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Una storia di RosannaRobiglio

Edoardo e la  città

Pubblicato il 19 marzo 2018 in Avventura

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Edoardo e la città

Edoardo, non amava quella terra. La sua solitaria e monotona esistenza scorreva fra il liceo presso i gesuiti e la sua famiglia di ricchi possidenti agricoli. La casa, una grande villa circondata da campi, prati e boschi, era poco distante da quella destinata ai coloni che in quel momento ospitava una numerosa famiglia di grandi lavoratori.

Quei mezzadri, pur subendo un duro rapporto col proprietario della fattoria che non esitava a far emergere la sua supremazia, curavano quei possedimenti con tanto impegno e quella fertile terra li ricompensava con molte soddisfazioni.

I figli, piccoli grandi uomini, più abituati a dare una mano nei campi che a studiare, aiutavano il padre e il nonno nelle loro attività e quelle fatiche che iniziavano all’alba, si protraevano fino a tarda sera.

La madre invece collaborava con la padrona di casa nei lavori domestici, mentre Margherita, unica bimba della nidiata, si prodigava ad aiutare l’anziana nonna nelle faccende di casa.

Per Edoardo invece, i suoi genitori sognavano il massimo della vita e per dargli un’educazione all’altezza del suo rango, due volte la settimana era alle prese con lezioni di pianoforte, una materia che non lo interessava affatto, ma che seguiva per non deludere il padre.

Sempre solo, invidiava quei ragazzini che sapevano divertirsi con poco e litigare per nulla, liti subito placate dal fermo e deciso intervento del padre che, richiamandoli all’ordine, li poneva subito sulla retta via.

L’impegno degli studi e una opprimente solitudine gli avevano negato anni di ingenua felicità e soffocava quella situazione immergendosi nella lettura di quelle opere in evidenza sugli scaffali della grande libreria del salotto.

Intanto gli esami di maturità si avvicinavano a grandi passi e pur temendoli, lo sollevava l’idea che presto, iscritto all’università, avrebbe avuto l’occasione di allontanarsi da quel luogo che stava gli diventando un po’ troppo stretto.

Per rilassarsi, osservava, attraverso le bianche tende di pizzo delle finestre del suo studio, quel paesaggio che sapeva di primavera.

Leggere nuvole bianche volteggiavano nel cielo quasi a gareggiare con le rondini che volavano in quell’azzurro disegnando tanti ghirigori, libere e felici proprio come avrebbe voluto essere lui.

Ma ora che parte di quella libertà si stava avvicinando, si sentiva quasi confuso, sapeva solo che voleva evadere da quella casa, bella si, ma anche tanto triste, dove regnava un silenzio quasi surreale.

Il suo spirito malinconico e insofferente, tormentato da un senso di vuoto, lo portava ad essere sempre più sprezzante e pessimista e cresceva in lui la voglia di ribellarsi a qualunque cosa.

Osservava l’andirivieni dei carri trainati a fatica da docili buoi carichi di sacchi di grano trasformati in farina.

Detestava la sottomissione di quegli animali che subivano le pressioni del padrone senza reagire e li paragonava a quei coloni che ubbidivano a suo padre proprio allo stesso modo.

Rifletteva su quel modo di vivere che le pareva una catena a cui è difficile opporsi, ma capiva che sostenere delle ribellioni potevano causare nelle persone insicurezze tali da non avere poi la forza di affrontarle.

Immaginava la vita come una lunga catena che dall’anello più grande, e senza mai spezzarsi, ne partivano altri sempre più piccoli. Ogni anello era un padrone che seguiva le regole dettate da quello più grande diventandone vittima incosciente.

Quasi d’istinto si trovò a riflettere sul susseguirsi di tutte quelle guerre di potere trattate abbondantemente sui libri di scuola. Una sequenza di conflitti che lo costringevano a scavare negli abissi della coscienza degli uomini alla ricerca di quel bene e male che convivono nello stesso individuo, due istinti contrastanti fra loro, ma col desiderio di affermare il proprio io.

Spesso si trovava a frugare anche nella personalità di Margherita, la figlia del mezzadro che con la sua esile e leggiadra figura racchiusa in vestiti dozzinali, canticchiando, volteggiava nel cortile per raggiungere l’orto e raccogliere le verdure per il pranzo.

La osservava quando alla fontana lavava gli indumenti strofinandoli energicamente e li stendeva al sole sui fili che il padre aveva predisposto per quell’uso, senza mai riposarsi.

I suoi lunghi capelli scuri raccolti in una treccia fermata da un vistoso nastro rosso che le pendeva sulle spalle, faceva risaltare di più il suo profilo longilineo e lo incantavano quegli occhi verdi smeraldo sgranati verso l’alto quando osservava i voli delle rondini che le trasmettevano speranza e gioia di vivere.

Non sembrava essere, come lui, soffocata da lugubri pensieri, ma accettava il suo destino felice di vivere con la sua famiglia scherzando e ridendo coi fratelli mentre insieme collaboravano per il benessere di tutti.

Edoardo la immaginava già addestrata a svolgere un domani e neanche troppo lontano, le stesse mansioni poco idilliache della madre, come in parte stava già facendo e non riusciva a capire come facesse ad essere tanto felice, mentre in lui maturava uno spirito ribelle che lo invogliava sempre più a lasciarsi alle spalle quella forzatura innaturale.

Provava quasi un sentimento di pena anche verso sua madre dominata che vedeva dominata dalla tirannia di quel padre padrone a cui lei ubbidiva, ma capiva anche la necessità di dimostrare la sua autorità di fronte agli altri anelli più piccoli della catena, senza capire che a sua volta, anche lui era schiavo di quel potere.

Dominato dalla passione per Margherita, aveva cercato di resistere il più a lungo possibile in quella casa, ma la distanza fra i due era troppa. Quando si incontravano, lei gli rivolgeva un saluto di riverenza, dimostrando che ormai si era abituata a quella forma di servitù.

Spesso tentava di intrecciare un dialogo col padre per esprimere la sua verità, ma veniva considerato incapace di dimostrare quella grinta indispensabile per inserirsi di diritto nel loro livello di appartenenza.

Edoardo aveva utilizzato la sua forza interiore per nascondere la ribellione e quella forza gli fece indossare a lungo una odiata maschera di ipocrisia.

Finiti gli esami di maturità, decise di dare una svolta alla sua vita e partì per una lunga vacanza in cerca di nuove esperienze.

Mentre si allontanava da quella casa che lo aveva visto crescere, si soffermò sulle lunghe ombre dei monti che sovrastavano la valle colorata da vigneti, prati, castagneti e alti cipressi.

Un ultimo sguardo al campanile della chiesa che svettante gli infondeva con squilli di campane che rimarcavano l’ora, il suo saluto e fiero se ne andò per raggiungere la città dei suoi sogni.

Firenze lo accolse coi suoi palazzi ancora intatti, arricchiti da statue, stemmi gigliati ed eleganti archi sorretti da colonne riccamente scolpite, immagini di forza e civiltà.

Affacciato sulla piazza, un loggiato aveva protetto per millenni splendide statue di marmo e bronzo e fra quei colonnati, i fiorentini si ritrovavano per dialogare e insieme inoltrarsi fino a raggiungere le rive dell’Arno.

Ma la sua attenzione fu attratta dalla gigantesca statua di marmo bianco raffigurante il David di Michelangelo datata nel primo “500, uno degli emblemi del Rinascimento, simbolo di Firenze e dell'Italia intera.

Con quell’opera, l’artista volle rappresentare Davide che tenendo saldamente nella mano destra un sasso e sulla spalla sinistra la fionda, era pronto a colpire il gigante. Il giovane pastore affrontava, con una intensa espressione di sfida e segno di vittoria, quel temibile nemico che nessuno aveva mai osato sfidare e una targa ai suoi piedi riportava la scritta “patrimonio dell'umanità”.

In quel termine Edoardo vi ritrovò tutti quei concetti assimilati durante le sue letture, un pensiero che stava diventando sempre più dominante.

Seduto al tavolo della trattoria in cui si era fermato per rifocillarsi, immaginava i periodi remoti di quelle civiltà che, fiere della propria forza avevano combattuto fino in fondo la loro battaglia, fino a farsi raffigurare nudi di fronte ai palazzi del potere e compativa coloro che per paura delle difficoltà della vita, lasciavano che tutto proseguisse come prima.

A distoglierlo da quei poco edificanti pensieri, fu il calare del sole che dipinse di rosso il cielo terso colorando anche quei tetti grigi che aveva di fronte e quei colori gli erano apparsi come la cosa più bella dell’universo.

E come il sole era riuscito a cambiare in un attimo l’aspetto di quel paesaggio, così anche il suo piccolo paese natio, avrebbe potuto rinnovarsi per rendere la vita di quei cittadini più facile e libera, come libere erano le rondini nel cielo.

Una inspiegabile forza interiore si impossessò di lui e pensando a Margherita, si ripromise di voler fare qualcosa di importante. Aveva finalmente scoperto quale fosse il suo futuro e la strada da seguire. Voleva ardentemente migliorare quel luogo e l’esistenza di quel popolo che, senza saperlo, aveva sempre amato più di ogni altra cosa al mondo.

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