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Una storia di JaredMarcas

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Ethernia - Capitolo 1

Pubblicato il 21 aprile 2017

Non era ancora sorto il sole quando Medd si svegliò nella cabina dello zeppelin. Scostò lievemente la tenda per osservare il paesaggio sottostante: piccole isole si susseguivano sempre più fitte fino a che il mare non lasciava spazio alla terra ferma. “Ci siamo, manca davvero poco ormai.”

Tenui bagliori all’orizzonte preannunciavano l’arrivo dell’alba, ma mancava ancora molto prima che sorgesse il sole. Il giovane si alzò dal letto dirigendosi verso il catino pieno d’acqua e si dette una sciacquata veloce al viso. Nello specchio vide il riflesso del suo volto segnato dalle occhiaie e da quella cicatrice sotto l’occhio destro che rendeva il suo giovane viso duro e malinconico.

Non aveva dormito molto quella notte, ma nonostante ciò non aveva più voglia di starsene fra le coperte a girarsi e rigirarsi, tormentato da timori e paure. Uscì dalla cabina e si avviò verso il ponte che dava sull’esterno per rilassarsi con la visione del panorama, cullato dalla lieve brezza del mattino sulla pelle.

Lo zeppelin era deserto, come era da immaginarsi. Solo il vento con i suoi ululati rompeva la monotonia di quella calma mattutina. Non appena ebbe salito le scale che portavano al ponte esterno, Medd si ritrovò davanti un paesaggio tetro ed misterioso. Si potevano vedere in lontananza solo i contorni dell’isola che presto sarebbe diventata casa sua. Montagne alte, altissime, che quasi arrivavano alla stessa altezza di volo dello zeppelin. L’idea di essere assegnato in un villaggio sperduto su una di quelle montagne lo incuriosiva e lo affascinava, ma sapeva fin troppo bene che la scuola non aveva sedi poste in quei luoghi ai confini del mondo.

Con molta probabilità si sarebbe ritrovato in una cittadina medio-grande, anche se il punteggio che aveva ottenuto nelle prove d’ammissione gli garantiva una benché minima speranza di ritrovarsi collocato nella capitale dell’isola.

“Speriamo che quest’avventura cominci col piede giusto...e speriamo che me la cavi qui, da solo”, mormorò fra sé e sé, pensando da una parte alle belle esperienze che lo stavano aspettando, e dall’altra cercando di scacciare dalla mente tutte le ansie e paure che lo stavano attanagliando in quei giorni.

- Biondino, anche tu insonne? - Un personaggio alto e slanciato era apparso sul ponte. Il suo mantello era lungo e nero, con un ampio cappuccio che gli oscurava tutto il viso. Medd si voltò ad osservarlo, mentre con passo felpato questi raggiunse il giovane al parapetto.

- No… non sono strano. Sono solo diverso da te, tutto qui - disse lo sconosciuto, con voce calma e docile. Medd sgranò gli occhi in un’espressione di pura meraviglia. Un attimo prima stava pensando a quanto insolito e sinistro fosse quella persona e adesso la stessa persona pronunciava a voce alta i suoi pensieri?

- Sai, andremo nello stesso posto credo. L’Accademia di Arti Avanzate, no? Ah già, non mi rendo ancora conto che posso incutere timore se leggo nel pensiero delle altre persone. Non preoccuparti comunque, ho iniziato a sviluppare questa caratteristica da poco tempo, non riesco ancora a padroneggiarla a mio piacimento. Sono un Iravu -

Togliendosi con delicatezza il cappuccio dalla testa, Medd fu in grado di vedere l’aspetto del suo misterioso interlocutore. L’apparenza non era sgradevole: capelli corti e color platino, pelle nera come la notte e lineamenti del viso dolci ed aggraziati. Ma c’erano quegli occhi che davano a tutto il viso un qualcosa di sinistro. Due occhi completamente bianchi, privi di pupille e di iridi.

- Sono Bref comunque, - disse porgendo la mano sinistra a Medd, - e sono assegnato alla sezione Nord-Ovest dell’Accademia, nella regione di Punjal -

- Ehm, sì cioè… io sono Medd - rispose il ragazzo, ricambiando la stretta di mano e rimanendo sempre con quell’espressione stupita e meravigliata sul volto.

- Cosa c’è? Sembra tu abbia appena visto un fantasma. -

- No, scusami… è che non ho mai visto un Iravu in carne ed ossa, solo letto e visto qualche figura sui libri. Vengo da un paesino lontano sai. Si chiama Alidorum, nei pressi di Konarios -

Bref accennò un lieve sorriso e poi, appoggiandosi sul parapetto, tese una mano nel vuoto e creò una piccola fiammella blu sulla sua mano.

- Beh, sei scusato allora. In effetti non facciamo subito una bella impressione alle persone. Ma, fidati, siamo una razza molto arguta ed interessante. Ed in men che non si dica, da che le persone sono schive nei nostri confronti, in poco tempo diventano aperte e socievoli nei nostri confronti. Ma se la situazione lo richiede, sappiamo come farci rispettare -

La fiammella prese a danzare ritmicamente sulle dite della mano di Bref, muovendosi ora a ritmo forsennato, ora dolcemente e descrivendo dei cerchi perfetti sul palmo della sua mano.

- E quindi, Medd di Alidorum, dove sei diretto tu? A quale regione ti hanno assegnato? -

- Ci stavo proprio pensando anche io poco fa. Non me l’hanno ancora detto, sulla missiva che mi è stata recapitata si parlava solo di presentarmi alla sede centrale di Vinminkal -

Gli occhi spettrali di Bref si spalancarono e la fiammella con cui stava giochicchiando svanì di colpo.

- Accidenti, deve essere un buon segno se ti convocano addirittura nella sede centrale dell’Accademia! Chissà che non ti assegnino proprio alla sede della capitale! -

- Ma no, non credo, non ho fatto un punteggio così alto -

Imbarazzato, Medd si mise le mani in tasca, fissandosi i piedi e dando qualche calcetto senza senso al vuoto.

- Beh, l’altra opzione è che dovrai scontrarti con un altro studente per dar prova di meritare la sede centrale -

- O forse mi manderanno chissà dove -

Bref sorrise, guardando il vasto mare che ancora separava lo zeppelin dall’isola.

- Spero per te che tu non finisca ad Eliya. Dicono che esistano insetti così grossi in quel posto che potresti sentirteli bussare alla porta da un momento all’altro per chiederti di farli entrare! -

Per qualche secondo ci fu un silenzio agghiacciante. I due ragazzi si voltarono l’uno verso l’altro.

Ed inevitabilmente si misero a ridere.

- Mi sa che me ne torno in stanza a finire di leggere il libro sulle difese dalla magia rossa -

- In bocca al lupo per tutto, Bref! -

- Crepi e anche a te, Medd di Alidorum! -

Silenziosamente come era arrivato, l’ Iravu svanì nelle tenebre dei corridoi dello zeppelin.

Medd rimase ancora un po’ lì fuori da solo, a contemplare il paesaggio dal parapetto. Il vento aveva ripreso a soffiare forte e deciso, scompigliando la capigliatura del ragazzo e facendogli salire un brivido gelido su per la schiena. “Uff! Meglio tornarsene in camera, non voglio rischiare di prendermi una brutta raffrescata!”

Lo zeppelin attraccò alla torre di arrivo della città marina di Turaipoco dopo l’alba. La carovana che avrebbe portato Medd alla capitale sarebbe partita solo qualche ora più tardi, quindi il ragazzo decise di fare una colazione veloce in una locanda nelle vicinanze. L’unica aperta a quell’ora del mattino era una piccola tavola calda a pochi passi dalla torre. Appena entrato, Medd fu tentato di uscire subito e darsela a gambe levate, ma il brontolio nel suo stomaco era più forte dello squallore a cui si trovava davanti. Nella salone c’erano solo il locandiere e un vecchio barbuto con la pancia strabordante dai pantaloni che stava già trangugiando il suo terzo boccale di birra, a giudicare dai bicchieri che aveva accanto.

- Hic! - fu il modo con cui il vecchio salutò l’entrata di Medd nel locale, accompagnato da un’occhiataccia torva che colse di sorpresa il ragazzo. Un po’ stranito dal luogo e da quell’accoglienza inusuale, il giovane si mise a sedere al tavolo più riparato e nascosto del salone, vicino ad una finestra che dava sul cortile interno della locanda, dove gironzolavano allegramente dei maiali sporchi di melma. Uno di questi si affacciò alla finestra e lanciò un forte grugnito verso Medd, che sussultò momentaneamente. Il tutto gli fece guadagnare altre occhiate malevole da parte del vecchio e del locandiere.

Mentre Medd aspettava che qualcuno arrivasse per prendere la sua ordinazione, entrò nella locanda un gruppo composto da tre Iravu. Al ragazzo sembrò di non vedere il tipo conosciuto a bordo dello zeppelin, Bref, ma gli Iravu gli parevano tutti uguali: pelle nera, capelli ed occhi completamente bianchi come il platino, statura elevata e fisico robusto ma mingherlino. Era difficile per lui notare le differenze fra i vari volti, soprattutto a causa di quella pelle scura che nascondeva i vari tratti somatici. Tuttavia riuscì a notare il sorriso che li accomunava tutti. Si sedettero non lontano dal tavolo in cui era seduto Medd, parlando in una lingua che il giovane non riconosceva, molto probabilmente la loro lingua. “O forse sarà alto Eterico?” pensò, ricordandosi di aver letto una volta di quanto fossero colti ed istruiti gli Iravu. E l’alto Eterico era una lingua molto complessa, spesso riservata all’alta nobiltà di Ethernia, alla gente che aveva le possibilità economiche di farsi insegnare tanto sapere. Una conoscenza riservata a chi aveva tempo in abbondanza, non dovendolo spendere in attività quotidiane come il lavoro nei campi, nelle officine dei fabbri o a mendicare in mezzo alle strade delle ricche città, nella speranza che qualche anima buona ti gettasse qualche pezzo di rame o, meglio ancora, di pane.

Mentre Medd attendeva impaziente di ordinare un boccale di birra accompagnato da pane abbrustolito e pancetta, entrarono anche un gruppo folto di marinai, probabilmente appena sbarcati da una delle tante navi che il ragazzo aveva visto approdare nel porto.

- Oh-oh-oh! Guarda guarda cosa abbiamo qui! Un bel gruppo di musi neri! - fece il marinaio in testa al gruppo. La cicatrice sotto l’occhio bendato ed il capo lucido e pelato lo facevano assomigliare più ad un pirata che ad un marinaio, notò Medd.

- Musi neri? Cosa vogliono dalla nostra povera città i musi neri? Farci fare la figura dei deficienti? Insegnarci che sono più in gamba loro di noi? -

- Ma no! Questi neretti sono simpatici! Guardate che belle faccine vispe che hanno! Vogliono giocare! -

I mormorii e i commenti si facevano sempre più aspri e vivaci man a mano che i marinai si avvicinavano al gruppo di Iravu. Anche il vecchio barbuto e l’oste cominciarono ad indirizzare i loro sguardi malevoli verso gli Iravu, lasciando momentaneamente Medd in pace.

- E quindi, musetti neri, oltre ad invadere le nostre terre con la vostra superiorità, volete anche toglierci la soddisfazione di sederci in una taverna senza dover vedere le vostre brutte facce? -

Uno dei marinai, il più panzuto, si era messo alle spalle di uno degli Iravu, con la sua ingombrante pancia che strisciava sulla schiena del giovane straniero.

- A cosa si riferisce esattamente, buon uomo? - rispose l’Iravu, senza distogliere lo sguardo dal compagno che aveva davanti a se. Il marinaio raccolse in una coda i propri lunghi capelli increspati. - Cos’è, ti faccio così schifo che non mi guardi neanche quando mi parli? -

In quel momento, l’Iravu si voltò verso il gruppo di marinai ed fulminò con i suoi occhi completamente bianchi il marinaio panzuto. I marinai, fin a quel momento tronfi e sicuri di loro stessi, ebbero un attimo di esitazione.

- Ma che cazzo...guarda che schifo quegli occhi. Ti sta guardando o no? Non si capisce, sono troppo strani questi qui...che schifo… - disse un marinaio mingherlino nelle retrovie, sghignazzando e battendo il pugno su di un tavolo lì vicino.

- Non capisco se lo schifo che provate sia davvero dovuto alla nostra diversità o se non sia piuttosto un modo per sfogare l’insoddisfazione che provate per la vostra vita grama e senza soddisfazioni…-

- Va bene, mi hai proprio stancato negro! - disse il marinaio con la benda sull’occhio, tirando fuori un coltellaccio dal fodero che teneva attaccato alla cintura e puntandolo alla gola dell’Iravu che aveva parlato. Gli altri due fecero per alzarsi, ma due grossi marinai si posero dietro di loro e, spingendoli con grosse mani sulle spalle, li obbligarono a stare seduti.

- Sarete anche di bell’aspetto, istruiti e ricchi, ma scommettiamo che con un bel taglio alla gola nessuno di voi farà più lo strafottente? -

Medd osservava impietrito la scena. Era ancora nel suo angolo seminascosto, seduto a quel tavolo che nessuno stava più considerando. L’aria si era fatta pesante e carica di tensione ormai e lui non aveva idea di cosa fare. Non era mai stato coinvolto in una rissa, non voleva rimanerci invischiato proprio quella volta. Non aveva mai fatto del male neppure al suo cane che lo mordeva ogni mattina quando era piccolo, figurarsi tirare un pugno ad un uomo della stazza di quei marinai. Per il momento decise di rimanere fermo ed immobile al suo tavolo, cercando di non dare nell’occhio e, per non farsi coinvolgere, spostò il suo sguardo sulle mani intrecciate sul tavolo. Provava una grande rabbia dentro per quello che stava succedendo, frammista ad una grande paura.

- Quando punti un’arma contro qualcuno, devi essere pronto ad usarla sul serio… -

-E cosa ti fa pensare che non sia sul punto di sgozzarti? -

L’Iravu non si mosse. Un attimo era lì, con il coltello puntato alla gola, un attimo dopo era in piedi con una mano che torceva il braccio armato del marinaio, steso sul piccolo tavolo rotondo che urlava di dolore. Nonostante gli occhi dell’Iravu fossero completamente bianchi ed inespressivi, Medd riuscì a percepire una freddezza glaciale, quasi diabolica a suo parere.

- Parli troppo e non concludi nulla. Se davvero avessi avuto l’intenzione di uccidermi, lo avresti fatto senza esitare -

Detto questo, l’Iravu stese il braccio libero in direzione della testa del marinaio. La sua mano divento improvvisamente luminosa, di un rosso intenso e caldo. Poi, senza preavviso, un fascio di luce si propagò istantaneamente dalla sua mano, colpendo in pieno la testa del marinaio e tutto quello che si trovava sulla sua strada. Il corpo decapitato dell’uomo con la benda ricadde privo di vita sul pavimento della locanda, creando sconcerto e terrore in chi aveva assistito alla scena. Medd cadde inorridito dalla sedia e, quasi d’istinto, si nascose alla meno peggio sotto il tavolo. Il suo respiro si fece rapido e superficiale, quasi un affanno di terrore che colpisce improvvisamente, come un pugno alla bocca dello stomaco.

- Ma che minchia hai fatto! Cosa diavolo hai fatto! -

Il marinaio mingherlino non sghignazzava più. Con le mani nei capelli lunghi ed unti, la bocca spalancata in un urlo silenzioso, cominciò a piegarsi ritmicamente su se stesso, quasi avesse perso contatto con la realtà che lo circondava.

- Bastardo! - fece un marinaio robusto e con i capelli corti e grigi. Stava per lanciarsi a capofitto contro l’Iravu ma questi, muovendo impercettibilmente la mano vicino al corpo, fermò con una forza invisibile il marinaio. Sembrava che qualcosa lo stesse strangolando, poiché si portò le mani alla gola rantolando, incapace di respirare. Prima che gli altri marinai potessero muoversi o fare qualsiasi cosa, si alzarono anche gli altri due Iravu.

La scena rimase bloccata per diversi istanti, carica di tensione. Medd trattenne il respiro, quasi come se il benché minimo movimento potesse cambiare gli esiti di quell’incontro.

- Adesso, - disse sorridendo l’Iravu, liberando il marinaio robusto dalla presa invisibile, - noi ce ne andremo e voi ci lascerete passare indisturbati. Non ci seguirete, non ci cercherete e non ci creerete noie di alcun tipo. Avete visto di cosa siamo capaci. Il vostro amico lì per terra ha capito di cosa siamo capaci. Siamo un popolo pacifico, ma sappiamo come difenderci da questo tipo di scocciature. Cercate di impiegare meglio il vostro tempo se non volete farvi altro male in futuro -

E concluse con un sorriso decisamente inquietante.

Detto questo, i tre Iravu si avviarono verso l’uscita ed abbandonarono il locale, lasciando il gruppo di marinai a meditare sulle parole appena dette.

Medd, che ancora non si era capacitato di quanto era appena accaduto, si mise a fissare il corpo del marinaio decapitato che giaceva al centro del locale. “Eppure… credevo che questi Iravu non fossero così… aggressivi!”

Stava ripensando all’incontro che aveva avuto con Bref, il giovane Iravu sullo zeppelin. Quel giovane gli era apparso così calmo, pacato. Questi nel locale non avevano l’aria aggressiva, ma Medd notò qualcosa di strano in loro, una nota che stonava nel loro comportamento. Per tutta la durata della scena, avevano mantenuto uno sguardo freddo ed apatico, soprattutto nel momento in cui avevano ucciso il marinaio bendato. Era come se l’aver ucciso una persona fosse stata una cosa normale e naturale per loro, una cosa di una semplicità e di una quotidianità incredibili. Mentre Medd cercava di ricordare i vari trattati che aveva letto sugli Iravu per dare una spiegazione a quel comportamento, si vide pararsi davanti l’oste della locanda.

- Vattene - gli disse senza troppi giri di parole.

- Cosa scusi? No, io volevo solo ordinare la colazione -

- Che mi prendi per il culo? Dopo quello che è successo vuoi anche la colazione? Per chi mi hai preso? Vattene, qui non ci fai più nulla ormai -

Preso alla sprovvista da quelle parole ed intenzionato a non crearsi guai inutili, Medd uscì dalla locanda e se ne andò.

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