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Una storia di Nastenka

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Essenziale 2049

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La sensazione del sapere

La complessità che si cela dietro un gesto e la sua inimitabile essenzialità

Pubblicato il 12 novembre 2017

"Ci hanno garantito il massimo della sicurezza, malgrado lo stato di allerta. Un possibile errore, niente di grave, è tutto sotto controllo. Dai vetri scuri del mio silenzioso salotto osservo il vialetto, la signora Hopper che pota le sue azalee e il figlio dei coniugi Joys che rincorre un pallone. È tutto così tranquillo, ordinario e credo di non essere davvero in agitazione per ciò che dicono sia accaduto. Da che ho memoria, ho sempre vissuto qui, in questo appartamento decisamente troppo spazioso per una sola persona. Pare mi piaccia il verde e che con questo colore vi abbia dipinto le pareti della mia stanza da letto. So che per me il salmone ha un sapore sgradevole, ma non l'ho mai assaggiato e sono certo che, invece, i pistacchi siano tra le cose più gustose del mondo. Siedo spesso su questa poltrona di vimini e osservo, catturo immagini, sempre le stesse. Le mie braccia poggiano sui braccioli di legno intrecciato e ho la sensazione di essere disteso sulle radici di un grosso albero, eppure non l'ho mai fatto. È come se fossi stato catapultato dal nulla direttamente in questa abitazione che so di aver acquistato, ma non lo ricordo. Vorrei trovare le parole per descrivere i salti che la mia mente compie per dare logicità alla rete di eventi, persone e oggetti che mi si presentano davanti ogni giorno, che in qualche modo hanno preso parte alla mia vita in momenti di cui ignoro l'esistenza. Compio con una naturalezza spiazzante azioni, sin dal mattino, dalle quali mi lascio poi trasportare anche, e soprattutto, per capire dove esse debbano portarmi. Ho un impiego di un certo spessore, pare, all'interno di un'agenzia di assicurazioni, la Gestaprest, che vanta filiali in tutta Europa. So di dovermi mostrare sempre sicuro e caparbio di fronte ai miei clienti, immagino faccia parte della complessa strategia del marketing; so di essere comprensivo con i miei dipendenti, ho perdonato Michelle, quella volta, per avermi rovesciato addosso la tazza di orzo e latte destinata al ricco appaltatore con il quale avrei chiuso un importante contratto, ma cosa si prova ad avere i pantaloni fradici? Com'è un tessuto pesante intriso d'un liquido bollente che aderisce perfettamente alle gambe? Questo non lo so.

Rincasando, ogni sera, i miei occhi si posano sulla targhetta recante il nostro nome affissa alla porta e sento l'impellenza di piangere, ma non lo faccio, limitandomi a passare le dita, leggermente, sull'incisione. Paige aveva un laboratorio dove portava a termine lavori d'artigianato su commissione e quel piccolo rilievo in legno è opera sua. Desumo, dal forte stress che avverto osservando le sue foto o i suoi effetti personali ancora sparsi per la casa, di aver amato davvero tanto mia moglie, in passato. Aveva una folta chioma bionda, molto lunga, penso sia così bella che dovrei sentirne l'odore sparso per casa, ma ciò non accade. Ho trovato diversi album nei quali io e Paige siamo prima in un posto, poi nell'altro, sempre sorridenti, anche quando le capitò di poggiare il piede su un riccio di mare, quella volta alle Canarie, e so di averle detto quanto sarebbe stato divertente immortalarla mentre tentava di sfilarsi un paio di aculei e avere la possibilità di ricordarlo. Sono certo lei abbia riso in quel momento e che sia stata la serenità del suo volto a rendere quella foto così perfetta.

Non è stato possibile per Paige essere qui con me. La gravidanza, sofferta, indebolì il suo organismo al punto tale che contrasse un raro morbo, all'epoca ancora sconosciuto, a causa del quale ogni cellula morì spontaneamente per apoptosi, non risparmiando nulla del suo corpo, neanche il DNA. Per questo, fu impossibile riportarla in vita tramite clonazione. So di aver quasi avuto una figlia, la mia convinzione di essere diventato padre crollò non appena mi comunicarono il decesso di entrambe, dopo circa dodici ore di travaglio. Non serbo alcuna immagine di quanto accadde, tutto ciò che so della vicenda si condensa in dolorose fitte al petto che sfociano, anche in questo caso, nella pressante necessità di piangere, cosa che però non succede mai.

Non so da dove sorga questa convinzione, che non oserei chiamare tale tanta è la velocità con la quale nasce, cresce e sparisce, dentro di me, ma io so che c'è altro, qualcosa che mi chiedo se sia possibile individuare. Se adesso sono qui a chiedermi quale sia il senso della mia esistenza, lo devo a ciò che altri hanno costruito prima di me, a colui del quale io non sono altro che un prolungamento. Mi è permesso solo studiare e analizzare, minuziosamente. Nient'altro.

Conservo dentro di me una vita che non ho vissuto, gioie e delusioni per cui non ho pianto, traguardi che non ho raggiunto, amori che non ho respirato. Nella mia, nella nostra Capsula, sappiamo tutti di essere qualcuno che in realtà mai siamo stati e mai saremo, ma di cui emuliamo impeccabilmente ogni gesto, di cui rispettiamo ogni abitudine senza poterci nemmeno chiedere il perché. Io, la signora Hopper, il piccolo dei Joys, nessuno di noi capisce, ci si limita a sapere cercando di accettare che questo possa bastare.

Ogni notte, alle due in punto, viene effettuato il backup giornaliero di quanto compiuto nelle ultime ventiquattro ore. Siamo tenuti sotto stretta sorveglianza, ci monitorano per assicurarsi che compiamo il nostro dovere, ciò per cui siamo programmati. Temo che questi pensieri possano mettermi nei guai, il rischio che io possa venire disabilitato è altissimo, per questo ho cautamente deciso di mettere tutto per iscritto, così che i miei successori possano acquisire velocemente tutte le informazioni e le nozioni che ho immagazzinato per mesi, anni della mia esistenza. Ho momentaneamente conservato in memoria criptata i contenuti che qualcuno ai piani alti giudicherebbe più preoccupanti. Spero venga fuori il più tardi possibile, ho bisogno di più tempo.

Intanto, lo stato di allerta non è stato revocato. Qualcuno giura di aver visto un umano appena fuori dal confine della Capsula. Non è molto chiaro quale sia il loro aspetto, i Vertici non ne hanno mai fatto una vera descrizione, ci viene solo ribadito, continuamente, quanto siano pericolosi per la nostra comunità. È lecito che la mia curiosità si faccia sempre più insistente?

So che ogni tanto ho bisogno di prendermi una pausa dal lavoro, così, quando non ho impegni particolarmente importanti, con circa un paio d'ore di viaggio arrivo al parco naturale, quasi al limite della cupola di vetro. Sembra che l'aria aperta mi rilassi, anche Paige cercava sempre un po' di tempo per andare lì. Non indosso gli abiti che utilizzo in ufficio, potrebbero rovinarsi a contatto con l'erba. Pare avessi un paio di pantaloni e una t-shirt proprio per le fughe al parco. La prima volta che decisi di andarvici, sapevo che mi sarebbe piaciuto intrecciare le dita nell'erba e accarezzarla delicatamente e così feci, accorgendomi di quanto mi fosse noto quel gesto benché, ancora una volta, non avessi memoria di quando l'avessi fatto prima. Così nulla è mai nuovo, non ho sorprese, non ho mai rischiato e mai rischio di incappare in qualcosa che si riveli lontano dai miei gusti. Sono meccanicamente attratto da tutto ciò che in un passato di cui ho piena coscienza mi è già piaciuto e, di queste recenti esperienze, estraggo immagini, dettagli che colmano i vuoti di quanto non posseggo. Una vita si è sedimentata in me concedendomi solo una parte di se stessa e tentare di ricostruirla mi sta conducendo vicino a quello che gli umani definiscono un crollo nervoso. Non riesco a liberarmi dall'ossessione immotivata che io debba spingermi al di là di quel che conosco."

Precisi riferimenti temporali ci danno la possibilità di datare queste pagine di diario al 2049, anno di cruciale importanza per la sperimentazione del primo prototipo di Intelligenza Artificiale. Testata davanti agli occhi dei cittadini di Middletown, gli scienziati Pharrell e Freeman hanno reso possibile la creazione di una piccola comunità di androidi sperimentali, realizzati attraverso il riutilizzo del patrimonio genetico di diversi individui e, per cinque anni, sono stati osservati e monitorati. MPHGT-04 era il quarto di una serie di androidi messi a punto con l'impianto del DNA di tale Alexander Hamilton, noto imprenditore caduto in rovina dopo i famosi scandali Gestaprest. In cambio di ingenti somme di denaro destinate al mantenimento dell'unica figlia Maxime Hamilton, l'uomo scelse di cedere la propria vita alla ricerca scientifica, diventando uno dei primi volontari a sottoporsi all'esperimento

Tali umanoidi, come è possibile verificare anche dalle tante testimonianze pervenuteci, svolgevano in tutto e per tutto la vita dei propri predecessori umani, emulando di questi persino l'indole, le preferenze e le movenze. Opportunamente eliminato ogni legame che li unisse al mondo esterno, al fine di evitare qualsiasi tentativo di approccio con altre creature, essi conducevano un'esistenza pari a quella umana quasi sotto tutti gli aspetti, benché da questi scritti paia emergere una certa titubanza nei confronti di concetti come Ricordo e Sensazione. Questi erano, a quanto pare, ancora lontani dall'essere realmente trasmessi ad una mente artificiale.

"Qualcuno giura di averne visti ben quattro, di umanoidi. Ne sono state fatte descrizioni incredibilmente diverse tra di loro e mi sono chiesto, di conseguenza, quale fosse il loro vero aspetto. Cercando di aggirare la programmazione che imprigiona ogni mia scelta, ho deciso di trascorrere una giornata al limitare della Capsula per rendermi finalmente conto di quale sia il volto di questi esseri tanto discussi. Sono necessarie almeno cinque ore di viaggio perché si arrivi in un punto in cui sia possibile avere una buona visuale. L'aspetto positivo è che ho buone possibilità di essere solo, data la lontananza. La spessa e trasparente parete che ci separa dagli umani è in grado di riprodurre il clima esterno, concedendoci un assaggio di un mondo che pare non ci appartenga. Tutt'attorno, l'aria è abbastanza rarefatta, ma non al punto da risultare fastidiosa.

Ho trascorso circa un'ora aspettando, accuratamente nascosto, che apparissero uno o più umani. Una piccola sagoma cominciò ad avanzare lentamente, i contorni non furono subito chiari. Ci venimmo incontro, separati fisicamente solo dalla Capsula. Era una bambina, di sette anni circa. Per diversi secondi credetti di aver perso l'uso della parola. Aveva una folta chioma bionda, molto lunga, così bella che mi parve di sentirne l'odore. In quel momento non riuscii a capire chi tra noi due fosse davvero in pericolo, sapevo solo di dovermi preoccupare per lei e non seppi dire altro:

<Maxime, allontanati da qui.>

Maxime."

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