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Una storia di StefaniaCastella

L'ultimo squarcio nel buio

No. Non è mai colpa tua.

Pubblicato il 20 marzo 2018 in Thriller/Noir

Tags: femminicidio nonamore

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C’è un cielo di piombo che sembra crollare. La rabbia del cielo si sposa col mare. Ritrova la quiete in un rapido scroscio di pioggia. Intorno un micio si ripara, un pescatore aspetta che smetta di scendere tutto quel cielo. L’acqua si arrampica altissima accarezza le scritte sbavate di ricordi di nomi e di amori su scogli sporcati dal tempo. Sfrecciano le auto, aspettano in tanti, aspetta Eleonora. Anche lei. Aspetta.

Aspetto, fumo, aspetto. Guardo fuori, cercando uno spazio tra una lacrima di pioggia e l’altra, scorgo il mare in un angolino in cui le pieghe dell’acqua danno tregua, mi basta, tanto gli occhi sono appannati ma basta, l’odore del mare arriva infilandosi tra gli spazi più stretti. Ripensare, tornare. Troppo tempo è passato da quando sono andata via, da me stessa. Ipnotico battito di una goccia dietro l’altra, mentre si stende una canzone si allargano i ricordi. Le prime parole, i primi timori, i sorrisi e sorrido ancora mentre infilo una sigaretta tra le labbra umide di pianto che stenta ad asciugare. Sorrido e mi pare così strano trovare ancora da sorridere pensando a noi. Eravamo innamorati, lo siamo stati come tanti, in percorsi simili ad altri, tanti altri. Gli studi comuni, i progetti, la fatica, il lavoro stanato, la casa in affitto, le pentole da buttare dopo le prime frittate, il sesso, i film, le risate. Le vacanze fatte e quelle sognate, nudi distesi a contare le ore di viaggio di viaggi impossibili. “Quanto ci vorrà? Partiamo tra un’ora torniamo stasera” ridere forte su quello di cui non ci importava, che sapevamo impossibile. In ogni bacio. In ogni desiderio ancora vivente. Eravamo e basta. Poi. Poi il black out. Di quello che eravamo non c’era più stata traccia. Io non avevo più voglia, lui non aveva più tempo. Io ero troppo stanca, delle giornate interminabili alla cassa di un supermercato dove gli spifferi d’aria erano fastidiosi d’inverno e d’estate e se la giocavano con le lamentele della gente. Arrivare alla fine del mese con il mio stipendio da cassiera e il suo da barista dove erano più le ore da maledire che i soldi da contare, non era stato facile anno dopo anno. Sono passati quasi vent’anni. In apnea. Se. Se fossero arrivati figli. Se. Se fossimo saliti più in alto nelle centinaia di graduatorie dei miliardi di concorsi in cui si infilavano ogni volta euro di carte bollate e speranze illusissime. Se. Se non avessi incontrato gli occhi che incontrai quella sera in cui l’acqua sembrava non finire mai che volendo avrebbe potuto ingoiare il negozio, i clienti, la cassa e pure me. Se non avessi cominciato a pensare a un’altra faccia, un’altra vita, un altro Natale immaginando di smettere di contare le lucette che non funzionano, buttare via lo scatolone, intrecciarsi nei fili che pungono la schiena. Pensando a chi? A me stessa a lui, ad un altro. Se, se non lo avesse capito dal mio sguardo ormai altrove e non avessi deciso che “Basta, cerchiamo di capire. Infondo non è giusto restare così”. Se.

E poi quante notti ad aspettare di capire, infondo l’uomo con cui avevo diviso quasi vent’anni era l’uomo che conosceva ogni angolo fuori e dentro di me, ogni difetto, ogni lamento. Desiderare di tornare, di essere riportata indietro. Con poca convinzione. Parole mai spiegate veramente, sensi di colpa. Il suo “Mi uccidi”. Le lacrime.

“Credo che, insomma io credo che pure riprovandoci non potremmo tornare indietro. Io penso che Andrea ormai, insomma io non saprò mai come sarebbe potuta andare se non vado via da qui”. E poi lasciarmi convincere.

“Adesso dici così, ma non ci credi nemmeno tu. Noi siamo fatti per stare insieme lo sai anche tu”

“Alessandro io credo di…”

“Non dirlo Eleonora non lo dire nemmeno. Pensa a come stavi quando sei andata via, quando siamo stati lontani quasi un mese. Come ti sei sentita?”

“Male, Ale, ma non significa che io voglia restare con te. E’ normale sentire la mancanza della persona che hai amato. Io ti ho amato ma è finita”. Finita davvero? Finita davvero?

Lo sguardo di Alessandro era trafitto e poco convinto, ci eravamo amati, ma la realtà era chiara e semplice, semplicemente un altro che si infila nella tua vita, cerchi di evitarlo, poi capisci che non puoi più farne a meno. Schivarsi, decidere quanto sia giusto crederci, ritrovarsi braccia tra le braccia, riconoscersi. La solita storia infondo, a volte passa e come una barchetta che lasci andare in acqua, affonda, puoi lasciare andare la cosa, liquidandola come un’avventura, ma non sempre è così. Con Lui la barchetta resisteva, non voleva affondare. Andrea era rimasto, affianco, negli occhi, dentro, anche fingendo che non fosse importante cominciava a premere sul cuore, sarebbe esploso prima o poi. Così altri odori, altra pelle da riconoscere sentendo salire desideri ormai sconosciuti. Come a riprendersi la vita, sentirsi sotto le mani, senza chiedersi nient’altro. Ma quanto poteva essere difficile cambiare vita, quanto poteva essere difficile anche per lui, un’altra donna, un figlio, una famiglia da smontare e montare altrove. Insomma non era facile. Nulla era facile. Piangevo una notte sì e l’altra pure. Ma dei due la determinazione di Alessandro avrebbe potuto, avrebbe dovuto convincermi. E non mi convinceva. Ero una donna che sfiorava i quaranta, una donna che si era accorta di aver trascinato una storia per tutta la vita, come un peso sulle spalle senza trovargli la giusta collocazione. Una donna che negli occhi di un altro uomo aveva cercato una strada, un modo per ricostruire altrove un angolo leggero di piccola felicità. Ma la felicità costa. Alessandro lontano non era stato mai in tutto il tempo del tradimento, del dubbio, della separazione. E piano piano si era fatto più incline alla fermezza dura, sottile, infima. Mi scriveva velate minacce, alternandole a piagnucolii, cercando perdoni di cui non aveva bisogno, implorando ritorni. Io volevo soltanto stare sola, per poco, pensare. Un treno non servì a staccare, Ale sapeva dov’ero sempre, Ale trovava il modo di raggiungere ogni mio angolo. Lui sapeva tutto di me.

“Te lo toglierò dalla testa. Credimi”. Il messaggio mi innervosì nel traffico asfittico di una mattina bloccata, chiusa di cielo e di strade. Sentivo il suo fiato sul collo, fisso, perenne. Non avrei costruito niente con Andrea, non l’avrei fatto ma non era Alessandro l’uomo dal quale sarei tornata. Eppure questa cosa mi innervosì.

“Puoi fare quello che ti pare, puoi chiudermi in casa in una scatola come ti pare ma non potrai togliere una persona dal cuore e dalla testa di qualcuno se questo qualcuno non vuole. Lasciami in pace”.

Buttai via il telefono che riprese il trillo del messaggio.

“Allora vediamoci solo un’ultima volta. Me lo devi, siamo stati insieme vent’anni prima di dire basta è finita. Sei scappata, ma non abbiamo parlato mai veramente.” Ci pensai, e forse era vero, e forse era così.

“Sto andando al lavoro, sono nel traffico, non ho tempo adesso, ti dirò più tardi”

“Ci vediamo nella pausa. CI vediamo nel posto che sai, quello dove guardavamo il mare…” La sua voce sembrava addolcirsi. Non era un posto isolato, e poi lo conoscevo, io mi fidavo di quell’uomo. Lui mi aveva voluta bene, ancora me ne voleva ed io a lui infondo. Risposi al messaggio. “Ok”.

Piove ancora e l’odore del mare lascia patine di ricordi attaccate addosso. Sovrappensiero sorrido da scema, ritornano le frasi cretine che si dicono quando ci si vede agli inizi di tutte le storie. Le volte che ti guardi negli occhi e poi guardi il soffitto dopo l’amore. Sento bussare sul vetro, forte, mi sale il cuore in gola, è Ale vedo la sua mano pulire il vetro, apparire nell’ombra appannata, sorridere. Apro la portiera. Glielo devo, siamo stati vicini vent’anni. Glielo devo, sono stata io a tradire. Glielo devo sono stata io ad andare via. Glielo devo. Si siede, sorride, mi saluta, sento goccioline di pioggia passare dal suo viso al mio, si scuote i capelli, mi commuove il pensiero che io lo amavo e poi? Poi mi sale la rabbia, per la vita che stanca, per le cose che si dispongono e non le puoi più riportare in fila come vorresti. Si guarda le mani: “Se tu potessi ripensarci”

“Ale no, non voglio. Io non posso, tu meriti una donna che ti ami.”

“Io voglio te”.

Mi sembra piagnucoli mentre cerco di decifrare il suo umore e non ci riesco, capisco che non ci riesco. Non più: “Come puoi volere una donna che ha voluto un altro?”

“Non voglio sentirlo. Non lo devi dire” Adesso mi guarda negli occhi. Vedo che ha pianto.

“E invece devi, io mi sono innamorata di un altro, io sono stata con lui. Ale abbiamo fatto l’amore abbiamo pensato che niente poteva esistere all’infuori di noi. Non ho pensato ad altro che a lui per tutto questo tempo e…”

“E adesso sei qui”. Avvicina il suo viso. Mi scosto.

“Sono qui solo per dirtelo. Io non torno a casa. Io non voglio”. Ora sono io a guardarlo negli occhi mentre fuori la pioggia diventa più forte.

“Ti aiuterò. Te lo leverò dalla testa” Mi stringe una mano convinto.

Una canzone scivola nella sera che sia avvicina piano, l’acqua instancabile copre gli “Occhi da orientale” di Silvestri che si contendono l’aria:

“Dolcissime illusioni. Tutto scritto su di un viso che non riesce ad imparare

Come chiudere fra i denti almeno il suo dolore…”

La musica passava da una parte all’altra. Un riflesso abbagliante di luce fermò per un attimo il tempo sembrando un rapido inaspettato lampo travestito da raggio di sole, l’ultimo. Qualcosa di freddo accostò la tempia di Eleonora. La canna di una pistola compì veloce il suo dovere dolente. Restò la mano tremante di un uomo, la battaglia persa di ogni ormai vano, pensiero.

“Sono occhi di ambra lucida tra palpebre di viole.

Sguardo limpido d'aprile come quando esce il sole.

Ed io sarò la nuvola che ti terrà nascosta

Perché gli altri non si accorgano di averti persa

Ma tu dormi ancora un po' non svegliarti ancora no

Ho paura di sfiorarti e rovinare tutto

No, tu dormi ancora un po' ancora non so guardarti anch'io nel modo giusto

Nei tuoi occhi innocenti

Disarmanti

Devastanti.

Quei tuoi occhi che ho davanti

Tienili chiusi ancora pochi istanti”.

Non svegliarti ancora no…

Un solo sparo. Un colpo solo.

Un colpo solo. La pioggia batteva ancora troppo forte, nell’aria si era steso un rumore potente, un vecchio pescatore non seppe farci caso, un gatto continuò a leccarsi le ferite aspettando di vedere finire quell'acqua. Restò immobile un corpo di donna, restò un uomo nel buio inoltrato.

Ferma l’aria, la pioggia, la musica, la vita, anche il mare, in un attimo dal quale nessuno poté più sottrarsi.

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