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Una storia di Marylou

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Il bruco e la farfalla

Perché un viaggio può darti la forza di ricominciare

Pubblicato il 21 marzo 2016

La cosa più assurda di tutte quando la tua vita fa una brusca sterzata è che per un istante, uno solo, tu resti allo stesso punto di prima e vedi passare il cambiamento, ti supera e scompare.

Ti lascia nell'incredulità più totale e davanti a te di nuovo una pagina bianca.

Meg presa da tutti questi pensieri aveva lasciato squillare il telefono.

<< Una chiamata persa>>, aveva detto a voce alta, seduta sul divano di casa sua, come se qualcuno potesse risponderle.

Non era niente di importante, di nuovo il suo ex che la cercava per spiegarle, per l'ennesima volta, che “ non è come sembra”.

La casa di Meg era calda e confortevole, o almeno a lei pareva così.

Era il suo rifugio, ci si trovava bene e di certo per quello che le era capitato nell'ultimo periodo sicuramente era meglio che fuori.

Tradita e senza più un lavoro, a Meg sembrava di vivere in uno di quei film strappa lacrime nei quali poi alla fine arriva il principe azzurro e tutto si sistema.

Per quanto la riguardava lei a dire il vero non sperava in nessun principe e non pregava per nessun lieto fine da film.

Era all'inizio di un percorso tortuoso che aveva come meta la conquista della serenità.

Sembra così banale, pensava Meg mentre sorseggiava una tazza di the, il fatto di essere sereni.

Eppure è così importante che forse proprio per questo sfugge a molti.

Fino a quel momento, a rifletterci un po' e a guardarsi indietro, le sembrava di aver avuto una vita serena.

Un lavoro che le piaceva, una famiglia che le voleva bene e una relazione stabile con una persona che amava.

Stava realizzando, proprio in questo istante, che doveva avere un senso in fondo un cambiamento così radicale in così poco tempo.

Forse, agli occhi del destino, lei aveva bisogno di tutto questo caos, di questo dolore.

Ci dimentichiamo sempre, pensava Meg, che ci sono momenti della vita nei quali un po' di sofferenza ci ritempra.

Ogni volta che faceva questa riflessione ne restava scossa, quasi impaurita.

Quel giorno no, aveva solo un gran bisogno di dormire.

Passata circa una settimana lo stare in casa, pensare e fare qualche bilancio sulla sua vita l'aveva portata ad una conclusione.

<< Sai che c'è ? >>, disse Meg tra sé e sé o forse a qualche amico immaginario, quasi quasi parto.

Certo non che questa settimana avesse risolto granché ma un viaggio può essere sempre un punto di partenza.

All'inizio aveva pensato di recarsi dai suoi in Scozia ma sarebbe stato deleterio per il suo umore, avrebbe pianto sulla spalla di sua mamma le lacrime rimaste dagli interminabili pianti notturni di questi giorni passati in casa.

Si era detta più volte che nessuno era morto o gravemente malato.

Che ci sono dolori molto più grandi e che non avrebbe dovuto piangere così.

Era arrivata alla conclusione che il dolore è semplicemente dolore e che a peggiorare le cose c'era nel suo cuore, nella parte più profonda di sé, un sentimento sempre più forte.

Si sentiva delusa, non arrabbiata, delusa.

Si è spesso convinti che essere arrabbiati con qualcuno sia la cosa più brutta del mondo.

In realtà quando qualcuno ci delude o deludiamo noi stessi è tremendamente peggio.

La delusione è il punto di non ritorno della rabbia.

E' il momento in cui metti un muro tra te e chi ti ha deluso e sai che resterà lì per sempre.

No, niente mamma e papà.

Meg aveva deciso la sua meta, la Spagna.

Da Londra in aereo non era poi così lontana.

Si sarebbe dedicata una vacanza, avrebbe dato la possibilità a se stessa di rimettere insieme i pezzi.

Arrivata a Barcellona Meg si era diretta subito in albergo per rigenerarsi dopo il viaggio e decidere come passare la sua prima serata in quell'accogliente città.

Per l'ora di cena Meg era pronta e felice.

Era entusiasta all'idea di dedicarsi una gustosa cena e una lunga passeggiata.

Alla fine aveva scelto un locale di cui aveva letto qualche buona recensione.

Era piccolo ma molto accogliente e il nome, pensava Meg, molto carino.

<< Benvenuta a Palosanto signora, cosa posso portarle?>>

Una voce amichevole aveva interrotto i pensieri di Meg.

Si era appena resa conto che con tutto quel guardarsi intorno non aveva degnato il menù di uno sguardo.

Alla fine aveva fatto decidere a lui cosa portarle e una volta risolto il dilemma cibo la sua testa aveva ripreso a vagare.

Era stata una cena squisita e mentre Meg passeggiava per La Rambla sentiva ancora il sapore e l'odore di quei piatti tipici che l'avevano fatta perdere nel mix di culture che rappresentavano.

Si era innamorata di quei gusti tipici del mediterraneo che le ricordavano il suo viaggio in Italia e si era emozionata nel percepire odori e sapori e spezie che avevano molto del “continente nero” e aveva giurato, godendosi quei gusti così decisi, che un giorno sarebbe andata anche in Africa.

Dopo una lunga passeggiata Meg era tornata in albergo.

Il giorno successivo avrebbe voluto visitare tanti posti caratteristici della città e aveva bisogno di riposare.

L'elettrizzante giornata che la aspettava non l'aveva fatta soffermare sulla sua sofferenza.

Non aveva pianto, aveva dormito di un sonno uguale a quello dei bambini, in pace col mondo.

I tre giorni successivi li aveva passati a visitare musei, cattedrali, strade e parchi.

Aveva visto cose stupende e aveva deciso che i giorni che le restavano avrebbe voluto trascorrerli in un'altra città.

Aveva scelto Valencia, si sarebbe spostata in treno.

Non vedeva l'ora, dopo l'estenuante tragitto in un vagone caldissimo e pieno di gente di sistemarsi in albergo e fare una doccia.

Aveva smesso di pensare in quei giorni.

Stava riuscendo a non arrovellarsi sul perché di tutto quello che le era accaduto e si stava godendo il sole, la Spagna, la paella e tutto il resto.

Si stava prendendo cura di sé e questo, aveva concluso Meg, era sicuramente tempo ben speso.

Anche in questa nuova città avrebbe voluto vedere tantissime cose ma più di tutte voleva recarsi alla Città della Scienza.

A Meg era sempre piaciuto visitare luoghi ricchi di storia o, ancora di più, ricchi di conoscenza e di cose che stimolassero i suoi neuroni.

Si sentiva piena di vita ogni volta che lo faceva.

Come si era solennemente ripromessa, il mattino seguente aveva preso un taxi che l'avrebbe portata alla “ Ciutat de les Arts i le Ciènces” e appena arrivata era già in visibilio al pensiero di tutto ciò che avrebbe potuto ammirare.

A fine giornata aveva avuto il privilegio di provare quella sensazione di serenità che tanto desiderava in quel momento della sua vita e si sentiva meglio, si sentiva ricca di cose che aveva imparato in quella “ città nella città “

e con il cuore pieno di una gioia così grande che le sembrava di essere tornata bambina e di rivedere suo padre e sua madre che la accompagnavano a visitare castelli in giro per la Scozia.

Il giorno successivo sarebbe stato l'ultimo che Meg trascorreva a Valencia e aveva deciso di visitare l'Oceanografic, uno spettacolare e gigantesco acquario con parchi meravigliosi e mille cose da vedere.

Il più grande d'Europa.

La sera aveva scelto un ristorantino al centro di Valencia dove aveva potuto assaggiare la paella a base di carne, totalmente diversa da quella di pesce che aveva mangiato a Barcellona ma comunque ottima.

Dopo una breve passeggiata e una superlativa crema catalana, Meg era tornata in albergo già emozionata per la giornata che la aspettava.

All'Oceanografic tutto è gigante ed entusiasmante o forse appare così ai turisti indaffarati a correre da un'area all'altra per riuscire a vedere tutto.

Su una passerella dalla quale Meg osservava dei pinguini tuffarsi e rituffarsi nell'acqua, cosa che tra l'altro la faceva sorridere, i suoi pensieri erano stati interrotti da una signora che le chiedeva cortesemente di aiutarla a farsi posto per poter far vedere i pinguini a suo marito che era in carrozzina.

Carl, così si chiamava quell'uomo americano, si era messo a chiacchierare con Meg, a fare un po' di conversazione.

Tra una considerazione e l'altra avevano fatto qualche passo insieme e visto altri animali.

A Meg era venuto spontaneo raccontare brevemente cosa l'aveva portata lì e si era stupita di aver incuriosito e colpito quell'anziana coppia con le sue vicissitudini che, viste le condizioni di Carl, a lei erano cominciate a sembrare così frivole.

Dopo un paio d'ore in compagnia di quei due simpatici americani Meg li aveva salutati per proseguire il suo giro ma Carl l'aveva trattenuta per un altro istante e le aveva regalato un libro.

Meg lo aveva messo in borsa e aveva lasciato i due a godersi le foche.

La giornata appena finita era stata stancante e di ritorno in albergo Meg aveva fatto perdere i suoi occhi tra le luci della città e aveva dato libero sfogo a pensieri che ora, mentre scendeva dal taxi, neanche ricordava.

La aspettava una veloce cena in albergo e un sonno ristoratore.

La mattina successiva avrebbe dovuto recarsi presto all'aereoporto.

Seduta sul posto che le era stato assegnato ed in volo da poco, a Meg erano tornate alla mente alcune immagini della giornata precedente e a ripensare ai due americani si era d'improvviso ricordata del libro.

Lo aveva tirato fuori dalla borsa e prestato attenzione per la prima volta.

Era una sorta di biografia su Richard Bach.

Lo aveva aperto e sulla prima pagina aveva trovato una frase di Bach :

“ Quella che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla” .

Meg sorrise, la sua vita ora era una pagina bianca e poteva, anzi no, doveva ricominciare da lì.

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