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Una storia di OrnellaStocco

Per Elisa

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Pubblicato il 14 maggio 2018 in Humor

Tags: romafrancescoluna

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Nel silenzio del mattino percepisco il ronzio di una mosca come un Jumbo in fase di atterraggio.

Allungo una mano sotto il cuscino dove di solito metto il cellulare.

La parte destra del mio letto da molto tempo non riceve visite, questo mi crea dei problemi con il cambio delle lenzuola. Di solito le cambio ogni dieci barra quindici giorni, a seconda della stagione. Trovo uno spreco lavare un lenzuolo matrimoniale quando solo una metà è segnata dall'uso mentre l'altra mi rimanda ancora il suo candore come un rimprovero di abbandono.

Parsimonia, parola esclusa fino a poco tempo fa dal mio dizionario, è entrata prepotente nella mia quotidianità portandomi a cambiare di posto lenzuola e federe.

Parte destra a sinistra, parte sinistra a destra.

Quanto tempo è trascorso dall'ultima volta che un viso pallido ha calpestato la terra di nessuno?

Ho perso la memoria. No. Non voglio ricordare.

Non trovo il cellulare, non so che ore sono.

La mosca non è atterrata.

Da un po' di tempo mi capita di svegliarmi senza capire esattamente dove mi trovo, che giorno è e se il risveglio è la conseguenza di un sonno notturno oppure del pisolino pomeridiano.

Mi servono cinque minuti scarsi per riunire a me tutte, insomma tutte, diciamo quelle che mi sono rimaste, capacità intellettive e fare il punto della situazione.

Prima di tutto il giorno; è lunedì o domenica?

Segue l'elenco delle attività da svolgere; se è domenica penso: meno male è domenica, niente spesa.

Se realizzo che il giorno appena iniziato non appartiene a nessuna festività ripenso: azz...non è domenica, devo fare la spesa.

Inizio la perlustrazione dell'ambiente circostante con l'apertura parziale di un occhio, poi dell'altro il tutto in modo teatralmente misurato. Svegliarmi all'improvviso m'incute timore. Mi mette ansia.

Il cellulare sarà caduto, forse si è trascinato fin sotto il letto, come abbia fatto non lo saprò mai. Devo trovarlo poiché altro punto fondamentale per l'organizzazione di un nuovo giorno sia esso festivo o lavorativo è la consapevolezza del tempo.

Mi succede, non spesso, ancora non sono completamente demente, di scattare pericolosamente fuori dal letto e scoprire che sono le sei del mattino.

Oppure girarmi dall'altra parte concedendomi ancora due ore di sonno, tanto saranno le sei del mattino, e sentire la vicina che sbatte i tappeti con precisione maniacale tutte le mattine, festivi compresi, alle ore 10!

Non che la mia agenda personale straripi di appuntamenti improrogabili ma insomma un minimo di regole le devo avere.

I miei neuroni, quelli sopravvissuti, indicano una presenza non meglio identificata alla mia destra.

E non è il cellulare.

Ritento una perlustrazione manuale cercando il freddo metallico del mio unico compagno di letto. La mia mano avverte il calore di una massa corporea. Giro lentamente il capo, una lama di luce penetra tra le fessure di una tapparella.

Determino che nella mia camera non ci sono tapparelle.

Proseguo, con dati di fatto che si stanno rivelando dall'unica fonte di luce proveniente dalla tapparella sconosciuta, che questa non è la mia stanza da letto.

Deduco di non trovarmi a casa mia.

Di fianco a me non c'è il mio cellulare bensì un uomo.

Quest' uomo si chiama Francesco, lo conosco. Non vado a letto con gli sconosciuti.

Lo conosco da tredici anni, se la memoria non mi tradisce, ma non ci giurerei.

Francesco ed io eravamo amici. Almeno fino a ieri.

Perché mi trovo in quella che sicuramente è la sua camera, in quello che sicuramente è il suo letto, mezza nuda? Tolgo il mezza. Sono confusa. E nuda.

Il sonno di Francesco è silenzioso e regolare come quello di un bambino.

Lo osservo quasi incredula per quel trovarci così intimamente vicini.

Le sue spalle sono larghe, un poco curve. Porta i capelli lunghi sulla nuca, candidi. Mi piacciono gli uomini con i capelli un po' lunghi sulla nuca e candidi.

Ha un buon profumo. Cerco di collegare l'olfatto al cervello.

Inizio ad avere qualche flashback mentre scivolo fuori dalle lenzuola come una biscia. Mi dirigo in bagno per una prima abluzione. Non è bello essere ospite di Francesco e avere l'alito pesante.

La sera prima.

Il mio arrivo alla stazione Termini seguito dalla cena in uno dei tanti ristoranti di Roma.

-Bene arrivata miss, ti trovo in splendida forma...- Lo dice guardandomi con quei suoi occhi chiari che mi stupiscono.

Il cameriere si rivolge a me con un sorriso da prima comunione.

-Signorina, lei cosa desidera? -

Sorrido. Francesco mi guarda, un guizzo rende i suoi occhi ancora più chiari. E ' un uomo maturo ancora affascinante. Sono anch'io una donna matura e mi sento una ragazzina al suo primo appuntamento.

Sono a Roma. Sono con Francesco. Sono innamorata.

Ai miei figli ho detto che avrei dormito in albergo, non a casa sua.

Un infantile pudore per nascondere una storia costruita in modo disordinato tra qualche telefonata e un congruo numero di sms. Una storia di rispetto e stima che durava da tredici anni. Una piccola bugia che non è riuscita a ingannarli. Ora sono grandi, sono uomini, sono adulti. Capiranno, mi perdoneranno. Forse. Ma in fondo non c'è nulla da perdonare. E' la mia vita.

Con l'alito alla fragola mi rinfilo sotto le lenzuola.

-Buongiorno miss...-

Nonostante i miei propositi di passare inosservata sento la voce roca di Francesco. L'odore di fragola è talmente potente da svegliare una caserma. Ora che si fa?

Mi organizzo un sorriso da dolce mogliettina.

-Buongiorno Francesco! scusa potresti farmi un breve riassunto delle puntate precedenti?-

Si sistema il cuscino dietro la testa, mi guarda. Ha la barba di uno che si è appena svegliato, i capelli arruffati di uno che ha dormito bene e l'espressione un po' perplessa di uno che si sta chiedendo se nei paraggi, durante la notte, fosse sorta una piantagione di fragole.

-Francesco, non sono neanche le otto... se vuoi dormiamo ancora un po'...- Trovare un argomento che mi faccia sembrare una donna intelligente alle otto del mattino non mi riesce sempre bene. La sua espressione la dice lunga sul " se vuoi dormiamo ancora un po' ".

Nonostante tutto è un uomo affascinante. Se riesce a piacermi anche con la barba lunga, i capelli arruffati, lo sguardo perso e l'alito che non sa per niente di fragola sono fritta. Cotta.

-No, no dormire no... ehm avrei un'altra idea ma ieri sera, insomma forse abbiamo esagerato...senti miss cosa facciamo?-

Bella domanda. Ancora mi sto chiedendo cosa ci faccio io qui.

Abbiamo esagerato? Oh!

Il proseguimento della giornata mi appare come le tessere di un puzzle tutto da comporre.

Senza sapere quale figura apparirà. E meno male! ho idea che se per magia il puzzle si auto componesse ne uscirebbe la scena di un film piuttosto piccante...

Francesco ha alzato la tapparella sconosciuta e scopro che è una bellissima giornata. Sarà la bocca fresca ma inizio a sentirmi bene. Penso a come mi dovrò vestire. Non mi sono fatta mancare niente ma di sicuro quella gonna non l'ho portata.

Ecco, lo sapevo come al solito non so cosa mettermi.

-Francesco ti va un caffè?-

Riavvolgo le tappe post cena. Rivedo la sua piccola cucina durante il giro turistico attraverso le stanze fatto la sera precedente. Francesco mi aveva presa per mano e con l'entusiasmo di un ragazzo, trascinata a visitare il suo appartamento: cucinino minuscolo ma rifornito di ogni cosa inutile. Bagno padronale dal bel mosaico. Camera. Cameretta. Altro bagno. Corridoio. Salone e infine il luogo che rendeva quel normalissimo appartamento un qualche cosa di speciale.

Il terrazzo andava oltre la mia immaginazione; dalle generose dimensioni quella sera offriva il meglio di sé, sembrava galleggiasse. Una luna piena lo illuminava come un faro creando un palcoscenico unico. Il suono melodioso di un pianoforte arrivava da un vicino terrazzo come le onde del mare...

Guardavo Francesco con occhioni da cerbiatta rapita dalla situazione a dir poco scenografica. Una regia perfetta. Mi prese le mani attirandomi verso di lui. Mi sentivo una calamita. Se in quel momento qualcuno mi avesse svegliata, lo avrei sonoramente mandato a quel paese. Era tutto fin troppo perfetto. Un sogno appunto.

-Francesco, la luna, la musica... è tutta opera tua o sono io ad essere molto fortunata?

Lo scoppio della sua risata coprì per un attimo le note di "Per Elisa".

-Quello fortunato sono io miss...la luna e le stelle sono opera di un potere che ancora non posseggo, per quanto riguarda Beethoven domani dovrò ringraziare il vicino di casa per avere scelto la serata perfetta per esercitarsi al pianoforte. Tu sei semplicemente la donna per la quale ho sperato che tutto questo potesse accadere in una notte così speciale...-

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