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Una storia di MirianaKuntz

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Blu, come le cose belle.

Cronache di un viaggio|

Pubblicato il 18 novembre 2016

La notte sembrava non essere mai venuta, dimenavo le palpebre, un rossore deserto, nuvole nere addensarsi come schiuma in un caffè latte. Un tocco di ciglia, ed era già giorno. Il corpo non aveva trovato ristoro, la mente, forse. Il cielo sembrava aver voglia di piangere, ma mai come me, lui, era sempre stato bravo in queste faccende umane.. Tuttavia sembrò rimandare indietro il magone, e prima che potessi addormentarmi la sveglia aveva già preso a strillare. Strillava e gridava come una pazza per strada, io ero già sveglia, in realtà non avevo dormito affatto, pensavo al perché stesse urlando, ma ero in partenza, come era partito il mio cuore.

La schiuma del mare era zucchero in cucchiaio, e detersivo su una camicia. Non avevo mai visto per così tanto tempo il mare. Lo avevo in mano stavolta, ma senza nuotare, senza gli schizzi, o le onde. Il mare mi stava dentro, come io stavo nel mare, senza toccarlo. Lui mi guardava, ed io gli stavo già parlando. La voce non c’era, non c’era neppure la forza. Le mie mani toccavano la ringhiera fredda della nave come ad aggrapparsi ad un sogno, o ad una stella. Ma le stelle non viaggiano, né ti portano con sé, puoi al massimo guardarle, e poi perderne le tracce. La nave sbuffava e correva, ma preferiva un passo lento. Lo stesso lentissimo passo, che avevano i miei occhi, prima aperti, a scrutare il mare limpido, come il thè dentro ad un bicchiere. Sul fondo, o sul fondo della tazza, almeno una manciata di risposte. M’ama, non m’ama, e poi ancora. Ma se m’ama dov’è?. Lasciai perdere la testa, e presi a due mani il cuore. Ad una frequenza così bassa potevo solo ascoltare il silenzio del mare. Chiusi gli occhi senza perdere il contatto del ferro stretto alle mani. Dentro gli occhi mi passavano i colori senza la spavalderia di vederli davvero. Li immaginavo, li avevo già registrati. Il vento fortissimo in mezzo al mare mi tagliava la gola, senza ferirmi. Un aguzzino dolce, che al posto della katana usava le mani nude, morbide e calde. Il vento toccava ogni punto del mio corpo, prima la punta del naso, poi la fronte stretta, persino le ciglia lunghe ed impastate sentivano il freddo e il caldo del mare. La bocca nel vento, e il vento in bocca. Nessuno spazio alcuno per le chiacchiere, solo per un vuoto buono e sazio.

Il sole non mi aveva mollata un secondo, era gelosa forse del suo mare, così gelosa, che cercava di accecarmi. Ma quando le dissi che il mare era libero, e che la libertà lo rendeva suo, lei fece cadere la sua forza, e tutto quel calore soffocante si trasformò in tepore calmo. I raggi mi colpivano gli occhi per renderli cristallo. Il castano diveniva come il colore delle nocciole, e poi quasi paglierini, come miele d’api.

Sole e mare si mescolavano imperterriti sul mio corpo, ero un campo di battaglia, e poi un letto su cui fare l’amore. Divenni terra insanguinata, e poi velluto e gomma piuma. Sabbia incrostata, e lenzuola calde, trincea sotto terra, e pavimento su cui stringere corpi. Si univano, e lo facevano su di me, dentro me, con me.

Ero nuda coi vestiti, e coi vestiti mi credevo nuda, ma a Sole e mare, bastavo anche così.

Ero ubriaca senza bere, e bevendo pensavo di esser sana, ma al mondo andavo meglio così.

Mi sembrò di sentire quando poi, avevano smesso: il sole divenne tramonto, e il mare si accostò alla terra ferma, quasi a trovare ristoro.

Io mi addormentai in quell’hotel di fortuna che avevo scelto di corsa, lontano dal mondo, lontano da tutto, persino lontano da loro. Io che tanto avevo amato gli amanti, preferivo dormire da sola, col freddo nelle ossa, e il silenzio nelle mani. Un letto singolo, quasi da bambina, adagiato all’armadio. Avevo cambiato il verso del cuscino perché preferivo dare i piedi alle ante, piuttosto che la testa. La testa mi serviva, la testa dovrò pure imparare ad usarla un giorno.

Investimento per il futuro, garanzia per gli umani.

Quando mi svegliai, dal balcone della stanza riuscivo a vedere il blu il lontananza.

Un blu magico e animato. Il blu del cielo che prende la rincorsa, il blu del mare che aveva nuove forze, il blu delle acque stagne di una piscina malsana, il blu della porta d’ingresso. Il blu di questo, il blu di quello.

Il blu della mia faccia stanca.

Blu, come sono blu le cose belle.

Partivo, il più delle volte restando immobile.

Ero sempre in viaggio, e i viaggi mi rendevano libera.

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