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Una storia di AnnalisaDolgetto

Parigi

Il viaggio che non abbiamo avuto il tempo di fare

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Pubblicato il 19 giugno 2018 in Storie d’amore

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Ci penso spesso al viaggio a Parigi che non abbiamo avuto il tempo di fare.

Ricordo la tua espressione seria in quel letto di ospedale, quando avevi ancora la forza di affrontare le cure e la vita. La ricordo come se fosse ieri.

-Quando guarirò la prima cosa che faremo sarà andare a Parigi. Io e te. Uno a volte crede di avere tanto tempo a disposizione per fare certe cose poi arriva la vita ad incasinare tutto… No, non voglio rimandare più niente, amore mio. E nemmeno tu dovresti. Mai più.

Avevi ragione, come sempre. Non avremmo dovuto rimandare quel viaggio.

Avremmo dovuto scappare via da lì. Avremmo dovuto fare le valigie e andarcene, vedere di far perdere sia alla vita che alla morte le nostre tracce tanto per non inimicarci nessuna delle due.

Sono stata cieca. Non ho voluto vedere. Ho creduto soltanto ad una parte della storia, quella in cui tu avresti potuto tornare alla vita di sempre. Con me.

Ho finto di non badare tanto alla grammatica del buon senso e così tutti quei condizionali e quei periodi ipotetici pronunciati da luminari della medicina, infermieri di una certa esperienza, chiunque insomma avesse una qualche voce in capitolo hanno cominciato a sembrarmi delle speranze, qualcosa a cui poter ancora credere. Qualcosa a cui di sicuro abbiamo creduto entrambi fino alla fine.

Tutto il resto poteva capitare, certo, ma non a noi, non a te.

Non era una possibilità quella di perderti, non l'ho mai presa realmente in considerazione, neanche quando le persone attorno a me mi offrivano sguardi di commiserazione e sorrisi stentati. Mi voltavo dall'altra parte, mi ripetevo che non potevano capire, che era solo questione di tempo e che avrebbero trovato la cura miracolosa che in cambio dei tuoi capelli ti avrebbe restituito la vita di prima.

Non è bastato negare, annuire, sperare, disperare, piangere, ridere fino alle lacrime, imprecare, ringraziare, sudare, rabbrividire, correre, fermarsi, trattenere il fiato, le lacrime, i pensieri, respirare, sognare, gridare, ammutolire, pregare, restare, resistere, lottare, perdere, ricominciare, asciugarsi le lacrime per poi piangere ancora, quando nessuno poteva vederti, poi di nuovo pregare, resistere, lottare, cadere, tornare in pista, sprofondare, camminare a testa alta, amare, raccogliere i pezzi, ferirsi, soffocare, sentirsi persi, ritrovarsi, amarsi, sorreggersi, aspettare, aspettarsi, ritrovarsi senza mai essersi davvero persi, bestemmiare per poi chiedere perdono, poi ancora pregare, pregare, pregare, pregare, pregare. Pregare un dio che forse aveva di meglio da fare. Chi lo sa.

Alla fine ti ho perso lo stesso in un modo che mi ha dilaniato l’anima.

In mezzo a tutte le cose che potrei ricordare per sentirti più vicino io penso a Parigi che non è un ricordo visto che non abbiamo fatto in tempo a renderlo tale. Era semplicemente un nostro proposito, qualcosa a cui aggrapparsi in quelle notti senza stelle, con le speranze appese a un filo e la paura pronta a prenderci in ostaggio.

Lottavi tra la vita e la morte ma continuavi a fare dei progetti e a includermi in essi.

Non si è mai trattato solo di me o solo di te. C’eravamo noi e volevamo continuare ad esserci perché nel momento più terribile qualcosa di meraviglioso aveva finito con l’accadere comunque: ci eravamo innamorati l’uno dell’altra per la seconda volta.

Tu perdevi i capelli, li ritrovavamo sempre più spesso sul cuscino ma non facevamo drammi, sarebbero ricresciuti, così ci avevano detto. La verità è che mi ero abituata al tuo cambio di look un po’ forzato e, anche se non te l’ho mai detto perché temevo che non mi avresti creduto, mi piacevi anche così. Dopotutto non stavo con te per i tuoi capelli, non sono mai stati il tuo punto forte, tu stesso te ne lamentavi. Troppo fini. Troppo lisci. Ma che ci frega. Sulla tua testa o sul cuscino non fanno alcuna differenza.

Stavo con te per i tuoi occhi buoni. Quelli neanche le cure erano riusciti a cambiarli. Mi guardavano allo stesso modo, come se non avessero visto niente di più bello in tutta la loro vita.

Dimagrivi a vista d’occhio ma poiché eravamo una cosa sola i chili che perdevi tu li ritrovavo puntualmente sui fianchi e le cosce.

-Vedi? Te li sto tenendo da parte!

Ti dicevo cercando di nascondere la paura che non saresti mai tornato a riscuoterli.

Dal modo in cui mi sorridevi, però, dovevo piacerti anche così. Non mancavi di dirmelo, di farlo notare a tutto il reparto.

-Avete visto quanto è bella Annalisa! Sono proprio un ragazzo fortunato.

Io ingrassavo, mi torturavo le mani e il cuore, tu lentamente deperivi e ti spegnevi.

Forse, però, così belli, così veri, così vivi non lo siamo mai stati. Forse ci si può sentire così soltanto ad un passo dal baratro: disperati e innamorati.

Non eravamo il ritratto della salute mentale e fisica, e nemmeno quello della felicità, ma sicuramente avevamo trovato il modo di riempire la nostra cornice con tutto l'amore di cui eravamo capaci.

Penso a Parigi, alla meravigliosa vacanza che ci saremmo presi dopo il tuo tumore. Penso ad una città lontana dalle chemio, dall’Italia, dalle madri apprensive, dai padri disperati, dalle infermiere scorbutiche e dai dottori evasivi.

Avrei voluto avere prima la tua cartella clinica tra le mani.

“Andiamo via, amore. Parigi ci aspetta.”

Ecco cosa ti avrei detto. Non avrei aggiunto altro. Non ce ne sarebbe stato bisogno. Il resto lo avresti letto a chiare lettere sul mio volto disperato. Mi avresti abbracciata forte, avresti firmato il foglio delle dimissioni e con il tuo solito sorriso avremmo fatto i biglietti per il viaggio che ci meritavamo di fare prima di lasciarci per sempre.

Avremmo preso l’aereo insieme. Io avrei avuto paura di volare per la prima volta e di immaginarti in un posto troppo lontano per essere raggiunto. Tu mi avresti stretto la mano più forte, non per fare l’eroe e nemmeno per provare inutilmente a tranquillizzarm ma per avere paura insieme a me. Perchè, in fondo, se si è in due anche la paura fa meno paura.

Parigi sarebbe stata bellissima. Bellissima e triste come la spettatrice inconsapevole di un addio che nessuno dei due avrebbe mai voluto pronunciare. Bellissima perché ci saremmo stati ancora noi. Insieme.

-Quando verrà il momento…

-Non pensiamoci adesso… C’è tempo…

-Hai ragione… C’è tempo… Ma non ci basterà… Io dovrò farmelo bastare, non ho alternative. Tu, invece, avrai la possibilità di decidere che il nostro tempo non ti è bastato… Ecco, non ho il diritto di decidere anche per te, di come dovrai o non dovrai sentirti quando arriverà il momento ma… Se puoi… Se ci riesci… Non essere triste per me… Non esserlo tutto il tempo… il tuo tempo…

-Giuseppe…

-Per te non sono Giuseppe. Tu mi devi chiamare amore! Solo amore.

-E’ il momento di scherzare?

-Guarda che sono serio!

-Allora… Amore… E’ dura pensarci… E non voglio farti promesse che non so se riuscirò a mantenere…

-Lo so… E ti ringrazio. Non mi piace l’idea di morire a 27 anni. Volevo fare tante cose e volevo farle con te. Mi sono beccato uno dei tumori più disgraziati. E dovrò lasciarti. Capisci? Io che avevo promesso di non farlo dovrò lasciarti! Ecco, questo mi fa incazzare. Mi fa incazzare di brutto. Non so una parola di francese altrimenti comincerei a bestemmiare così che tutti quanti qui possano capirlo quando odio questo tumore e il fatto che si sia messo di mezzo tra noi ma… Non cambierebbe le cose… Sto cercando di accettarle per godermi il poco tempo rimasto… Non mi aspetto che sia lo stesso per te. Siamo in due posizioni diverse. Io me ne andrò lasciando a te la patata bollente. Pensi che non lo sappia? Io smetterò di esistere e tu dovrai fare i conti con tutto il resto. Da sola. Ecco, questa sarà una delle cose che non mi farà riposare in pace ammesso sia vero che ci sia qualcosa dopo la morte…

-Dobbiamo pensarci adesso? Non vedi quanto è bella Parigi oggi?

-Io vedo una sola cosa bella oggi e sei tu. E’ questo che voglio ricordare. E’ questa l’unica cosa che spero mi permetteranno di portare via con me.

-Ti amerò per sempre.

-Anche io. Dicono che sia come addormentarsi… Morire intendo… Quindi tu non pensarmi morto… Pensami addormentato, caduto in un sonno profondo dal quale non potrò più risvegliarmi ma, ne sono sicuro, continuerò a sognare di te.

-Ci incontreremo nei sogni. Io e te. Anche dopo che sarà arrivato il momento.

-Soprattutto dopo. Farò in modo che tu non debba sentire troppo la mia mancanza. Se davvero c’è qualcosa dopo la morte sappi che troverò un modo per tornare.

-Quindi ti dovrò pensare addormentato?

-Sì, addormentato.

-Vorrei addormentarmi anche io con te.

-Avremo molto tempo per dormire di nuovo insieme. Te lo prometto. Vado solo a tenerti caldo il letto. Verrai anche tu.

-Allora… Buonanotte amore mio.

-Grazie, amore mio.

(Annalisa Dolgetto)

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