegliavano in me.

Ad un certo punto ero sola con lui, cercavo di leggergli l'anima e speravo di incontrare parole da capire, parole d'amore e poesie rivolte al mio animo in subbuglio. Speravo forse già allora in una dichiarazione d'amore, così come succede nei film alle eroine più belle o misere che io abbia mai potuto conoscere. Speravo di poter entrare nella mia favola, finalmente, e che lui fosse il lieto fine di quel periodo devastante.

Sorry, my english is really bad (avrà capito che il mio inglese è un letto, ma lui è paziente, sopporta in silenzio i miei errori di pronuncia, spero che continui a farlo ancora per molto!!)

Don't worry, it's ok! Do you like movies?

Non può essere vero, è l'uomo ideale, parliamo già di cinema, di libri e di San Pietroburgo. Mi accorgo solo ora che la Russia esiste, il mio mondo si allarga, aggiungo terra al mio mappamondo.

I love "Cloud Atlas". Did you watch it? I think it is one of my favourite.

Abbiamo parlato per poco tempo, credo, ma so che per me è stato un tempo infinito e irrinunciabile.

Seduta su quella sedia speravo mi invitasse ad entrare nella sua vita, come poi ha fatto qualche tempo dopo. Speravo di buttarmi in questa storia, sapevo che ci sarebbe stato.

(Peter, cercavo di guardarti negli occhi per capire i tuoi segreti, quelli che ogni persona ha con sé, quelli che ognuno apre solo a qualche fortunato. Speravo di essere per te il lettore segreto e imbattibile, quello che non muore mai e che continua a parlare all'anima. Speravo di essere la tua fonte di vita e speravo che tu fossi mio.)

Quando si è alzato per andare via ha salutato educatamente tutti noi, mi ha guardata negli occhi (gelo, irrimediabile) e ha avvisato che ci avrebbe aggiunti su qualche social.

Non mi interessava assolutamente nulla di ciò che faceva nei confronti degli altri, per me l'importante era ciò che lui faceva con me, a me.

Mi interessava solo ed esclusivamente di quella richiesta di amicizia ricevuta di lì a pochi minuti, il tempo che tornasse a casa.

Nei giorni successivi ho scoperto tanto (o poco) di questo ragazzo, Peter, il mio russo.

Cosa ho scoperto sarà un altro tema, ora mi basta pensare e ricordare che si alzò, andò via e con la formula: -Nice to meet you!- mi aprì un mondo che forse non esisteva. Un mondo che solo io volevo scoprire e che ho disperatamente cercato in una differenza: nel suo silenzio.

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