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Una storia di Valeriaiannini

Gemelli

Ero così vicino a te che ho freddo vicino agli altri. (Paul Eluard)

Pubblicato il 06 dicembre 2017 in Altro

Tags: Gemelli Shortstory Twins Racconto

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Per i gemelli la prima immagine di “Dio” non ha il volto della mamma, non ha il suono della sua voce ma è altre mani, altri piedi, è presenza che si adegua al nostro corpo, è pienezza, a volte ingombro, sensazione dell’infinitamente accanto.

Era una giornata di fine ottobre, una di quelle che fanno invidia all’estate, quando il cielo è così azzurro che a guardarlo pensi che è proprio quello il colore che il cielo dovrebbe avere, interrotto solo dal giallo intenso e caldo delle foglie indolenti ancora sui rami e il tutto ha quella bellezza definitiva, ultima, che hanno le cose poco prima di andarsene. La finestra della stanza dava sul giardino dell’ospedale e con la coda dell’occhio, tra i sospiri affannati e corti, mia madre forse poteva vedere quel cielo e trovarne sollievo, mentre, aldilà di quella stessa finestra, il camminare su e giù concitato e nervoso di mio padre era una sbavatura in un quadro fatto di lentezza dei pazienti in vestaglia e dell’indugiare dei fumatori sulla soglia.

“Cristiano se è maschio, Vera se è femmina”. Così era stato deciso già dal concepimento, quando ancora non si sapeva che fossimo in due; presi insieme fanno un certo effetto i nostri nomi, hanno un non so che di eccessivamente sacro, troppo granitici e definitivi, non lasciano scampo. Eravamo una cosa sola, già nel pensiero degli altri – eravamo “i gemellini” – e tutto intorno, dalla nostra cameretta alle nostre tutine, tutto doppio, tutto uguale, tutto parlava di noi due insieme, ancora prima della nostra nascita. E te lo porti dietro quando cresci, ti porti dietro quei nomi, quel murale che il tuo papà ha dipinto sulla parete della stanza – coi due bambini seduti vicini che raccolgono le margherite – ti porti dietro la mancanza, il fatto che non basti, lo strappo che non si ricuce.

A tre anni mi sedevo in terra a disegnare. Dividevamo lo stesso foglio in due e ciascuno scarabocchiava una parte stando attenti a rispettare gli spazi, poi io correvo da mamma a mostrarle l’opera, indicandole quale fosse il mio disegno e quale quello di Cristiano, allora lei si piegava sulle ginocchia davanti a me, come per guardare il mondo coi miei stessi occhi, poi prendeva il disegno con cura, tenendolo in entrambe le mani e sussurrava: “Brava, Vera” – quindi io indicavo la parte di mio fratello e lei faceva quel suo sguardo tipico, dolce e malinconico, e mi sorrideva senza dire niente. Tutte le notti, poco prima di dormire, mi facevo piccola piccola nel mio letto, lasciavo spazio a Cristiano per farlo stare accanto a me e sottovoce ci raccontavamo favole a vicenda, in quella lingua che era solo nostra, incomprensibile agli altri. A scuola i bambini mi vedevano diversa e mi escludevano, ero timida, non riuscivo a fare amicizia facilmente, mi prendevano in giro perché parlavo con mio fratello. Ridevano di noi. Ricordo che un giorno tirai calci a un compagno che non smetteva più di dire: “Vera è scema, scema, scema”, girandomi intorno con quel suo indice grassoccio puntato contro e gli altri ridevano. Stavo per scoppiare in lacrime, poi ho pensato che non ero sola, che c’era Cristiano con me e allora ho cominciato a dare calci a quel bambino antipatico, che in due eravamo forti e non avevo più paura. La scuola chiamò i miei genitori, dissero loro che mi ero comportata male, che mi dovevano portare da non so chi a farmi visitare, che ero strana – questo sentii.

Crescevo e con me cresceva anche lui. Parlava nei miei silenzi e gli prestavo i miei occhi per guardare il mondo. Le ragazze alla mia età avevano un fidanzato, si innamoravano, andavano in giro con vestititi corti e lunghi capelli al vento e i maschi le guardavano, scherzavano con loro, seguivano quelle nude gambe leggiadre. Io mi vestivo di nero, indossavo jeans e maglie larghe, il mio corpo era solo qualcosa che mi era capitato, lo coprivo che lo sentivo incompiuto, monco, una metà senza senso. Passavo i giorni

chiusa in camera a leggere, accendevo lo stereo e quella era la mia vita. Cercavo nei libri, nelle canzoni, le parole per dare un nome al vuoto che avevo dentro, cercavo esistenze spezzate in cui specchiarmi, immagini che rimandassero il mio volto, che parlassero di me e invece ciò che trovavo era sempre lui che veniva in superficie lentamente. Allora mi sporgevo su quell’unica immagine che somigliava poco a me e molto a lui, e un attimo prima di guardarla negli occhi, svaniva.

Oggi è il mio compleanno, divento quarantenne. Oggi, come ogni giorno, prenderò il caffè al bar, mi incamminerò verso l’ufficio, converserò del più e del meno con i colleghi, risponderò al telefono, programmerò riunioni poi, come sempre, tornerò a casa, preparerò la cena e guarderò la tv, prima di addormentarmi. Ho imparato a convivere con l’assenza e a confondermi con gli altri. Ho imparato a vivere la mia unica vita, a farcela da sola, a smettere di aspettarlo. Ma a volte accade che all’improvviso me lo ritrovi camminare a fianco, la mia ombra proiettata sui muri e sulla strada viene spezzata da un’altra, si allungano insieme e diventa tutt’una, palpitante come una fiamma. Lui prende il mio stesso ritmo, e i nostri passi vanno all’unisono, come il battito dei due cuori nel grembo materno. «Io vivo in te» mormora, lieve, come una carezza.

Il sole ormai stanco aveva lasciato andare quella giornata autunnale che sembrava uno scorcio di estate. Era l’anno 1977, una donna stava in sala travaglio dalle dieci del mattino, mentre il marito attendeva notizie. La porta della stanza continuava ad aprirsi, medici e infermieri entravano e uscivano sempre di fretta, senza dire mai nulla, le urla si alternavano a lunghi istanti di silenzio. Poi finalmente un vagito, quando era ormai il crepuscolo, un solo vagito – la porta si schiude, la dottoressa in camice verde si avvicina all’uomo che in quel momento sente solo un fischio fortissimo risuonargli nella testa, vede quella donna parlargli ma non riesce a capire. “Cosa?” – le domanda, quando il fischio gli lascia tregua – “La bambina sta bene…”. “E l’altro?” – chiede l’uomo stralunato – la dottoressa abbassa lo sguardo, “Mi dispiace”.

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