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Una storia di ivopacelli

Questa storia è presente nel magazine La Capsula

La Capsula

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Pubblicato il 17 agosto 2018 in Fantascienza

Tags: fantascienza racconto

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Jack si svegliò con un sussultò. Aveva avuto un sogno davvero intenso, un incubo. Se così vogliamo chiamarlo.

Non era un bell’uomo. Era alto, almeno un metro e ottanta.

Jack era moro e aveva gli occhi di un blu marino.

Il viso era segnato da anni di duro lavoro alla ricerca di una soluzione a tutto questo. Aveva una cicatrice sul labbro, gli ricordava il marchio di un vecchio paia di scarpe del padre, sembrava quello di qualche tribù indiana, quando pensava questa cosa lo sentiva in qualche modo più vicino. Era un dolce conforto.

Scese dal letto e vestendosi frettolosamente andò di corsa in strada. Era stato chiamato da Rose, forse aveva finalmente trovato l’oggetto al centro dei suoi tanti anni di ricerca.

È questa l’unica possibilità, pensò tra sé e sé, l’abbiamo finalmente trovata.


Rose era fuori casa di Jack, non era riuscita ad aspettare l’arrivo del compagno e aveva preferito essere lei stessa a portargli le buone notizie.

Quella notte di fine autunno era fredda, molto fredda. Preannunciava probabilmente l’inizio di un rigido inverno. Rose era stanca di vivere in quel che rimaneva del mondo, la loro ricerca avrebbe potuto davvero cambiare le cose.

Jack stava dormendo in una casa nella periferia di Budapest, l’aveva vista nel loro giro di perlustrazione e l’aveva colpito. Doveva sentirla sua almeno per qualche giorno, gli ricordava la casa in cui era cresciuto da bambino. Dove un giorno, gli sarebbe piaciuto tornare.

Il rumore di un ramo, che si spezzava nella vicina distesa di terra abbandonata, fece sobbalzare Rose. Respirò profondamente, tutta la tensione di quei giorni, o meglio dire anni, l’avevano invecchiata. I capelli un tempo di un biondo brillante erano spenti, tendenti al grigio. La pelle era secca, il viso una volta raggiante e luminoso riusciva a trasmettere ormai solo flebili bagliori di speranza. Accesa soltanto da quella scoperta miracolosa di poche ore prima.



“L’hai trovato?”

Chiese Jack praticamente volando da portoncino della casa che aveva scelto come base per le operazioni di ricerca.

“Si Jack, ce l’abbiamo fatta. Possiamo finalmente capire cosa è successo al nostro mondo”. Rose adesso sorrideva, non somigliava da molto tempo a quella bambina in quella vecchia foto. Quella foto conservata con cura nel ciondolo che portava intorno al collo. C’erano anche i suoi genitori. Morirono pochi giorni dopo quello scatto. Fu costretta a scappare dopo tutto quello che successe. Non riesce ancora a capire perché si trovassero in quel posto. Spera di scoprirlo. Un giorno. Magari. In un’altra vita.


Jack e Rose camminavano da circa 30 minuti. Erano vicini al sito del ritrovamento.

“è stato un colpo di fortuna, ci avevamo rinunciato. Fortunatamente i tre ragazzi che avevi trovato, risalendo gli strumenti, hanno trovato un “punto vuoto” vicino ad una roccia. Siamo riusciti a scalfirla dopo qualche tentativo a vuoto. La capsula era lì”.

Rose al termine della spiegazione aveva sospirato, sorridendo. Come se si fosse tolta un grosso macigno dal petto. Sembrava felice. Jack però non riusciva ad esserlo ancora.

Non era sicuro che quella capsula contenesse quel pensava lui, né che il suo contenuto fosse rimasto intatto dopo milioni di anni, anche se lo preoccupava sicuramente meno del problema più grande: essere in grado di comprendere qualsiasi cosa ci fosse stata all’interno. Aveva giurato a tutti quello che lo avevano aiutato, chi sacrificando di più chi di meno, che una volta trovata la capsula sarebbe finita. Che avrebbe salvato il mondo e la razza umana, o almeno ciò che ne restava.


“Siamo arrivati”. Gli sussurrò Rose, vedendolo assorto nei propri pensieri.

Jack si avvicinò alla roccia. Era molto vecchia, forse la più vecchia mai trovata sulla Terra. Secondo quanto diceva Joe, uno dei tre ragazzi ingaggiati per la spedizione. Aveva almeno 500 milioni di anni.

Jack continuava ad osservare la pietra, la tastava per capirne la composizione. Ma non era in grado di farlo, lo sapeva, e si avviliva per la paura di non riuscire a trovare la soluzione.

Arrivò al punto cavo e si sporse per vedere la capsula, non era molto grande. Somigliava ai caschi che si utilizzavano una volta sulle motociclette. Il padre di Rose ne aveva una. Quando lei e Jack esploravano nuovi luoghi e ne trovavano una funzionante spettava sempre a lei il primo giro.

La capsula non aveva serrature né maniglie, era liscia come un uovo. Al centro vi era una sorta di piccolo cerchio, che non era allineato con il resto della capsula.

Jack accarezzò la capsula e si avvicinò con il pollice a quello strano cerchio che si notava in rilievo, e lo sfiorò. La capsula si aprì. Sorrise.

Forse c’era ancora speranza.

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