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Una storia di Maricapp

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Città

La mia, la tua, le vostre

Pubblicato il 26 febbraio 2017

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La mia Milano

Nuvole smog e nebbia ed ancora nebbia nuvole e smog e via così, a strati, come una torta con tanta panna, crema e marmellata. Una torta che potrebbe farti malissimo ma a cui non sai rinunciare e vuoi continuare a mangiare per arrivare là, dove nascosto nella meringa c'é un cuore caldo di cioccolata morbida.

La mia città é così.

Il sole non sfolgora quasi mai, il cielo terso é una rarità, ma io la amo così com'é.

In autunno la nebbia é la prima ad arrivare qui, ogni anno vince la maglia rosa del giro d'Italia. Le foglie, efficienti e non c'é bisogno di dirlo, nei primi giorni di ottobre si son già passata parola: han cambiato colori all'abito ed hanno già provveduto a formare un bel tappeto nei parchi e nei viali.

Sì, ci sono anche qui.

Poi improvvisamente ma non inaspettatamente, si passa alle mattine ghiacciate, alle auto che, parcheggiate nelle strade di periferia, non partono, agli autobus che non arrivano ai metrò strapieni che -Si prega di scendere per poter chiudere le porte, il treno non può partire - agli stati influenzali di gruppo, alla galaverna che imbianca tutto, ai piumini alle sciarpe ed ai berretti di lana.

Sperando che non nevichi.

E se anche dovesse nevicare, spaleranno i marciapiedi, libereranno le strade, usciremmo con i doposci, insomma non cambierebbe poi molto.

Ma dopo tre o quattro mesi di milanesi vestiti di grigio nero e marrone, di stivali e cappelli eccola di nuovo!

Gli alberi si riempiono di gemme, la nebbia si trasforma in foschia, il sole cerca di darsi un tono spostando debolmente le nuvole ed improvvisamente il traffico é più disciplinato, le ragazze sorridono, i ragazzi riprendono a scrivere sui muri, certo se riescono a trovare uno spazio non ancora imbrattato, arrivano gli stranieri.

E' lei, la primavera.

Ma dura poco, qui il caldo arriva presto ed allora i mezzi pubblici, nonostante aria condizionata e ventilatori ad acqua nebulizzata, diventano forni circolanti, l'asfalto surriscaldato si scioglie, i tacchi dodici delle belle affondano e restano lì, mentre le fashion girls vanno avanti.

Arrivano i week-end che svuotano la città, abbandonandola alla determinazione dei turisti.

E' l'estate metropolitana.

E avanti così, passano stagioni e persone, ma lei rimane lì, ferma e granitica anche sotto descrizioni come questa che non regalano niente e non rivelano nulla della sua essenza, sotto accuse che la feriscono e le fanno male.

Lei é altro e molto più.

E' cultura, tanta. Puoi trovarla ovunque anche nelle strade ed in metropolitana. Librerie grandi e piccole, teatri, cinema, caffè letterari, concerti, musiche per tutti i gusti, musei, tanti eventi per tutti anche per chi, e sono tanti, non si può permettere di pagarsi un piccolo svago. Informandosi, c'é molto di gratuito, di scontato, di offerto.

E' cibo, tutto quello che vuoi italiano,latino americano, etnico, vegetariano, vegano, da strada. Ristoranti lussuosi e trattorie alla buona, ristoranti famosi e fast food che offrono colazioni e pranzi a volte gratis a volte a prezzo simbolico a chi in tasca non ha quasi niente.

Ma soprattutto é cuore.

Sotto la scorza ruvida che a volte ed in malafede viene scambiata per indifferenza, c'é il grande cuore della città.

Il cuore dei milanesi che a migliaia ogni giorno tendono mani amichevoli a chi ha bisogno.

Ci sono mense, assistenza sanitaria, docce, abiti puliti, posti letto, persino intrattenimento, sostegno di ogni genere per i meno fortunati, per gli anziani soli, per chi ha problemi di salute, per chi vuole solo parlare con qualcuno, per madri e bambini, per animali abbandonati.

Ogni giorno, ogni ora, un esercito di persone dà un aiuto ad un altro esercito di persone.

La conosco da oltre mezzo secolo e come tutte le grandi non é rimasta ferma sulle sue certezze, é cambiata ed ha cambiato, ha avuto momenti orribili da cui ha saputo sollevarsi, é sempre pronta a combattere la violenza, l'illegalità e la malavita che vorrebbero soffocarla, é andata avanti, puntando dritta al futuro.

Eccola qui, con i suoi grattacieli, i palazzi modernissimi, il vecchio centro storico, i quartieri dell'arte e del divertimento, quelli della periferia problematica ma non dimenticata, dei Navigli che l'attraversano come vene che portano il flusso vitale in questo enorme corpo sempre in movimento, sotto un cielo che scorre e la copre, forse la protegge.

El mé Milan.

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La salita della "centosessantasette" collega due mondi, entrambi mediocri, due cuori di un corpo separato. Dalla fontana alla sua base, ferro arrugginito, rotto, spaccato, riarso al sole del sud cocente, si apre un viale in salita. La burella collega il centro al fuori, alla campagna infernale, luogo di morte, prostituzione e siringhe lasciate a macerare. Corridoio di alberi di Giuda, eternamente fioriti, traditori di una patria senza nome. La 167 nacque da un progetto avveniristico. E si bloccò nel limbo del contemporaneo. Alberi, strada, chiesa, piazza, statua, panchine, Giuda, alberi, strada, strada, strada, panchine. Anziani seduti e chiassosi. Bambini insicuri lasciati a sperimentare la vita, lasciati a sperimentare la morte. Bici, macchine e gelaterie. I ricordi dell'infanzia, bruciata sotto lo stesso sole che ora brucia l'asfalto, si compongono delle paste di una gelateria che ancora resiste. Accanto risorge la casa abbandonata, luogo delle mie storie da prima elementare, luogo rinato e abitato da fantasmi del sud. Zona 167. Zona infinita. Il quartiere residenziale fa posto, ora, ad almeno due grandi farmacie che si lanciano maledizioni e che giocano a truccare la salute dei concittadini. Saldi sulla salute, saldi sulle malattie.

La campagna finale di una 167 interminabile si apre dopo uno stadio, memoria di partite, aeroplani in dimostrazione, sedi di volontariato, piscine mai scoperte. La campagna interviene a calmare questo brulicare di vermi sonanti. Rumori di un'estate assonnata, il sole che illumina le ali delle cicale, morte a migliaia in un anno di tempesta mortale.

Dalla stessa fontana riarsa al sole cocente si procede in direzione opposta verso il passato. Canosa è luogo romano. Canosa racchiude una storia che parla una lingua ormai sconosciuta. Latini, bizantini, normanni e fantasmi si incontrano in villa e si voltano le spalle.

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