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Una storia di StefaniaCastella

Se vuoi scriverlo...

Stronze. Tra segreti e bugie.

Pubblicato il 23 ottobre 2017 in Storie d’amore

Tags: Amiche Amore stronze tradimento

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Ho bisogno di te. Ho bisogno che mi parli. Ho bisogno che tu mi dica noi, cosa siamo.

Noi. Non siamo niente. Noi, non siamo amici. Noi, non siamo amanti, che anche nella parola qualcosa che li lega. Amandosi. Ho bisogno di me. Di sapere perché hai afferrato la mia vita con le tue dita sottili, l’hai strappata, stropicciata e buttata via nel cestino della carta straccia in mezzo ad altre tutte uguali. Pensavo di essere diversa io, io che te l’ho permesso.

Apro gli occhi in mezzo a una notte inquieta mi sveglia il riflesso di una luce che taglia la faccia, è una luna beffarda, campeggia in un cielo nerissimo pesante d’inchiostro sprecato dai poeti, quella falce di luna calante che porta sulle spalle il peso delle notti insonni, insonni come la mia. E’ un sorriso sbilenco questa luna tagliente che invita a seguire il suo dorso con mani e pensieri, la seguo lasciandoci tracce di sangue. Sanguinerà e io con lei mentre guardo le sue spalle sollevarsi nel sonno leggero. Con quella stessa mano seguivo la luna, ora seguo la curva della sua schiena perfetta. Spalle, di spalle, pensandoci è tutto di spalle il muoversi ingannevole della vita. Avvicino il mio corpo al suo corpo, mi arriva il calore di una forma che conosco, ogni angolo conosco, da seguire a memoria ogni curva e nitido, l’odore della sua pelle, avvicino le labbra, le mie gambe si infilano tra le sue adesso che è sveglio il mio corpo lo implora, gli chiedo negli occhi di restare ancora. - Portami via- portami via da lui. Mentre spinge il suo corpo infondo al mio corpo piango come si piange la prima volta, piango in silenzio nascondo nell’incavo della sua spalla i miei occhi che portano dentro un riflesso d’inganno. Se adesso li guardasse più infondo potrebbe vedere il riflesso di un altro.

Stringo le dita mentre lui stringe i miei fianchi, io sono già altrove.

Infilo la giacca di fretta è già tardi, inciampo tra fogli che devo consegnare mentre cerco l’indirizzo di casa di Ilaria, è lì che li lascio per poi correre via. Mi fido di lei, la conosco da una vita, lei conosce me. Siamo state amiche prima di lavorare insieme quasi per caso. Io che scrivo che cerco una casa editrice, lei correttrice di bozze. Un perno essenziale, segue ogni riga del mio romanzo, corregge stravolge sorride e io accetto, sa come convincermi con un cenno degli occhi e un segnetto a matita. Sistema organizza, e quando sono troppo incasinata sa come venirmi a tirare fuori da blocchi che fermano il tempo quando hai una scadenza e non riesci a concludere. Io che seguo la sua vita in disordine, un compagno che sparisce, le valigie per tornare dai suoi, la svolta. “Vado a vivere da sola” e tra i tanti “Ho conosciuto un tipo” “Questa volta è quella giusta” che arriva fatale e “Mi prometti che mi vieni a trovare una sera di queste così lo consoci” e i miei “Prima o poi”. Io nella mia vita piatta di moglie pacata, troppo occupata per promettere e mantenere. Non conosco la sua nuova casa, non conosco quell’ “Uomo della mia vita”. Lo conoscerò per forza di cose.

“Ti devo chiedere di passare da me ormai ci siamo, bisogna concludere col romanzo, passa da casa lasciami tutto”.

Il caos del centro è uno scuotere di clacson e rumori confusi, passo tra le auto e tra viali alberati, casa di Ilaria è in un angolo remotissimo, un piccolo spazio di verde nel grigio di una città claustrofobica. Mi raggiunge all’ingresso mi invita ad entrare, mi ciabatta davanti mentre intravedo lui. Di spalle, la luce disegna il suo corpo scivolando divertita, carezzando la pelle nuda, abbronzata, fiera: “Davide prende il sole in terrazza fino all’ultimo briciolo d’estate, non farci caso” I suoi occhi incatenano i miei mentre si avvicina, allunga la mano, stringe la mia, è una morsa inevitabile, inchioda, è un attimo che dura una vita. “Finalmente ti vedo, ormai so quasi tutto di te e del romanzo, se posso dare un’occhiata…” balbetto qualcosa credo di incomprensibile, mentre sparisce tutto, Ilaria, Carlo che aspetta che torni, tutto annullato nello spazio di una stretta di mano. Cerco di uscire dall’ipnosi gettandomi tra i fogli, mentre ho paura di non saper controllare nessun muscolo e gli occhi rincorrono ogni suo movimento. Ilaria sorride, di sorrisi dolcissimi, un occhio allo scritto un sorso di caffè, fumo che annebbia la stanza. Esco da lì come uscita da un sogno che non vuoi più mollare, eppure corro come una preda che deve salvarsi.

Sento di aver lasciato tra le loro mani qualcosa di mio, qualcosa di intimo, sento l’imbarazzo che non ho mai sentito prima di allora.

Cerco le mani dell’uomo che conosce il mio corpo, stringe le mie, spengo la luce, spengo anche gli occhi qualcosa mi porta lontano, e forse lo sente, non è mai stato così, adesso tra noi c’è un’ombra che invade i pensieri. Mi perdo nel buio della notte e sento ancora quella stretta di mano, quell’unico breve contatto. Le mani che dovevo respingere.

“C’è qualcosa che non torna, dovremmo rivederlo” Ilaria mi investe di primo mattino, mi riporta il ricordo delle parole che ho scritto. Una storia banale, storia di sempre, un uomo, una donna, qualcosa vacilla. Storia di tradimenti, di perdono struggente “ci vediamo appena riesco” rispondo controvoglia, non riesco a pensare. A nient’altro che lui, e come invocato mi arriva un messaggio. -Ho letto una parte del romanzo. Una bella scrittura, eppure se posso, mi sembra artefatto. C’è qualcosa che manca-. D.

Qualcosa che manca. Ho il cuore in tumulto, ancora nel letto l’odore dell’uomo che adesso distratto si veste col solito piglio indolente. E sento salire quell’ansia colpevole come se il mio pensiero potesse riflettere il viso che ho in testa, piantandolo chiaro sul muro. Aspetto che Carlo saluti per concentrarmi sul messaggio di Davide. -Qualcosa che manca?- Aspetto in silenzio. -Sì qualcosa che manca. Parli di un uomo, di una donna, di tradimento. Sono solo all’inizio per carità ma se posso, bè, è difficile scrivere qualcosa che non hai vissuto...-

Mi viene da ridere, cosa ne sa di che cosa ho vissuto? Eppure ha ragione. Io non ho mai tradito. Se ci penso Carlo è stato il primo. Il primo di tutto. Il primo con cui uscivo per più di una settimana, il primo con cui avevo fatto l’amore, il primo con cui avevo fatto progetti sul futuro, sul lavoro, sulla vita a due. L’uomo che sposavo, per amore. Per amore, per abitudine, per naturale cammino del tipo siamo insieme da cinque anni e adesso…E adesso ancora noi, fino a una stretta di mano stordente.

-Vieni da me. D-

La mano che stringevo con gli occhi socchiusi dal sole, la mano che scivola intorno alle spalle, sul collo, che azzera il tempo infilandomi nel tunnel di un momento che cambia la testa, la vita.

-Non puoi scriverlo senza viverlo-. Ed entravo in quella casa sapendo già che era tutto sbagliato, entravo nel suo letto e sapevo che me ne sarei pentita un attimo dopo. Sapevo che non avrei potuto più fare a meno di lui. Tutto sbagliato tra i capelli e le ossa, tutto sbagliato tra le mani, sotto la pelle. Negli occhi dell’uomo che mi aspettava la sera.

“Hai seguito il mio consiglio, certe cose erano così, non so, vaghe”. Ilaria perdonami, io non volevo. O forse sì, lo volevo più di quanto non potrei spiegarti, mentre incollata alle pagine mastichi l’ennesima matita e sorridi con i tuoi occhi profondi. Sono un verme. Mentre Carlo immagina una botta di vita caduta dal cielo che risveglia la donna mite delle sere annoiate, sempre concentrata più sulle parole che sulla vita da vivere a due, e così all’improvviso, così cambiata…

-Voglio fare l’amore con te. D-

E correvo da lui, come si corre, sedicenni, con la voglia di andare fottendosene del mondo, sciogliendo i capelli che sanno di buono per correre scale a due a due infilarsi in un auto scappare lontano tra tende leggere gonfiate dal vento che invade la stanza. Perdersi e ritrovarsi, sentire di essere qualcosa che si appartiene e non poterselo permettere. “Non possiamo”. “Non lo lascerò mai”. Rincorse di sensi di colpa che bruciano dentro. Tornare cretini, sbarrarsi in mandate furtive per scriversi veloci cazzate nel bagno di casa -Ti stavo pensando-.

Un mese dopo l’altro. La testa che gira, il cuore che sussulta, il corpo che si perde nel corpo di un altro. Lasciami andare e lasciati andare. Lasciarsi andare. Lasciarsi ogni volta per l’ultima volta.

Restare abbracciati. Abbracciarsi. Restare. Fingere di crederci, smettere di crederci per fare l’amore. E tanto noi due non siamo niente. E niente può ferirci se non siamo niente. Non siamo niente, soltanto per te. Poi c’ero Io. E ho capito quando era già tardi.

-Ci vediamo? Ti voglio parlare.- Ilaria.

Vomito l’anima e corro da lei. Deve essere l’ansia. Ma qualcosa non torna. -Ilaria sto male ti chiamo al più presto. Ma se mi accenni…-

-Ne abbiamo parlato da quando eravamo ragazzette cretine. La famiglia, la casa, un bambino. Io, credo che ci siano problemi. Un grande casino-.

Deve essere colpa dello stress. Deve essere per quello che il ciclo traballa. Deve essere per quello che la testa mi gira. Deve essere un errore. Non può essere. Deve essere per questo che…

“Signorina non esistono falsi positivi” E deve essere un imbecille. Non è possibile…

Ci guardiamo, lei gira il caffè nella tazzina, sale l’odore fortissimo che lucida gli occhi.

“Mi viene da vomitare”.

“Anche a me”

“Dimmi che c’è, e direi di buttare via questo caffè prima che ci vomitiamo sui piedi”.

“Simo, aspetto un bambino”.

Sussulto, la guardo, ridacchio, mi viene da piangere e anche da vomitare.

“Che ci sarebbe da ridere scusa?”

“E’ una bella notizia” e tengo ancora per me qualcosa da dire.

“Bella non proprio. Aspetto un bambino, Simona, e ho appena scoperto da alcune analisi fatte da Davide che lui, non può averne. Cosa cazzo gli dico adesso?”

Rido, rido fortissimo adesso in preda a una crisi tra l’isterico e l’impellente bisogno di scappare, morire, fare la pipì. “Ilaria. Sono incinta anch’io”

Ride anche lei, come fosse l’unica, ultima cosa da fare.

“E Carlo può averne di figli voglio sperare…”

“Sì credo di sì, cioè Si. Ilaria che cazzo di domande fai. Sì”. Sono io che avrei preferito non averne di figli. Con lui.

“Comunque tanto alla fine me ne fotto. Quel bastardo mi tradisce, lo so”

Guardo Ilaria come mai prima, dritta negli occhi ora freddi, taglienti. Cazzo sa tutto.

“L’ho beccato in macchina con una tipa, una faccia metà plastica metà stronza” Mi si appanna la vista mentre sfioro lo svenimento.

Piango per l’ultima volta, la scusa della gravidanza regge benissimo.

-Ho bisogno di te. Vieni. D.-

Non posso rispondere. Chiudo il telefono, lo guardo attentamente posandolo accanto al cesso dove vomito l’anima. Provo un senso di sollievo come estasi leggerissima mentre lo calpesto in un attimo di pausa tra uno spasmo allo stomaco e l’altro, e più lo calpesto più sento la leggerezza salire al cervello. Basta. Con tutto quello che c’era prima, con l’obbligo e l’inganno, con l’ansia e lacrime da romanzo d’appendice. Basta.

“Se hai finito di vomitare io tornerei sull’ultimo capitolo”. Ilaria muove i capelli leggeri e lucidi di ormoni da gravidanza mentre tenta di mangiucchiare la punta di una matita.

“Molla, la creatura potrebbe rivoltarsi. Che gli dai da mangiare carta, fogli e matite. Un po’ di responsabilità Io direi che questo romanzo va riscritto dall’inizio alla fine. Mi sa che di tempo per rivedere tutto ne abbiamo adesso, visto che tocca dividerci casa giorno e notte.”

Chiusi per un attimo i fogli, raggiunsi la terrazza immaginando Davide come l’avevo conosciuto, col sole che scivolava sui fianchi scolpiti. Pensai a Carlo chiedendomi dove sarebbe finito, quante volte lo avrei rivisto una volta avuto il bambino. Sperai il meno possibile. Mi raggiunse Ilaria, prima di pensare ad altro ci guardammo, tonde, come eravamo. “Se non rischiassi si farmela sotto, direi che potrei ridere come se non ci fosse un domani” Disse puntandomi la matita sulla faccia.

“Si ma poi me lo dici il nome del padre di questa creatura” glielo chiesi mentre era già dall’altra parte della stanza e sperai che non mi avesse sentita. Potevo rinunciare a scovare il suo segreto col peso del mio sulle spalle.

“La tipa del tuo romanzo dovrebbe aspettare un bambino adesso. Sarebbe credibile”. Disse da lontano.

“Lo so. Se vuoi scriverlo devi…Niente, lascia stare…”. Lascia stare.

Lascia stare.

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