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Una storia di AlessiaScipioni

Questa storia è presente nel magazine La Rosa dei Nove Fati

Il diario di Caterina

Capitolo 14

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Pubblicato il 31 marzo 2018 in Storie d’amore

Tags: Amore Capitolo14 Intrighi LaRosaDeiNoveFati Storie

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"Armando ha un diario scritto da Caterina?", domandò incredula Amanda ad Alessandra mentre erano in giardino a ricamare.

"Sì, lo tiene nel comodino, l'ho visto mentre cercavo una cosa", pensando di doversi giustificare per aver fatto incursione nel comodino di Armando.

"E sei sicura che appartenga proprio a Caterina?", la donna apparve alle orecchie di Alessandra un misto tra l'essere curiosa e preoccupata.

"Sì, non ho dubbi, perchè presa dalla curiosità, pensando che fosse di Armando... - si fermò un attimo pensando che stava passando da impicciona - sì, lo confesso, ho fatto la ficcanaso e aprendolo, ho letto un pezzo a caso: discorreva della sua condizione infelice con Alvaro". Si limitò a viaggiare sul generale, senza entrare in quei dettagli che gli avevano fatto venire la pelle d'oca nel leggerlo.

"Chissà dove può averlo trovato...- guardò un attimo davanti a sé come se fosse persa nell'immenso verde che le circondava - e dimmi, Alessandra cara, c'era dell'altro che appartenesse a Caterina?".

Alessandra focalizzò mentalmente la scena che aveva vissuto concentrando l'attenzione sul contenuto del comodino.

"Sì, mi ricordo di aver visto un portagioie, era molto raffinato e fine, dubito che possa essere di Armando, ma l'ho solo visto, non ho osato vederne il contenuto". Confessò con un tono un po' rassegnato.

Amanda penserà che sono un impicciona nata...sentenziò nella sua testa.

"Un portagioie...e dimmi: era per caso nero con intarsi dorati sul dorso?". Domandò Amanda ricordando alla perfezione come fosse quello che apparteneva alla defunta nuora.

"Sì, nel vederlo non ho avuto dubbi che fosse della madre, era decisamente di fattezze molto femminili, inoltre ho notato che Armando ha un cofanetto sul comò dove ripone l'oro alla sera, che poi non ne possiede molto addosso, di un portagioie non ha proprio bisogno", replicò Alessandra ricordandosi che, in effetti, il marito andava in giro con una collanina, un braccialetto e l'anello di famiglia. Il tutto finiva, alla sera, dentro una scatolina semplice appoggiata sul comò della stanza, l'unico superstite d'oro che non si toglieva mai era la fede. Alessandra nel rivederlo agire in quel modo, nel buio della mente, ebbe un sussulto al cuore: che lui non si togliesse mai la fede, neanche per andare a dormire, era un evento che le procurava una certa soddisfazione personale; le venne istintivo abbassare lo sguardo verso la fede al suo dito: anche lei, in finale, non la toglieva mai, farlo le risuonava come un oltraggio, o una mancanza di rispetto verso il marito.

"Forse ho capito dove... - l'anziana Kadosh si alzò in piedi e afferrò Alessandra per una mano - vieni con me, andiamo", la spronò ad alzarsi.

"Dove andiamo?", le domandò Alessandra faticando addirittura a mantenere il suo passo veloce, nonostante la veneranda età della nonna di Armando.

"A vedere se ho avuto la giusta intuizione", replicò la donna entrando in casa e lasciandosi alle spalle il gazebo sotto il quale stavano ricamando.

Scesero nel seminterrato e si fermarono davanti all'atrio delle cucine. Alessandra non vi era mai scesa e si guardava intorno incuriosita, mentre Amanda frugava con lo sguardo il largo vano che albergava davanti a loro, alla ricerca della conferma che cercava.

Dall'arco, che divideva il pianerottolo dalle cucine, la figura di una donna, un bel po' grassottella, prese forma, intenta a frugare dentro un enorme frigorifero.

"Cecilia", Amanda si rivolse alla corpulenta donna.

"Signora", intonò la cuoca con aria sorpresa di vederla nel seminterrato, dove di regola non scendevano mai i padroni, se non in casi eccezionali.

"Se non ricordo male, è qui che fu portato il baule di Caterina, sai dirmi che fine ha fatto?", domandò Amanda avvicinandosi alla cuoca, mentre Alessandra si fermò a guardarle senza commentare.

"Oh sì signora, ma sono più di dieci anni che è stato portato nelle cantine, purtroppo non so dirle in quale cantina si trovi, però lo portarono giù nei sotterranei Paolo e Alfonso, può chiedere a loro la sua collocazione esatta", la donna parlava con dovuto rispetto e Alessandra notò anche la delicatezza del suo conversare.

"Addirittura Alvaro ha deciso di farlo finire in cantina...", replicò quasi sottovoce Amanda invocando nel tono un po' di rammarico.

"No, signora, fu il signor Armando a dare l'ordine". A Cecilia venne spontaneo rispondere a quell'allusione.

"Armando?". Domandò sbalordita dall'averlo appreso.

"Sì, signora", confermò la cuoca con decisione.

"Va bene, grazie Cecilia". Congedò la donna prendendo di nuovo Alessandra per mano. "Vieni, scendiamo in cantina".

La cuoca le vide sparire giù per le scale dirette verso i sotterranei del palazzo.

"Non sapevo che il palazzo avesse dei sotterranei", esclamò Alessandra con un certo timore alla vista di quelle mura fredde e umide, impolverate e piene di ragnatele ovunque.

"Come ogni palazzo reale che si rispetti e che è stato messo in piedi nel medioevo. A quei tempi ai signorotti piaceva avere delle celle nel proprio palazzo, o vie di fuga alternative che in pochi conoscessero. Questo palazzo appartiene a quel periodo storico ed è stato sempre della famiglia Kadosh, essendone loro i costruttori. Con il tempo è stato ampliato ulteriormente e modernizzato all'esterno, ma qui sotto, tutto è rimasto uguale ad allora, tranne per il fatto che le celle sono state trasformate in cantine negli ultimi secoli". Precisò Amanda facendosi luce con una torcia.

"Infatti noto che non c'è neanche la luce", rispose Alessandra stringendo in mano una seconda torcia.

"E' inutile portarvi la corrente elettrica, qui sotto finisce tutto quello che di solito ha smesso di essere utile, o che dà fastidio in casa...raramente poi si scende qui, almeno per quanto riguarda noi componenti della famiglia, i servi...loro di solito scendono qui". Amanda diede ulteriori spiegazioni alla nipote acquisita mentre osservava all'interno delle celle alla ricerca del baule.

"Beh a loro farebbe comodo la luce...", in realtà avrebbe voluto che ci fosse solo per levarsi di dosso quella sensazione spettrale che la stava possedendo.

"E' vero, ma Alvaro, mia cara, si farebbe ammazzare pur di non rendere comodo ai servi il loro lavoro. Purtroppo mio figlio è fatto così, vita sua e morte altrui, è un egoista nato e ha quel brutto vizio di intendere la servitù come se fosse carne da macello che deve solo servirlo. E' un pessimo padrone di casa, Armando è assai diverso, per nostra e tua fortuna". Si fermò davanti a una cantina. "Ah eccolo, è lui". Commentò soddisfatta prendendo le chiavi dal chiodo che fiancheggiava la cella.

"Quello è il baule di Caterina?", domandò Alessandra, notando che il baule riportava quelle stesse tonalità di rosa della sua camera da letto.

"Sì, è questo - lo aprì agitando nell'aria un bel po' di polvere - Armando può aver trovato quel diario solo qui dentro. Io non lo avevo notato mai quel diario".

"Magari Caterina lo scriveva di nascosto", replicò Alessandra cercando una scusa plausibile a quella mancanza.

"Forse...ma c'è da dire anche, che al momento della morte, questo baule per la maggiore fu riempito delle sue cose da Cecilia e noi, io e Michele intendo, eravamo troppo presi a stare dietro ad Armando per occuparci dei suoi effetti personali". Rispose Amanda notando subito che all'interno del baule mancava qualcosa. "E infatti, come immaginavo, è stato aperto e mancano alcune cose".

"Cecilia?", domandò stupita Alessandra avendola appena vista nelle vesti di una cuoca, "pensavo che agli addetti alla cucina non fosse concesso salire ai piani superiori". Fece un veloce excursus delle regole che Alvaro le aveva fornito tra un rimprovero e l'altro.

"E' così infatti, queste sono le disposizioni che diede Alvaro dopo la morte di sua moglie e dopo, soprattutto, aver rilegato Cecilia al ruolo di cuoca". La donna intanto frugava tra gli oggetti nel baule.

"Che cosa faceva prima?", domandò curiosa Alessandra.

"Era la dama di compagnia di Caterina". Sentenziò Amanda, aggiungendo subito dopo. "Alvaro non poteva permettere che andasse in giro a raccontare quante ne aveva viste standole vicino, quindi non la licenziò, lo ritenne pericoloso insomma. Per liberarsi comunque del testimone scomodo la rilegò in cucina e diede quelle assurde disposizioni di divieto che hai prima elencato. In questo modo nessun ospite, e neanche Armando, avrebbero avuto modo di sapere cose scomode da lei".

"Cosa manca nel baule?", Alessandra sentì salire la curiosità, quella storia stava prendendo pieghe misteriose e intriganti: cosa mai poteva sapere Cecilia di tanto scomodo? Si domandava sperando che Amanda le fornisse la risposta.

"Beh, due cose di sicuro, perché sono le uniche due che ci misi io stessa: il portagioie appunto e l'abito azzurro", rispose la donna.

"Che abito?".

"Un abito che Caterina portava spesso quando era in casa. Azzurro e molto elegante seppur abbastanza semplice. Quando morì, Alvaro ordinò che i suoi vestiti venissero gettati via, Armando aveva solo sei anni e prese quell'abito dal secchio della spazzatura. Non voleva separarsene, sua madre ce l'aveva vista e rivista con quell'abito addosso. Per farlo stare buono gli dissi che lo avrei riposto al sicuro e che nessuno lo avrebbe mai buttato, lo misi così nel baule". Rispose Amanda assumendo un'espressione triste.

"Non ho mai notato un abito azzurro in camera...", replicò Alessandra d'istinto, "proverò a farci caso, ora che ne sono a conoscenza". Cercò di tranquillizzare la donna, ma l'impresa non fu facile.

"Quel diario...se Armando lo ha letto può essere un problema", sentenziò in modo allarmante Amanda.

Alessandra non capiva cosa ci fosse di così preoccupante, ancora una volta gli rimbombò in testa la stessa frase: è solo un diario. Stava per chiedere il motivo di tanta apprensione quando Amanda continuò il suo discorso:

"Armando potrebbe aver appreso dettagli inquietanti sul matrimonio dei suoi genitori, dettagli che gli sono stati nascosti, dal padre in primis e, per quello che ne eravamo a conoscenza, anche io e Michele. Anche se le nostre intenzioni erano ben diverse da quelle di Alvaro: lui doveva solo nascondergli la verità e le cose atroci che sono state compiute in questo palazzo a discapito di Caterina, noi invece volevamo, come del resto vogliamo ancora, preservare Armando da ulteriori dolori...ma se ha letto quel diario...se è a conoscenza dei fatti...beh è una mina vagante che si aggira in questo palazzo".

"Dettagli del tipo: mio marito mi ha costretto ad abortire diverse volte? Da quel poco che ho letto si avvinceva questa abominevole procedura". Alessandra lo disse con un certo carico di odio e disprezzo.

"Questo e tanto altro ancora Alessandra. Mio figlio, purtroppo è vero, la costrinse ad abortire per ben quattro volte e solo perchè aspettava delle femmine. E' ricorso all'illegalità spesso per far fronte a questa disgrazia, almeno secondo la sua visuale di vita: le figlie femmine sono inutili e lui da Caterina voleva solo l'erede maschio. Gli serviva solo questo da lei: un erede".

"E' un mostro, con tutto il rispetto che ho per te e Michele, ma Alvaro...", la donna la fermò accavallando la sua voce:

"Non solo è un mostro, lo è anche della peggior specie, senza cuore e anima, Alvaro conosce solo il suono dei soldi e il potere che ne deriva. Semmai ha avuto, o ha, una porzione di sentimenti, beh quella sfera è sempre appartenuta alla strega e mai a sua moglie".

Alessandra reagì d'istinto:

"La strega è la Koll vero?".

"Sì, lei...quella megera arrampicatrice e poco di buono. Lei ha finito per rovinare Alvaro, come c'è lei dietro al comportamento che lui aveva con sua moglie e, ancora lei, ha messo in testa ad Alvaro la fissa che Armando dovesse sposare Elisabetta. Ancora lei c'è oggi, Alessandra cara, a manovrare Alvaro come se fosse un burattino...tanto scaltro con gli altri, quanto stolto quando si tratta di lei...lo usa e lui si lascia usare in cambio di qualche avventura sotto le lenzuola. Mi fanno schifo entrambi, seppur uno dei due è mio figlio". Il rammarico e il disprezzo emergevano forti dalla sua voce.

"Ti capisco", le appoggiò una mano sulle spalle.

"Vieni, torniamo di sopra, prima che il falco Alvaro si accorga che siamo sparite e si insospettisca di qualcosa - si incamminarono verso le scale - è inutile che ti dica di non dire ad Armando che siamo state qui, vero?".

Alessandra annuì con la testa in silenzio, ma salendo le scale verso la luce del piano terra, aveva in mente solo una cosa: l'abito azzurro.

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