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Una storia di avodavide

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PROIEZIONE

Pubblicato il 07 dicembre 2016

Come ogni sera mi trovo a guardare il cielo. Che sia estate o inverno ho un posto privilegiato sotto il portico: un dondolo sospeso da terra con un grosso cuscino marrone. In estate ascolto il silenzio e la piacevole brezza fresca; in inverno con le braccia conserte sono in silenzio e mi diverto con la condensa del mio fiato. Ogni tanto mi alzo vado alla porta d’entrata appoggio la mano al pomello con meticolosa maestria lo giro senza far alcun rumore. Vederla riposare da una lunga giornata in ufficio mi conforta. Sorrido. Chiudo la porta. Il re riprende podestà del suo trono. Stasera il termometro segna 0 gradi. Ciò non mi spaventa sono vestito completamente con tessuto termico; l’unica parte del mio corpo esposto al freddo è il naso. Guardo le stelle, gli aerei passare, la Luna.

“Stasera non c’è una nuvola” .

Si vedono le stelle nel loro splendore; mi piacerebbe avere un cannocchiale ma l’inquinamento luminoso è fastidioso. Risparmiamo quei soldi, non sono mai abbastanza. Ultimamente le spese sono aumentate. Ponderiamo le risorse.

Abbiamo un cane: mangia, dorme, dorme e mangia. Un talento innato. Due sere fa ho avvolto la sua cuccia in una pellicola trasparente, per materasso strati di giornali stracci. Se la chiamo per la pappa spunta il muso se la chiamo per due passi si gira e mi mostra la coda. Le manca la parola.

“Stanotte è fredda”

Sono le due, un clack attira la mia attenzione, la porta si apre quanto basta per sentire la sua voce.

“Pulcino è tardi”.

Il paradosso: sono un omone muscoloso di due metri per cento chili!

Mi alzo dal dondolo gongolando, mi avvicino a lei stringendola sul mio petto e le sorrido come un bambino felice di mangiare una fetta di torta al cioccolato. Assaporo le sue labbra calde…chiudo gli occhi…

…Un tintillio metallico mi richiama alla realtà…

Riapro gli occhi sono seduto davanti ad uno schermo di una stanza fredda, asettica e sterile.

A bassa voce canticchio una canzone di cui non ricordo più le parole. Un eco lontano.

Con un movimento cablato, automatico, indosso la tuta di combattimento composto da migliaia di sensori e connessioni. Il colore richiama un tuorlo d’uovo fluorescente.

“Muovi il culo soldato”

Attraverso la cabina scendo sul ponte fin giù all’armeria

“Eccoti”

Davanti a me si staglia un sofisticato esoscheletro corazzato, pesantemente armato.

Sedendomi all’interno do l’avvio al countdown.

Una blindatura di paralitiano, una lega durissima, spessa trenta centimetri separa il mio corpo dal fuoco del nemico.

“Rilascio”

In un attimo sono nello spazio.

Missione: proteggere un cargo di minerali. Coordinate confermate: Terra.

“Finalmente si torna a casa”

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