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Una storia di Ivanbavuso74

Non sono una signora

Pubblicato il 12 dicembre 2017 in Altro

Tags: canzone racconto malinconia donne dramma

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N. era grassa, originaria di Santo Domingo, aveva una malattia degenerativa e riceveva i suoi clienti in casa. Aveva abortito due gemelli al quinto mese. Era stata sposata per un paio di anni con un meccanico di Sesto, ma lo aveva lasciato perché si era accorta di non amarlo più.

Viveva in un piccolo appartamento incistato in una palazzina, le cui facciate si stavano scrostando come la pelle di un lebbroso. Con lei c’erano due cani: uno grosso dallo sguardo triste, che puzzava e scorreggiava; l’altro era l’incrocio di un topo con un Pincher nano e scassava le palle in continuazione.

N. andava per i quaranta, era bassa e non era mai stata un granché, ma aveva labbra carnose e occhi scuri come chicchi di caffè tostati. N. andava a dormire molto tardi, però si svegliava alle sei per portare il cane grosso a pisciare in strada, poi tornava di sopra e si rimetteva nel letto. Si svegliava solo a mezzogiorno, apriva il portello del vecchio Zoppas, il frigorifero che nessuno distrugge, e se dentro ci trovava del cibo, allora decideva di pranzare, altrimenti, o telefonava a qualcuno dei suoi clienti per una sveltina, o se non stava bene per via dei dolori reumatici, semplicemente digiunava.

Non usciva quasi mai di casa, si mangiava le unghie e trascorreva tutto il tempo a guardare le serie Tv o i film su Netflix. Un giorno aveva visto Frida con Salma Hayek e aveva pianto.

Il soggiorno era perennemente in disordine: il tavolino in vetro davanti alla televisione era cosparso di fazzoletti di carta; nel posacenere giacevano decine di mozziconi; sul divano, solitamente, era stesa una coperta militare ormai consunta. Sul mobiletto dell’ingresso si erano ammonticchiate le bollette da pagare. Anche la cucina era un disastro: c’erano più piatti e stoviglie sporchi nel suo lavello che in quelli degli studi di Master Chef. Al bagno era meglio non pensare.

Un giorno ricevette la telefonata del suo ex marito.

«Che cosa vuoi?» gli aveva chiesto un po’ bruscamente.

«Niente, volevo solo sapere come stai. È un po’ che non ci sentiamo.»

«Sto bene, grazie.»

«Ti serve qualcosa?»

«No.»

«Ne sei sicura? Sai che puoi sempre contare sul mio aiuto… A proposito mi è tornato indietro anche l’ultimo assegno che ti avevo spedito… Perché fai così?»

N. sbuffò nel cellulare. Lui la sentì, ma non disse niente.

«Senti… adesso non mi va di parlare…»

«Se devo essere franco, non ti va mai.»

«Devo andare…»

«Dove?»

«Ho un impegno.»

«Che impegno?»

Lui faceva così ogni volta che la chiamava. Non stavano più insieme da almeno cinque anni; lei rifiutava il suo mantenimento con ostinazione, e lui, con altrettanta ostinazione, continuava a cercarla e a preoccuparsi che stesse bene.

«Sono affari miei.»

«Sì, certo… Se hai bisogno, chiamami» le disse prima di chiudere la comunicazione.

A N. dispiaceva trattarlo così, a suo modo gli voleva ancora bene. Forse, se fossero nati i gemelli le cose sarebbero andate in modo diverso. Chissà… Tuttavia non ci avrebbe scommesso. Si rosicchiò l’unghia del pollice e ripensò ai tempi della sua relazione con lui, ai lunghi anni di fidanzamento, a quei pochi di matrimonio… Si ricordò della suocera e del cognato. Scosse la testa come per scacciare un ricordo doloroso. Il grosso cane le si accucciò vicino, mentre il topo-pincher iniziò ad abbaiare.

Il citofono suonò con dieci minuti di anticipo. N. non era pronta, si infilò di corsa il babydoll trasparente che aveva appoggiato sulla spalliera di una sedia e aprì il portoncino d’ingresso. Andò in bagno e si ravviò i capelli con le mani, tornò alla porta per guardare dallo spioncino. Prima che l’uomo potesse appoggiare entrambi i piedi sul pianerottolo, lei aprì l’uscio quel poco che bastava per farlo entrare.

«Sei un po’ in anticipo.»

«Sì, lo so. Scusa.»

«Non fa niente. Come ti chiami?»

L’uomo non rispose.

«Non hai voglia di dirmelo…»

«No… è che…»

Lo sconosciuto era impacciato, il cane grosso gli si era fatto sotto e dopo avere mollato una bomba velenosa gli aveva pennellato di saliva una mano. Il topo si era invece messo a saltare da un angolo all’altro dell’appartamento come fosse un giocattolo a molla.

«Quello è un gremlin?» tentò di scherzare l’uomo.

«Che cosa?»

«Quella cosa che salta… Se la bagni si trasforma?»

N. lo guardò dritto in faccia. Sputò un’unghia: «Che cazzò stai dicendo!» disse «Lui è Chobin, il mio cagnolino e questo qui è Buck.»

«Ciao Buck, ciao Chobin» disse l’uomo, sollevando la mano fradicia. Si vedeva da lontano che aveva cambiato idea. Desiderava solo andarsene.

N. non aveva bisogno di farsi raccontare niente da quel tipo. Sapeva bene chi era: un uomo di mezz’età, sposato, anche se non portava la fede. Gli occhi chiari e miopi intrappolati dietro a un paio di lenti a contatto che gli facevano sbattere le palpebre più del necessario. Aveva ancora quasi tutti i capelli, ma si stavano diradando e in una manciata di anni sarebbe stato calvo.

«Vieni» gli disse, e lo portò in camera.

L’uomo si sedette sulla sponda del letto e cominciò a spogliarsi. Si tolse la giacca e si sbottonò la camicia. Sfilò i pantaloni e rimase in mutande, canottiera e calzini. Esitò.

«Forza, che aspetti? Spogliati!»

N. si era fatta scivolare il babydoll dalle spalle, restando a seno nudo. La sottoveste si era arenata sugli ampi fianchi e N., per scrollarsela di dosso, aveva dovuto usare le mani. Uno slippino traforato le copriva a stento il monte di Venere, che aveva meticolosamente rasato, ma non a zero. Si tolse anche quello. Poi prese un asciugamano e lo distese sul materasso rivestito da un copriletto marrone.

Dopo che ebbero finito, l’uomo pagò e andò via. N. accese la radio. La voce di Loredana Bertè le graffiò un po’ di anima.

La fretta del cuore… è già una novità… che dietro un giornale sta… cambiando opinioni. E il male del giorno… è pochi chilometri a sud… del mio ritorno… del mio buongiorno…

Si fece un tè.

Ma è un volo a planare… dentro il peggiore motel… di questa carretera… di questa vita-balera… è un volo a planare… per essere inchiodati qui… crocifissi al muro…

N. aprì la portafinestra del balcone che si affacciava sulla strada. Uscì fuori. Era già sera, e una leggera brezza autunnale soffiava dalle Prealpi lombarde. N. ebbe freddo. Le luci dell’appartamento erano spente. Chobin e Buck se ne stavano rannicchiati uno vicino all’altro sulla coperta del divano con la testa abbandonata fra le zampe.

Io che sono una foglia d’argento, nata da un albero abbattuto qua e che vorrebbe inseguire il vento, ma che non ce la fa…

Il cellullare vibrò sul tavolino di vetro in soggiorno. Buck sollevò per un momento il suo testone prima di piazzare un’altra scoreggia che fece allontanare Chobin.

Ma che brutta fatica… cadere qualche metro in là… dalla mia sventura… dalla mia paura…

Il cellulare continuava a vibrare. La vibrazione era così forte e prolungata che fece cadere per terra il pacchetto di Winston mezzo vuoto. I lampioni si erano accessi dappertutto. Nelle case ci si apprestava a cenare, a guardare il telegiornale, a litigare… Loredana Bertè cantava.

È un volo a planare… per esser ricordati qui… per non saper volare… ma come ricordarlo ora…

N. non l’ascoltava più. Non poteva. Aveva scavalcato il parapetto e si era buttata di sotto.

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