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Francesca Manfredi risponde su come scrivere un buon dialogo

La vincitrice del Campiello Opera Prima 2017 si racconta nella nuova intervista collaborativa di Intertwine

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Pubblicato il 19 giugno 2018 in Giornalismo

Tags: dialoghi francescamanfredi intervista scrittura

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Parole, parole, parole

Ascoltami

Parole, parole, parole

Ti prego

Parole, parole, parole

Io ti giuro

Parole, parole, parole, parole

parole soltanto parole, parole tra noi…

Il testo di questa canzone mette il dito nella piaga: per capirsi non bastano le parole, occorrono i fatti. E quando si passa dal dialogo parlato al dialogo scritto, le cose si complicano ulteriormente: che succede, infatti, quando le parole si esprimono nero su bianco? Cosa cambia rispetto all’ambito dell’oralità? Come far parlare i personaggi perché il loro modo di dialogare risulti spontaneo e credibile? Per scoprirlo, ci siamo immersi nelle parole di Hemingway, Fenoglio, Roth mantenendo un’attenzione particolare nei confronti del sottotesto alla base dei loro dialoghi-icona.

"Il dialogo è importante per far confrontare i personaggi fra di loro, ma anche per far sentire al lettore come parlano, come si esprimono, come si presentano all’esterno".

Così, passando tra iceberg e piscine gonfiabili, siamo arrivati alle parole di una narratrice giovane ma padrona dei meccanismi dello storytelling al punto da vincere l’edizione 2017 del Campiello Opera Prima con la raccolta di racconti Un buon posto dove stare: parliamo di Francesca Manfredi. A lei abbiamo rivolto le nostre domande su come scrivere dei buoni dialoghi ed ecco le sue risposte agli utenti della community di Intertwine!

Grazie Francesca per esserti prestata a questa iniziativa e per averci indicato una serie di buone pratiche utili ad affrontare questo delicatissimo passaggio della scrittura.

"Credo sia fondamentale riflettere prima di tutto sui vuoti.

Le pause, di cui è fatta in massima parte una conversazione,

i cambi d’argomento, i momenti di silenzio".

Oi dialogoi: botta e risposta con Francesca Manfredi

Oltre a leggere tanto e generi diversi, quali esercizi pratici è possibile fare per imparare a scrivere dialoghi?

Sembrerà banale, ma il modo migliore è sempre fare pratica, il più possibile. Può essere utile iniziare scrivendo un racconto basato sul dialogo, in cui due o più personaggi non siano d’accordo su qualcosa, oppure nel quale ci sia una questione sottesa, che affiora via via o che non emerge mai del tutto. Una conversazione nella quale i personaggi cerchino di far dire all’altro un aspetto di sé che non vuole rivelare, di scoprire un segreto. Bisogna fare esercizio, rileggersi, anche a voce alta, per far sì che il dialogo risulti naturale, il ritmo efficace.

Quale metodo o esercizio di riflessione bisogna rendere abituale in questi casi?

Credo sia fondamentale riflettere prima di tutto sui vuoti. Le pause, di cui è fatta in massima parte una conversazione, i cambi d’argomento, i momenti di silenzio. Le risposte evase, che portano ad altre domande. Bisogna cercare di riproporre questi meccanismi attraverso, ad esempio, i movimenti dei personaggi, contribuendo a formare un ritmo, a sottolineare alcune battute; come, allo stesso modo, alternando le voci dei parlanti, facendo sì che si incalzino a vicenda con delle domande, che possono aiutare a spezzare una battuta eccessivamente lunga.

Quanto può essere indispensabile un dialogo? Una battuta ha più dignità delle altre? E se sì, quanta importanza deve avere rispetto a quelle meno "a impatto"?

Il dialogo è importante per far confrontare i personaggi fra di loro, ma anche per far sentire al lettore come parlano, come si esprimono, come si presentano all’esterno. È nel dialogo, spesso, che avvengono confessioni e scoperte, che appaiono verità sottese; è nelle battute che emerge il tema della storia, accadono epifanie, cambiamenti, grandi o piccoli che siano. È nel dialogo che giacciono spesso le rivelazioni più importanti, per i protagonisti della storia e per il lettore.

Quanto è importante invece per te, al fine del successo di un libro, la proporzione racconto e dialogo?

Non credo ci sia correlazione fra successo o qualità di un libro e proporzione fra questi elementi. Inganno di Philip Roth, ad esempio, è fatto unicamente di dialoghi fra due personaggi; ci sono molti romanzi, invece, in cui la forma diretta è ridotta al minimo, in cui il monologo o il flusso interiore è preferito. Certo, più il divario fra racconto e dialogo aumenta a favore di uno o dell’altro, più bisogna essere capaci di gestire tali mancanze, di evitare le ripetizioni, la monotonia. Qua entra in gioco lo stile, la tecnica, l’abilità di un narratore.

Vorrei chiederti se l'abitudine a dialogare sui social, attraverso messaggi scritti, sta influenzando la capacità del lettore di percepire toni ed emozioni in un dialogo inserito in un libro.

Dipende. Se, da un lato, i messaggi inviati nelle chat tipo Whatsapp contribuiscono a creare un ritmo e un movimento di dialoghi a volte molto efficace, a volte invece si tende, proprio per colmare eventuali lacune e per rassicurare il destinatario circa il tono del messaggio, a esagerare con l’enfasi, riempiendo di punteggiatura, utilizzando emoji. Dipende, quindi, da quanta prossimità si possa trovare tra un messaggio e una forma letteraria.

Un dialogo troppo lungo o forzato potrebbe essere poco efficace per coinvolgere il lettore. In questi casi, l'utilizzo della forma indiretta potrebbe essere una valida alternativa? Che sia negativa o positiva la risposta, perché?

Certo, la forma indiretta può essere d’aiuto per spezzare il ritmo, oppure per evitare di dire qualche battuta, sottraendosi in un momento delicato, evitando di aggiungere enfasi o retorica. La capacità di un narratore sta anche nell’utilizzare e nell’alternarsi tra i mezzi a disposizione che la scrittura offre, selezionando quello più adeguato fra le alternative.

Vorrei sapere che ne pensi del suggerimento, trovato in alcuni manuali, di lasciare la scrittura dei dialoghi alla fine, quando il testo del racconto o del romanzo è ormai compiuto e i personaggi sono ben delineati. Pensi che sia utile e, soprattutto, fattibile?

Ognuno ha il proprio metodo di scrittura, non c’è un giusto o sbagliato. Io, ad esempio, preferisco arrivare dritta al finale e tenere per ultime le parti descrittive, quelle in cui l’arco narrativo rallenta o viene sospeso. I dialoghi, invece, sono una delle parti che mi divertono di più: oltre al fatto che mi permettono meglio di entrare nella testa dei personaggi, di capire come ragionano, come si muovono, e di stabilire un ritmo alla storia.

Le domande di questa intervista sono state raccolte e selezionate da Martha Bartalini.

Ma non finisce qui…

Dopo le indicazioni di Francesca Manfredi, non resta che mettervi all’opera: prendete carta e penna virtuali e via, verso la scrittura di nuovi dialoghi da condividere su Intertwine!

Quanto a noi, l’appuntamento è al prossimo tema caldo di storytelling sul quale poter esprimere dubbi, incertezze, perplessità e domande che andranno a comporre la nostra nuova intervista collaborativa.

Per scoprire di più, continuate a seguirci sul nostro blog e sui nostri social.

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