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Una storia di Valeriaiannini

1, 2, 3…volo

Pubblicato il 07 dicembre 2017 in Altro

Tags: infanzia ricordi shortsory

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Mi succedeva questa cosa di trovarmi di colpo come sbalzata fuori da me stessa, dal mio corpo, allora mi guardavo dall’alto e ancora oltre, vedevo il tetto di casa, la città con le macchine che diventavano piccole, fino a osservare la Terra dall’universo. E io non c’ero più.

Era il periodo in cui vivevamo “giù” per il lavoro di papà, lo avevano trasferito nel nuovo stabilimento dell’Alfa che doveva essere tanto importante perché il giorno dell’Epifania c’era la befana in persona là dentro e portava regali da rimanere a bocca aperta: i giocattoli nuovi delle pubblicità, non le calze piene di caramelle come a casa nostra. Poi la befana non venne più e papà ci disse che eravamo troppo cresciuti. Di quel luogo ricordo solo ciò che scorgevo dalle finestre, una piazzetta con tanto via vai e altri palazzi uguali al mio; uscivamo poco perché era pericoloso che i camorristi si sparavano per strada e una volta un bambino era stato colpito per sbaglio, aveva raccontato la maestra all’asilo. Allora stavamo a giocare in terrazza dove, con i nostri amici del palazzo, facevamo il “sali e scendi” che era un cestino legato a uno spago attraverso il quale ci scambiavamo messaggi in codice e mappe del tesoro, anche perché per prendere l’ascensore bisognava metterci dieci lire e noi bambini non sempre li avevamo. Potevamo stare tranquilli per l’intera giornata finché mamma non ci avvisava del prossimo rientro di nostro padre dal lavoro e da quel momento tutto si velocizzava: noi dovevamo correre subito in camera a sistemare e pure lei andava di qua e di là, ciabattando per casa.

Uno di quei giorni, a una di quelle ore “x” che scadevano nel momento in cui sentivamo il rumore della chiave nella toppa, mio padre entra, fa il solito gesto di liberarsi le tasche del portafoglio lanciandolo senza manco guardare sul comò all’ingresso, il tutto accompagnato da un lungo sospiro – come se quel portafoglio pesasse più per la fatica del lavoro che per i soldi guadagnati – poi dice: “C’è da andare al forno a comprare il pane fresco”. Il venerdì prendevamo il pane al forno che si manteneva fino al lunedì; ma rispetto alle solite volte non so perché quel giorno aggiunse: “Vieni con papà?” Pure se non mi guardava sapevo che si rivolgeva a me perché c’ero solo io là intorno, Marco stava ancora in cameretta a mettere in ordine o forse si era perso nella pista delle macchinine dimenticandosi dell’ora “x”. Abbassai lo sguardo, non volevo vedere la delusione nei suoi occhi se avesse letto nei miei la risposta, quindi feci finta di niente, sperando che lui se ne scordasse oppure che mamma avesse sentito e fosse venuta in mio soccorso, che lei sapeva sempre ciò che volevo anche se non parlavo. Però quella volta era distratta, tra il gracchiare della radio accesa e lo spignattare ai fornelli e non cercò, complice, il mio sguardo, come invece accadeva le sere in cui mi diceva: “È ora di andare a letto” e mi strizzava l’occhio senza farsi vedere da papà e a quel punto io sapevo che dovevamo fare tutta la sceneggiata di andare a dormire, lavarsi i denti, dire la preghiera e rimbocco delle coperte, ma sarebbe venuta a chiamarmi poco dopo perché in televisione davano i film che piacevano a noi due delle ballerine in tutù, di Rossella O’Hara o di Sissi e in punta di piedi avremmo attraversato il corridoio che pareva non finire mai. Quel giorno lei non mi capì, allora io non dissi niente e andai con mio padre.

Per tutto il tragitto non mi rivolse parola, perché con me non aveva tanto da dire, fischiettava distratto da altri pensieri; passammo davanti alla scuola, alla chiesa e al negozio grande; il forno era un luogo senza nome in una strada senza importanza. Mio padre si fermò a bordo carreggiata e mentre sbatteva la porta per uscire farfugliò un “aspetta qui che faccio subito”. Le altre macchine che correvano a tutta velocità scuotevano la mia che pareva di stare in barca quando c’è il mare grosso, poi ululavano via e non so se metteva più paura quello o il silenzio che seguiva e avvolgeva ogni cosa. “Faccio subito” – mi ripetevo – e iniziai a dare un nome al tempo per farlo passare prima: 1, 2, 3 - il grigio della tappezzeria si confonde col lembo scuro di cielo che spunta dal vetro…4, 5, 6 penso a mio fratello a casa, beato lui. 7, 8, 9 guardo verso la porta dall’altra parte della strada, ma nessuno entra e nessuno esce. 10…oltre non so andare, perciò conto: 20, 30, 40, mi immagino la bocca di fuoco gigante, dentro quella porta, che ha inghiottito mio padre – 50, 60, 70 con il dito segno il suo percorso sul finestrino appannato per ricordarmi la strada – 80, 90…a 100 non voglio arrivare, perché è troppo tempo: 100 non è “subito”. Allora mi accovaccio sul sedile, metto il pollice in bocca tanto nessuno mi vede e accade quella specie di “gioco” di quando sono sola con me stessa e volo via, ma piano piano, come qualcosa che spingi sott’acqua e riemerge lentamente. Mi guardo dall’alto, poi vedo la macchina e il forno e la strada, ma non mi fermo e salgo sopra la città, levitando senza timore e scorgo mille lucine lontane e case minuscole che sembra un presepe, continuo nel mio volo e mi ritrovo oltre la Terra che ora è uguale al mappamondo di Marco, quasi completamente blu. A quel punto mi viene una specie di vertigine e rifaccio il viaggio al contrario da su fino a giù, dentro la mia macchina e mi tranquillizzo perché tutto è tanto grande là fuori e io in confronto sono solo un puntino.

Non mi accorgo di quando papà ritorna e posa il pacco marrone sul sedile a destra. Non mi accorgo di quando ripartiamo, che ormai mi sento al sicuro; non mi accorgo nemmeno delle sirene e delle due macchine che affiancano la nostra.

Mi sveglio solo nel momento in cui mio padre ferma la macchina. Vedo i suoi occhi che mi guardano dallo specchietto e mi pare come lo sguardo di un bambino, quando ha paura.

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