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Una storia di AntonioCarbone

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Pablo, un poeta catapultato nel tempo.

Per le strade sporche del futuro.

Pubblicato il 18 dicembre 2015

Forse solo la terra più vecchia e dura ormai si ricorda di te, solo i vecchi tronchi, solo il cielo più denso ancora ne parla, di quando solevi vagare leggiadra, vestita di fiori, col tuo profumo, fresco. Di quando soffiavi nei cieli per scostare le nuvole, di quando facevi l' amore con la luna per accendere le stelle.

Qualche uomo ti parlava, qualcuno, ingenuo e sognatore, lo fa ancora, ora che non ci sei più ora che di te son rimaste solo tristi reliquie, biglietti da visita appartenenti a un passato troppo lontano ormai. Hai lasciato di te solo un pallido riflesso per i nostalgici, innamorati delle apparenze, dimentichi del ricordo.

Per le strade ancora si sentono le voci degli alberi secchi, prosciugati dal desiderio di poterti mirare anche solo un' ultima volta, anche solo per un istante ,gioire, invece di continuare un triste lamento elegiaco, ispirato dalla mancanza, dalla nostalgia , dallo sdegno per la tua secca scomparsa, cruda, violenta e improvvisa. E' tutta colpa dei giganti grigi se i cieli non sorridono, se i fiori non fanno più l'amore come prima, se la saggezza dei vecchi alberi finisce tra le fiamme, se le radici dei nuovi soffrono nella pietra fredda e grigia, se il mare non ride più fragrorosamente, ma raccoglie rabbioso le lacrime del cielo, se il vento non è più impregnato del tuo profumo, ma guida la sofferenza per le terre perdute mentre le foglie secche, morte, vengono seppellite tra le leghe d' alluminio. Nascosti tra i mattoni rotti occhi indiscreti ancora silenziosamente ti aspettano adulando il cielo. Maledetti mostri distruttori, di cemento, amianto, sporchi del tuo sangue secco, incastrato tra la colla e la roccia...ti piangono,

primavera.

Pablo.

Così scriveva Pablo quel mattino di primavera, chiuso nelle quattro mura della sua stanza nel cuore della grigia Miliano, offuscata dallo smog e dai palazzi. Pablo era un uomo sulla cinquantina, robusto, dai capelli bianchi e la lunga barba.

Tutti nel palazzo solevano guardarlo dalla testa ai piedi come se avesse chissà cosa che non andasse, lo chiamavano “Il vecchio Zulù”, lo etichettavano come un poveraccio, un tipo strano che nonostante la laurea in lettere classiche, non faceva altro che starsene chiuso in quelle quattro mura a bere vino e a fare chissà quale altra stregoneria. D’ altro canto Pablo covava la stessa simpatia per gli altri condomini : tutti squadraticci, impiegati, ingegneri, assicuratori e chi ne ha più ne metta. Lui aveva fatto una scelta nobile nella sua vita, non era un lavoro molto ricercato, certo, ma era quello che più gli piaceva. Pablo era un poeta, un poeta deluso dall’ avanzare del tempo, un poeta nato in un epoca sbagliata, nato nell’ epoca dei giganti grigi del capitale. Se non fosse stato per la forza della sua profonda delusione nel progresso avrebbe anche potuto buttare la penna nell’ immondizia, perché i pensieri, beh, i pensieri

non si trasformano in denaro, non si mangiano i pensieri.

Era terribile, la luce del sole era sempre più rara da trovare nella Milano delle industrie, solo led o lampadine, solo ombre dei palazzi mangia uomini. Nonostante tutta la sua delusione Pablo trovava molto interessante tutto questo e camminando sulla fredda asfalto del centro urbano continuava a comporre le sue poesie.

Pablo, un poeta stanco catapultato nel tempo attraverso una grigia nuvola di smog gira scalzo per le strade sporche del futuro.

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