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Una storia di CuorDiPolvere

Questa storia è presente nel magazine LeFou

La Torre

Pubblicato il 12 marzo 2018 in Avventura

Tags: Avventura Steampunk

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I.

Gli avevano raccontato la storia della Torre di Lurim, che nessuno era riuscito mai a trovare. Si narrava che la Torre fosse l'ultimo retaggio di un'antica stirpe di Magi, ricercatori della Fiamma, ch'era vissuta sulla collina secoli addietro; alla loro scomparsa nelle pagine della storia, i nomadi occidentali viaggiarono lontano dai loro fiumi natali e incontrarono la Torre, attorno alla quale edificarono la città di Lurim. La storia precipitò nella leggenda, e della Torre si persero le tracce giacché nessuno riuscì mai a trovarla. I più pensarono ch'era crollata, o che fosse sottoterra nelle radici di città ancor più antiche.

Si avventurarono in molti, e ciascuno di essi perse la fede e la speranza, e non la cercarono più.

Lui era un folle, e girava attorno ai miti per dire le parole giuste, e cercava tutto quello che non si scorge con gli occhi, ma dietro al velo. Ascoltò la storia e venne il giorno che questa gli occupò la maggior parte dei pensieri; partì di notte col buio, perché pensava di vedere meglio; girò attorno ad ogni muro, ogni bottega ed ogni casa, e non riuscì a trovarla. Da notte fu giorno, e la città riprese vita.

A un quarto di giro dal Sole, gli si rivelò un figuro che bruciava dalla pipa. Gli sembrò di conoscerlo e gli si avvicinò.

"Te lo ricordi com'era lassù, sulla nostra vecchia Torre?" mi chiese, e cercai nelle mie memorie certi ricordi evidentemente troppo lontani, che non riuscii a recuperare.

"Io me la ricordo bene. Da quando siamo scesi non l'ho più ritrovata, e mi sento come un peccatore. Lassù eravamo santi; ma quaggiù siamo assassini e prede. Ci siamo scordati di portare con noi ciò che lassù ci era stato donato, perché eravamo troppo impegnati a fuggire dalla visione di Lui.

E' così che siamo scesi: cadendo..."

E più me ne parlava, più le mie immaginazioni si moltiplicavano. Ma non erano altro che chimere senz'anima. Il mio compare si congedò da me nelle sue giravolte di fumo e nebbie, mentre mi mostrava con la mano il gesto della nostra vecchia fratellanza, cosicché io ricordassi. E ricordai.

II.

Scriveva con un lungo lapis di bambù, e faceva dei gesti tutto attorno; cambiava forma e aspetto: talvolta era un pittore, talaltra un imperatore dalle spalle d'oro e la mente lucida e brillante; di questo conservava con devozione e lealtà le buone maniere, la cura, la nobiltà dei palazzi dalle mille colonne che avevano accolto il centro del mondo, una volta. Del pittore condivideva lo spirito e ne era affine come artista.

Riusciva in qualunque miracolo e in ogni sorta di prodigio: faceva ballare statue di popoli estinti, rullare i tamburi appesi ai muri della sua antica dimora. Guariva e fulminava, tuonava e leggeva ogni cosa scritta e non scritta in ogni tempo e in ogni luogo.

Ogni suo gesto era l'impossibile reso possibile al di là delle regole imposte alla natura.

Cambiava faccia alle cose, faceva piovere e nevicare.

Ogni cosa gli obbediva, e cercava solo la saggezza per darla ad altri nella medesima misura in cui gli altri ne cercavano o ne avevano bisogno.

Era nato in un paese che non esiste più, ed era vissuto al di fuori del tempo, perché era un Eroe Solare premiato per le sue imprese dal Dio dei Cieli e della Terra e di ogni cosa viva e morta.

Lui la Torre la ricordava, ed era grazie a lui se tutti gli altri erano riusciti a trovarla e salirvi: si era lasciato indietro delle tracce per tutta la vita, per tutta la città, ed erano simboli ed erano indicazioni. Una strada fatta di storie e prodigi che la gente raccontava e che aveva scritto nelle pagine della storia dell'uomo mescolando con sapienza l'ingegno alle cause.

Mi ricordai di lui perché mi sembrava di averlo scorto tra la folla, un giorno di ricerca, e fui rapito dal suo fantasma che girava per la città indisturbato.

Ricordai che nessuno lo conosceva più, perché era morto vent'anni addietro.

Lo persi alle soglie del cimitero; portai dei fiori alla sua tomba, sulla quale v'era una statua che a lui non era mai piaciuta.

Un colpo di vento mi portò un cappello, quello del mio maestro, e lo vidi allontanarsi fra le tombe: seguii le sue istruzioni, le sue allegorie e i suoi geniali tempi d'incontro precisi.

Mi districai nel suo grande enigma, con qualche difficoltà nel recuperare il filo dentro al labirinto, e infine lo incontrai.

III.

"Mi hai cercato. Hai pregato tanto da temere per la tua follia.

Ci sono rose che vanno prese nel momento benedetto: se recise prima, appassiranno e di certo morranno..

Hai creduto che il vaso fosse il fiore, ed hai peccato. Senza vaso, dove accoglierai la Rosa del Deserto che ti verrà donata?

Noi non possiamo dire chi è il calice; solo che dev'essere la tua guida. Tu l'hai visto ma il rivelarsi di Lui è stato un assalto, uno strappo, e la sua forza ti ha infranto il vaso. Contempla senza il seme, quando l'avrai davanti: chiedi perdono e accetta la sua regalità. In questo modo cadrai in battaglia durante il duello e morendo conoscerai la sua Divinità, e tutto quello che conosci sarà lontano da ogni cosa, e non sarai che veramente solo con te stesso.

Ti verrà donato un Fiore..."

Si riprese il cappello e in mezzo alle foglie divenne foglia, e fu portato via dal vento.

Tornai sui miei passi e venne sera. Lessi le grandi lastre di pietra che narravano le gesta eroiche dei cavalieri della città: c'era la storia di Rolando e quella della sua sposa, ch'erano stati rapiti in cielo per il sacrificio di lui in battaglia.

Seguì le storie attorno alle cattedrali, diede caccia ai draghi di pietra e ai maghi di roccia che scrutavano dall'alto di certe chiese.

Gli sguardi nudi delle statue gli raccontarono le regole della geometria, e studiò la struttura che essi facevano leggere e capire attraverso l'incrocio delle loro linee; quindi trasformò le figure in forme, e le forme in colori. Creò la struttura curandosi di vedere la stella dentro alle sue geometrie; vagò fino al centro e si trovò di fronte alla Torre.

Trasalii, perché era d'oro scuro e non velato. Era un sogno formatosi nei sogni di quella gente che adorava il sorgere del Sole, e collegava cielo e terra coi suoi splendidi rubini tutto attorno. Mi volò davanti una Fenice.

Salii le scale massicce e le figure tutto intorno mi raccontarono la mia storia, come fosse quella di un eroe. E fui commosso ed eccitato, felice e triste, e giunsi alla sua vetta che c'era un campanile. Quella notte lo sentii suonare solo per me, e duellai.

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