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Una storia di sugarkane

Fenice

Ricordava bene il giorno in cui si era ritrovato quel fagottino riccioluto dal profumo di pesca, del quale non sapeva proprio nulla...

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Pubblicato il 29 maggio 2018 in Altro

Tags: amore fenice figli genitori

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Pettinava i lunghi capelli castani con la precisione e la delicatezza con cui si passa la spazzola tra quelli di una bambola preziosa, non di una bambina. La sua bambina. Li toccava premurandosi di non tirarli troppo né di farle male, passava le setole dalla radice alle punte lentamente cercando di seguire le onde naturali che nascevano spontanee dalla folta chioma; li muoveva racconti da una mano all’altra, ne percepiva la loro morbidezza nei polpastrelli delle dita e poi, piano, li sistemava da sotto, dalla base del collo. Non toglieva lo sguardo da ciò che faceva neppure per un momento, la cura che impiegava si sarebbe potuta definire maniacale sotto ogni punto di vista, ma lui ne andava fiero: avrebbe fatto qualsiasi cosa per la sua fonte di gioia e soddisfazione, per la bambina con gli occhi più profondi che avesse mai visto. Piaceva ad entrambi passare il tempo in quel modo, in silenzio, con il viso rivolto verso i raggi del sole provenienti dalla finestra bianca, coperta da una tenda corta dello stesso colore, e la schiena in direzione della stanza con la luce spenta. Al mattino si sedevano uno dietro l’altra a gambe incrociate, aprivano le persiane e lasciavano che l’aria li colpisse insieme al dolce suono del mare, che la piccola intravedeva all’orizzonte sbirciando in punta di piedi dal davanzale; lei fissava per dei minuti il muro candido e canticchiava filastrocche imparate all’asilo o canzoni che il suo papà ascoltava durante la giornata, mentre lui le spazzolava i capelli morbidi e glieli legava in una coda alta oppure in una lunga treccia. Così trascorrevano il tempo che avevano a disposizione prima di andare all’asilo o al lavoro.

Il giovane padre ricordava bene il giorno in cui si era ritrovato quel fagottino riccioluto dal profumo di pesca, del quale non sapeva proprio nulla, come se fosse stato poche ore prima. Era un tardo pomeriggio estivo quando qualcuno bussò alla porta e, andando ad aprire, non trovò altri se non la piccola davanti all’uscio in un vecchio dondolo per neonati; coperta da un lenzuolo bianco bordato di arancione, l’avevano lasciata lì in balìa della fortuna accompagnata soltanto da una busta chiusa. Stupito da ciò che stava vedendo, raccolse l’inaspettato regalo e tornò dentro, girando e rigirando il biglietto in continuazione: non c’era un indirizzo, un numero o un nome fuorché il suo, Domenico. Mille ed un pensiero gli frullavano nella testa ed i peggiori sembravano avere la meglio su di lui, il cuore batteva forte aumentando tanto più la piccola alzasse il volume della voce e si disperasse. Come biasimarla? Si guardò intorno credendo fosse uno scherzo (la telecamera doveva pur essere da qualche parte!), ma quando capì che era la pura realtà si spaventò talmente tanto da provare la stessa necessità di scoppiare in lacrime fino a non avere più aria nei polmoni. Con gli occhi gonfi e lucidi che gli offuscavano la vista e una mano che cullava la bambina, si decise ad aprire la busta e scoprire la verità; provò una certa difficoltà nel capire quel foglio scritto a mano in una calligrafia pessima a causa della poca lucidità del momento.

“Caro Domenico,” lesse ad alta voce come fosse davanti ad un pubblico, “ti chiedo infinitamente scusa per rivoluzionarti la vita di punto in bianco, ma sai, è nella mia natura. L’ultima volta che ci siamo visti è stato meno di un anno fa, durante la festa del paese in cui ci siamo conosciuti da bambini, quando giocavamo a palla nel giardino dei miei nonni, e ammetto di non averti riconosciuto subito: sapevo fossi diventato bello, ma non pensavo così tanto! Se ben ricordi passammo la notte insieme (nonostante tu fosse restio al riguardo) dove un tempo guardavamo le stelle e dalla sera stessa ho dovuto adattare la mia esistenza a quella di un’altra persona. La piccolina nel dondolo ha la pelle chiara come la luna, tanti capelli sulla sua testolina fragile e un neo sul collo, proprio dove ce l’hai tu. Se non si fosse capito, lei è tua figlia ed è bella come te dal primo istante! La amo come amo te, ma io non posso tenerla: la mia vita è uno schifo e non voglio rovinare anche la sua; te la lascio ad occhi chiusi perché so che te ne occuperai alla perfezione, hai un talento naturale nel migliorare l’esistenza delle persone, e che la renderai una donna eccellente rispetto alla madre.

Perdonami ancora e ricordati di compilare i documenti che ti ho lasciato nella busta se desideri tenerla, al contrario dalli a chi si prenderà l’impegno di regalarle la luna pur di vederla felice.

Tanti baci, vi amo con tutto il cuore e curala come fossi tu!”

Il giovane accartocciò furibondo il biglietto e lo scagliò contro il muro il più forte possibile, sfogando la rabbia che aveva in corpo. Come aveva osato intromettersi nella sua vita e sconvolgerla così tanto, nonostante sapesse bene che lui dovesse ancora combattere per poter vivere in pace e lontano da ogni pregiudizio della gente? Domenico intuì che era finito il tempo per pensare solo e se stesso ed era cominciato quello di occuparsi anche della piccola creatura; bisognava insegnarle che ognuno di noi è libero di essere ciò che vuole a dispetto dell’inutile parere altrui, a riflettere al di là limiti e ad amare nel modo più completo possibile.

La guardava piangere senza muovere un dito per paura di farle male e peggiorare la situazione, si chiedeva cosa avrebbe dovuto fare ed altri mille interrogativi del caso, ma poi, come un fulmine a ciel sereno, gli venne in mente una domanda fondamentale: la bambina aveva un nome? Se sì, quale? Raccolse il foglio che era rimbalzato sul muro e finito accanto al suo piede, lo srotolò e scrutò ogni riga nella speranza di trovare una risposta, ma non era stato scritto nessun nome; la bambina non ne aveva uno e questo gli fece sorgere il dubbio che non fosse nemmeno nata in ospedale né registrata all’anagrafe. Doveva provvedere lui a darla un’identità, renderla effettivamente esistente per tutti, non solo per sé o per la madre che se ne era liberata senza troppi scrupoli, offrendole così la possibilità di avere un futuro concreto alla luce del sole e non nascosta nell’ombra di uno sbaglio. L’avrebbe resa una persona felice. Domenico fece un respiro profondo, poi si avvicinò al dondolo e prese in braccio la bambina, cullandola per tentare di calmarla; pensava a come avrebbe potuto chiamarla, a quale fosse il nome più adatto alla creaturina che sbatteva le palpebre lasciando intravedere un paio di grandi occhi scuri pieni di pianto. Trascorse alcuni minuti ad ascoltare i suoi singhiozzi andare scemando e, come dopo una tempesta, la sua mente si liberò di ogni perplessità ed ebbe un’idea: la piccola aveva bisogno di un nome che la facesse stare bene anche quando tutto il mondo le fosse stato contro, che le desse il coraggio di reagire e di non abbassare la testa alle avversità, ché la più grande la stava affrontando in quel momento. Fenice, il mitico uccello color porpora che rinasce dalle proprie ceneri e vive per secoli; anche lei sarebbe rinata dalle sue sconfitte, ne avrebbe tratto la forza necessaria per essere migliore ogni volta.

- Non preoccuparti, piccola Fenice: dovrai crescere senza mamma, è vero, ma avrai lo stesso amore dai tuoi papà! – le disse Domenico baciandola sulla fronte e la bambina si addormentò.

Così passarono cinque anni, tra le difficoltà di dover crescere una bambina in una società in cui se non si è comuni si è considerati alieni e quindi sbagliati, ma comunque con il coraggio di urlare al mondo che l'amore è uguale per tutti, e le spazzolate a quei capelli che non facevano che diventare sempre più lunghi e belli come lei.

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