scrivi

Una storia di Intertwine

Questa storia è presente in 2 magazine

Guarda tutti

Come scrivere un buon dialogo

Esempi e riflessioni nello spazio fra il detto e il non detto

697 visualizzazioni

Pubblicato il 17 maggio 2018 in Tutorial e How to

Tags: dialoghi romanzo comescrivere francescamanfredi giuliomozzi

0

Avete mai provato a registrare un dialogo fra due amici o due familiari? Avete mai provato a riportarlo tale e quale in una delle vostre storie? Se lo avete fatto, vi sarete accorti che il dialogo scritto non funziona come quello parlato. Anzi, a dirla tutta, perché un dialogo scritto funzioni e risulti verosimile, bisogna che sia studiato e costruito nei minimi dettagli. In sostanza, il dialogo appare come una strana creatura letteraria: il luogo narrativo del paradosso, dove la spontaneità risulta per effetto del suo contrario

Senza spaventarci troppo, addentriamoci in questo luogo! Scopriamone le funzioni. Esaminiamo una serie di dialoghi particolarmente riusciti per capire perché sono tali. Ma non fermiamoci qui. Il nostro intento, infatti, è quello di affrontare la questione-dialogo da un punto di vista inconsueto: oltre a prendere in considerazione quello che i personaggi si dicono, ci soffermeremo sul non detto, ovvero su ciò che, pur restando fuori dallo scambio esplicito di battute, rappresenta una delle cifre di un buon dialogo scritto nella forma di sottotesto. Iniziamo!

5 Funzioni del dialogo

Dare respiro al testo.

Potrà sembrare banale ma non lo è affatto: i muri di parole rischiano di appesantire la nostra storia e di rendere faticosa la lettura. Largo al dialogo, quindi, per dare slancio al racconto e per far evolvere velocemente alcune delle sue situazioni narrative.

Passare informazioni.

Di sicuro, lo scambio di battute fra personaggi ha un ruolo informativo ma attenzione, queste informazioni dovranno essere funzionali non solo al tipo di personaggio che ne sarà portavoce ma anche e soprattutto allo sviluppo della vicenda narrata. Un passaggio di informazioni fine a se stesso, infatti, rischia di sortire un effetto banalizzante e del tutto innaturale di certe telenovelas...

Caratterizzare il personaggio.

Ogni personaggio ha il suo punto di vista, il suo sguardo, le sue caratteristiche dettate da età, sesso, contesto storico, sociale, culturale. Quando andrà ad aprire bocca all’interno di un racconto o di un romanzo, le sue parole dovranno risultare coerenti con tutto ciò che è e contribuire a renderlo ancor più riconoscibile. Detto altrimenti, la sua voce dovrà essere solo e soltanto sua, non quella di un un altro personaggio né quella dell’autore.

Far emergere i rapporti fra i personaggi.

Legami d’amicizia o d’amore. Rapporti di forza. Fragili equilibri lavorativi o familiari. Compromessi. Segreti. Trattative. Tutto può svelarsi nel dialogo. Anzi, per il fatto di esplicarsi nel discorso diretto, il dialogo è terreno fertile per portare allo scoperto le dinamiche e i giochi di potere che intercorrono fra le diverse figure coinvolte nelle nostre storie.

Esplicitare il conflitto.

Centro nevralgico di ogni narrazione che si rispetti, il conflitto rappresenta la straordinaria possibilità di raccontare L’arco di trasformazione del personaggio. Per usare le parole dell'autrice dell'opera omonima, Dara Marks, i “pezzi del nostro vecchio essere raramente ce li lasciamo dietro le spalle senza lotta, ed è esattamente questa la natura del conflitto interiore che viene raccontato in continuazione nelle nostre storie”. Il dialogo, può contribuire a renderlo esplicito nel confronto tra personaggi.

Creazione di Valeria Coppola.
Creazione di Valeria Coppola.

Tra iceberg e piscine gonfiabili: esempi di dialoghi riusciti

Diceva Ernest Hemingway:

“quando scrivo cerco sem­pre di seguire il prin­cipio dell’iceberg: i sette ottavi di ogni parte visi­bile sono sott’acqua. Tutto quello che conosco lo posso eli­mi­nare, tenere som­merso, così il mio ice­berg sarà più solido. Diven­terà la parte nasco­sta. Se però lo scrit­tore omette qual­cosa pro­prio per­ché non la cono­sce, allora si noterà un grande buco nella sto­ria. Il vec­chio e il mare avrebbe potuto essere lungo più di mille pagine, avrei potuto svilup­pare la sto­ria degli abi­tanti del vil­lag­gio, come si gua­da­gnano il pane, come sono nati, se hanno stu­diato, avuto figli ecc. ma [...] mi sono sfor­zato di eli­mi­nare il super­fluo e tra­smet­tere un’esperienza che il let­tore potesse per­ce­pire come pro­pria, al punto da cre­dere che sia dav­vero acca­duta. È un’operazione dif­fi­ci­lis­sima, alla quale ho lavo­rato molto”.

Questo minuzioso e infaticabile esercizio di pulizia del testo finalizzato a liberarlo di ogni inutile orpello, trapela anche dai racconti del grande Hemingway e da alcuni dei suoi dialoghi-icona. Prendiamo Gatto sotto la pioggia, per esempio. In questo racconto, di per sé, l’azione è ridotta all’osso: una ragazza americana, in un giorno di pioggia, esce dalla sua sua stanza d’albergo per cercare il gatto bagnato che ha intravisto dalla finestra. Senza trovarlo, rientra e ha uno scambio col marito George:

“Lo desideravo tanto” disse. “Non so perché lo desideravo tanto. Volevo quel povero micino. Non è affatto divertente essere un povero micino fuori sotto la pioggia.”

George si era rimesso a leggere.

Lei andò a sedersi davanti allo specchio della toeletta e si guardò con lo specchio da viaggio. Studiò il suo profilo [...].

“Non credi che sarebbe una buona idea se mi lasciassi crescere i capelli?” Chiese, guardando nuovamente il suo profilo.

George alzò gli occhi e vide la sua nuca, coi capelli corti come quelli di un ragazzo.

“A me piacciono così come sono”.

“Sono stufa” disse lei. “Sono stufa di sembrare un ragazzo”.

George, sul letto, cambiò posizione. Non aveva distolto lo sguardo da sua moglie da quando lei si era messa a parlare.

“Sei maledettamente bella”.

Lei depose lo specchio sulla toelettatura e andò alla finestra e guardò fuori. Stava facendo di buio.

“Voglio pettinarmi i capelli all’indietro, lisci e ben tirati, e farmi sulla nuca un bel nodo grosso e pesante” disse lei. “Voglio avere un gatto da tenere sulle ginocchia, e che faccia le fusa quando lo accarezzo.”

Frasi scarne. Essenziali. Eppure quanta tensione trapela in poche battute! C’è ben altro in ballo che un povero micio rimasto sotto la pioggia e lo si intuisce proprio dal non-detto dei due personaggi. C’è una difficoltà di comunicazione, una distanza, una diffidenza strisciante, un senso di claustrofobia… E se ancora non lo si fosse intuito, poco dopo la ragazza ribadisce: “Se non posso avere i capelli lunghi o se non posso divertirmi, posso almeno avere un gatto.”

Da un grande narratore americano, a un grande narratore italiano: Beppe Fenoglio. Vediamo come, nel romanzo Una questione privata, il protagonista Milton rievoca uno scambio avuto con l’amata Fulvia:

Era successo proprio all’altezza dell’ultimo ciliegio: lei aveva attraversato il vialetto ed era entrata nel prato oltre i ciliegi. [...] Ma come lui accennò ad entrare nel prato gridò di no. “Resta dove sei. Appoggiati al tronco del ciliegio. Così.” Poi, guardando il sole, disse: “Sei brutto”. Milton assentì con gli occhi e lei riprese: “Hai occhi stupendi, la bocca bella, una bellissima mano, ma complessivamente sei brutto”. Girò impercettibilmente la testa verso di lui e disse: “Ma non sei poi così brutto. Come fanno a dire che sei brutto? Lo dicono senza… senza riflettere”.
Beppe Fenoglio - Una questione privata
Beppe Fenoglio - Una questione privata

Quattro frasi che circoscrivono una sorta di spazio-bolla, che incuriosiscono, raccontano un rapporto di singolare intimità fra i due protagonisti di contro ad “altri” incapaci di riflettere. Il sottotesto, qui, verte sulla contrapposizione fra gli aggettivi brutto/bello e sullo scarto logico-deduttivo tra una battuta e l’altra, una imprevedibilità che ci spiazza ma che ci tiene incollati alla pagina. Singolare è anche il fatto che Milton interagisca con Fulvia attraverso un unico gesto di assenso, uno sguardo capace di rafforzare l’idea che ci siamo fatti della confidenza esistente fra i due.

Torniamo in America con il romanzo d’esordio di un altro grande maestro: Goodbye, Columbus di Philip Roth. I protagonisti sono Neil Klungman e Brenda Patimkin, due ragazzi di differente estrazione sociale che si innamorano durante una vacanza estiva. Un pomeriggio, lei invita lui nella villa di famiglia. Le ore trascorrono in piscina, tra tentativi di approccio che Roth esprime in questa maniera magistrale: “montavamo la nostra inesperienza in una spuma che somigliava all’amore, e non avevamo il coraggio di giocarci troppo a lungo, di parlare troppo, per timore che si afflosciasse e finisse in niente. Così facevamo la spola tra le sedie e l’acqua della piscina, tra le chiacchiere e il silenzio”. Poco dopo, Brenda invita Neil a fermarsi per cena insieme ai suoi genitori, sua sorella Julie e suo fratello Ron. La cameriera Carlota serve il pasto al tavolo della sala da pranzo. Ed eccola, la cena, resa in un meraviglioso, nonché tragicomico, dialogo fra sordi.

A RON: Quando telefona Harriet?

RON: Alle cinque.

JULIE: Sono già passate, le cinque.

RON: L’ora che c’è da loro.

JULIE: Com’è che a Milwaukee è più presto? Metti che prendi un aereo e vai avanti e indietro tutto il giorno. Non invecchieresti mai.

BRENDA: È vero, tesoro.

SIGNORA P.: Perché dai delle informazioni sbagliate alla bambina? È per questo che va a scuola?

BRENDA: Non so perché va a scuola.

SIGNORA P. (affettuosamente): La mia studentessa universitaria.

RON: Dov’è Carlota? Carlota!

SIGNORA P.: Carlota, danne ancora un po’ a Roland.

CARLOTA (gridando): Ancora un po’ di cosa?

RON: Di tutto.

SIGNORA P.: Anche a me.

SIGNORA P.: Dovranno rullarti sul campo da golf.

SIGNOR P. (tirandosi su la camicia e dandosi una manata sulla pancia nera e tonda): Che stai dicendo? Guarda qui!

RON (tirandosi su la maglietta): Guarda qui.

BRENDA (a me): Ti spiacerebbe scoprire la pancia?

IO (sempre il bambino che canta nel coro): Sì.

SIGNORA P.: Bravo, Neil.

IO: Sì. Grazie.

CARLOTA (sopra la mia spalla come uno spirito non evocato): Ne vuole ancora, lei?

IO: No.

SIGNOR P.: Mangia come un uccello.

JULIE: Certi uccelli mangiano moltissimo.

BRENDA: Quali?

SIGNORA P.: Non parliamo di animali, a tavola. Branda, perché la incoraggi?

RON: Dov’è Carlota? Devo giocare stasera.

SIGNOR P.: Non dimenticare di bendarti il polso.

SIGNORA P.: Tu dove abiti, Bill?

BRENDA: Neil.

SIGNORA P.: Non ho detto Neil?

JULIE: Hai detto “Tu dove abiti, Bill?”

SIGNORA P.: Si vede che stavo pensando ad altro.

RON: Detesto le fasciature. Come faccio a giocare col polso fasciato, maledizione?

JULIE: Non imprecare.

SIGNORA P.: Giusto.

SIGNOR P.: Qual è la media di battute di Mantle?

JULIE: Trecentoventotto.

RON: Trecentoventicinque.

JULIE: Otto!

RON: Cinque, scema! Ne ha fatte tre su quattro nella seconda partita.

JULIE: Quattro su quattro.

RON: È stato un errore, doveva essere assegnata a Minoso.

JULIE: A me non sembrava.

BRENDA (a me): Vedi?

SIGNORA P.: Vedi cosa?

BRENDA: Stavo parlando con Bill.

JULIE: Neil.

SIGNOR P.: Taci e mangia.

SIGNORA P.: Meno chiacchiere, signorina.

JULIE: Non ho detto niente, io.

BRENDA: Stava parlando con te, carina.

SIGNOR P.: Un po’ di rispetto. È così che tratti tua madre? Cosa c’è per dessert?

Immaginiamo di estrapolare questo dialogo dal contesto del romanzo e leggerlo senza sapere nulla della storia. Funzionerebbe ugualmente e sarebbe in grado di farci capire dove siamo, chi sono i personaggi, che età hanno, il grado di parentela che li lega, lo status sociale della famiglia Patimkin, la patina di perbenismo poggiata su un atteggiamento snob e da una grettezza di fondo. Ma non è tutto: capiremmo anche che la scena è raccontata dal punto di vista dell’unico estraneo al nucleo familiare dei Patikim, l’invitato che si sente a disagio ma che è anche messo a disagio dal resto dei commensali e, per giunta, quasi del tutto ignorato .

La dinamica del fraintendimento, che sorregge l’intelaiatura di tutto il dialogo, contribuisce a descrivere una porzione di mondo dal punto di vista di Neil attraverso la tecnica dello Show, don’t tell. Ma lo sguardo del personaggio è anche quello dello stesso Roth, sempre pronto a mostrare le contraddizioni della società americana.

Da una piscina della provincia americana a una piscina gonfiabile di una qualsiasi periferia urbana d’Italia. Siamo all’interno della raccolta Un buon posto dove stare di Francesca Manfredi (La nave di Teseo Editore), vincitrice del Premio Campiello Opera Prima 2017.

Qui il nucleo tematico della casa viene affrontato in undici storie capaci di indagare la duplicità di un luogo che può rivelarsi sinonimo di protezione, ma anche terreno di fuga, spazio di incomprensioni e di non-detti. Nella prima di queste storie, intitolata Cloro, Lidia e Alberto si sono appena trasferiti in casa nuova con le figlie di nove e tre anni. Lidia ha promesso loro una piscina gonfiabile ma il marito è contrario, guarda la tv e pensa all’acquisto di un barbecue.

“Potremmo provarlo il prossimo fine settimana. Fare una grigliata.”

“Perché no?” aveva borbottato Alberto.

“Potremmo comprare una di quelle piscine gonfiabili. Per le bambine, intendo, A loro piacerebbe. Fa già così caldo.”

Alberto aveva aggrottato la fronte di nuovo. “Vediamo,” aveva detto, senza spostare lo sguardo dallo schermo.

Il giorno dopo, mentre erano nel negozio di articoli per il giardino, Lidia era tornata sull’argomento.

“Non se ne parla,” aveva detto alberto. “Già è piccolo, ci manca solo la piscina.” Aveva riabbassato il coperchio del barbecue che aveva davanti, facendo un po’ troppo rumore.

“Le bambine devono imparare ad accontentarsi,” aveva aggiunto, guardandola fisso negli occhi. “È una cosa che prima impari, meglio è.”

Francesca Manfredi
Francesca Manfredi

Prima casa. Primo dialogo. Primo luogo d’incomprensione: lui fa opposizione, lei cerca di seguirlo in un desiderio, lui continua a opporsi e l’ultima parola deve essere la sua. Nel non detto, emergono desideri e bisogni contrastanti rafforzati dal silenzio che subentra durante il viaggio in macchina, quando a Lidia sembra di sentire l’odore della carbonella uscire dal sacco sul sedile posteriore e ha la nausea. Abbassa il finestrino e resta così, “respirando l’aria che le correva sul viso, fino a casa”.

Arriva il momento dell’inaugurazione del barbecue. Domenica. Pranzo. Caldo. Grigliata. Sonnolenza. Le bambine giocano in giardino. Un uomo tarchiato sulla cinquantina si avvicina e inizia a parlare con loro da oltre la siepe. Muove la bocca in modo strano, come se alcune parole fossero troppo grandi per lui. Quando Lidia lo raggiunge, si accorge che ha l’espressione “di un bambino che viene rimproverato, ma che non riesce a comprenderne il motivo”. È Giorgio, fratello ritardato di Anna che, per farsi perdonare il disturbo, invita i nuovi vicini a bere qualcosa da lei, nella palazzina a fianco. Ed ecco comparire l’oggetto del desiderio delle bambine: un cerchio di plastica azzurra e gialla nel mezzo del giardino della vicina. Dentro, tre bambini, tutti maschi, giocano nell’acqua. La piccola Alice li raggiunge subito, mentre tra Lidia e Anna si apre lo spazio della confidenza. Nel loro dialogo la piscina, e un elemento fortemente simbolico come l’acqua, diventano specchio di vissuti e di nuove consapevolezze. Poi arriva Giorgio.

“Quando avevo dieci anni”, disse Anna, “mio padre si era messo in testa di allenarmi per le immersioni in apnea. Mi portava ogni giorno alla piscina comunale.” [...] “All’inizio, per renderlo più divertente, faceva cadere qualche oggetto sul fondo - gli occhialini, dei piccoli giocattoli che portava da casa - ricoprendo l’intera corsia della vasca da venticinqua. Io prendevo una bella boccata d’aria e mi tuffavo a prenderli. Nuotavo a pochi centimetri dal fondo, più veloce che potevo, e non risalivo finché non li avevo racconti tutti. Mi piaceva. Mi immaginavo un mondo sommerso, pieno di tesori, che solo io sarei stata in grado di trovare.” [...] “Quando ha deciso che ero pronta,” continuò, “mi ha portata al mare. Ero così emozionata che la sera prima non sono riuscita a dormire. Sono stata capace di arrivare solo a tre metri. In mare non era come in piscina. L’acqua era gelida, e man mano che scendevo si faceva sempre più buio, e sentivo le orecchie scoppiare dalla pressione. Era una cosa a cui non ero preparata”.
Lidia la osservava, immobile. “Non so perché te l’ho raccontato”, rise Anna. Solo in quel momento si accorsero che Giorgio era dietro di loro. [...] “Adora l’acqua ma ha paura di entrarci,” disse Anna. “Dev’essere di famiglia.” “Per me invece è il contrario,” disse Lidia. Strinse le braccia all’altezza del ventre, tenendosi i gomiti con le mani. “Nuoto da quando ero piccola. È diventato qualcosa di automatico ormai. Mi manca se non vado, ma quando sono lì capisco di non provare più la stessa sensazione che provavo una volta. Faccio le mie vasche e basta, senza pensarci troppo. A volte mi dà fastidio anche l’odore del cloro. Un tempo lo trovavo piacevole.” [...] “E tu che dici?” chiese Lidia, per rompere il ghiaccio. “A te piace l’odore del cloro?”
Giorgio continuava a osservare la piscina, la testa leggermente reclinata da un lato. “Il cloro fa male alla pelle,” disse d’un tratto. “Ma alla tua no. La tua è immune.” Lidia ebbe un brivido. Voltò lo sguardo e si mise a osservare i bambini. [...]
“Sono così belli, vero?” disse lui. “Vedono solo quello che vogliono vedere. O quello che vuoi fargli vedere. Se gli sta bene, non fanno domande.”

Per tutto il racconto si resta in attesa che succeda qualcosa: nella calura estiva, tutto sembra sospeso. Eppure la tensione si avverte, e le poche parole pronunciate da Giorgio non fanno che acuire questa sensazione con un tratto d’inquietudine. Cosa accadrà poi? Non lo sveliamo, ma vi esortiamo a leggere il finale di questo e di altri dieci bellissimi racconti, opera di una scrittrice emergente ma già così capace di esprimere una dimensione narrativa ambivalente facendo leva proprio su ciò che i personaggi non dicono.

Giulio Mozzi
Giulio Mozzi

Fatti, non solo parole!

Ammettiamolo: scrivere dei buoni dialoghi rappresenta una delle fasi più impegnative del processo di storytelling e di cose da dire al riguardo, ce ne sarebbero ancora molte… Ne aggiungiamo una estrapolata dal blog di Giulio Mozzi che, nella sua lista di suggerimenti utili, si sofferma su che tipi di fatti avvengono nei dialoghi. Di che fatti si tratta? Lui ha risposto così:

Principalmente, avviene questo: che la relazione tra i personaggi (che partecipano al dialogo) viene modificata. Faccio, per spiegarmi, degli esempi immaginari:

– “Ah, dimenticavo”, disse la madre alla figlia. “È un pezzo che volevo dirtelo. Tu non sei figlia di tuo padre. Ebbi un’avventura alle Terme di Chianciano, tanti anni fa”.

– “Passami il vino”, disse Bepi. “No”, rispose Toni, “hai già bevuto troppo”.

– “Ti amo, Rosita”, disse Juan. “Io no”, disse Rosita sorridendo.

– “Avrò quella monetina”, disse Amelia, “qualunque cosa tu faccia per proteggerla”. “Vedi tu”, disse zio Paperone. “Comunque guarda che quella nella teca è una copia”.

Eccetera. Naturalmente noi sappiamo che la monetina nella teca è quella vera, e che zio Paperone dice quel che dice solo per ingannare Amelia (che è una strega, sì, ma non è particolarmente sveglia). Che qualcosa si modifichi nei rapporti tra i personaggi è evidente – mi pare – negli esempi primo e terzo; forse un po’ meno nel secondo. Cosa avviene tra Toni e Bepi? Avviene che Toni si prende una responsabilità nei confronti di Bepi.

Se volete un esempio più strutturato, andate a leggervi la prima metà del capitolo XXXIII dei Promessi sposi. Dove Rodrigo si scopre malato di peste, e nel corso del dialogo tra lui e il Griso cambia tutto (saltate pure il racconto del sogno di Rodrigo, che è una concessione al gusto del tempo – ed è brutto).

Ci sono domande?

Questo post molto lungo, ma che speriamo abbiate trovato interessante, è nato dalla collaborazione tra Martha Barthalini, Valeria Coppola e Luigi Maiello.

E ora? Dialogo interrotto? Nooooo... Abbiamo voglia di saperne ancora di più! E voi?

Se avete voglia di continuare ad approfondire la questione, fate la vostra domanda sul dialogo nei commenti al post o sui nostri social. A rispondere sarà Francesca Manfredi, vincitrice dell’ultima edizione del Campiello Opera Prima.

Nessuno ha ancora commentato, sii tu il primo!

Ottimo! Visita la libreria per gestire i tuoi magazine

×
!
La tua sessione è scaduta! Effettua di nuovo il login e spunta Ricordati di me per rimanere sempre connesso e non perdere i tuoi progressi!
Ottimo!

Controlla la tua email per reimpostare la tua password!

×