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Una storia di AnnalisaDolgetto

Le luci di Roma

Cronache di un amore sognato a metà

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Pubblicato il 26 maggio 2018 in Storie d’amore

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Avrei voluto non essere così stanco quel giorno a Roma.

Dicembre aveva starnutito per il primo freddo giunto in Italia che, però, mi era sembrato poca cosa rispetto al clima assai più rigido dell’Inghilterra, lo stesso che sentivo fin dentro le ossa e il cuore.

Con la mia solita espressione accigliata e il mio modo di fare, freddo e distaccato, credo di aver smorzato il tuo adorabile entusiasmo e, in un certo senso, di aver fatto l’ennesimo torto a me stesso boicottando, seppur con scarso successo, una delle giornate più incredibili di tutta la mia vita.

Sono quasi sempre in ritardo quando si tratta della felicità. La manco per un pelo o, peggio, resto a guardarla mentre mi scivola tra le mani. Ho una presa pessima. Quello che per me significa stringere per gli altri è a mala pena sfiorare. Da piccolo era l’unico a non giocare mai in porta perché quando la palla mi arrivava addosso istintivamente mi scansavo. Non era la forza con cui veniva calciato il pallone di cuoio a farmi paura e nemmeno l’imprevedibilità dell’azione che ero costretto a seguire attentamente. Semplicemente sapevo che l’avrei fatta cadere, che le mie mani mi avrebbero tradito come al solito, che non sarei stato all’altezza di difendere il risultato dei miei compagni. Ed è per questo che me ne tiravo fuori.

Quel giorno, però, nemmeno il mio brutto carattere riuscì a mandare tutto all’aria e avere le mani e il cuore di pasta frolla non sembrava poi chissà quale tragedia.

Dopotutto c’eri tu a stringermi forte e in cuor mio sapevo che non mi avresti fatto cadere.

Forse ti avrò dato qualche pensiero in più da nascondere dietro al tuo sorriso ma continuavi ad essere bellissima nel tuo cappotto grigio, lo stesso dentro al quale cercavi invano di sprofondare per l’imbarazzo di riavermi di nuovo lì, ad un passo da te. Quell’imbarazzo che ti colorava le guance di un rosa acceso facendoti sembrare una bambina alle prese con la prima cotta. Tu, però, eri una giovane donna che aveva capito più cose di quante io stesso sarei stato in grado di capire in tutta la mia vita. Eri un passo avanti a me. Forse dieci. E forse non soltanto avanti a me.

Avevo tenuto fede alla mia promessa ed ero felice di averlo fatto.

Se non fossi tornato da te non ci sarebbero state le nostre prime volte, quelle che, per uno strano scherzo del destino, hanno coinciso anche con le ultime. Beh, allora mi correggo: se non fossi tornato da te non ci sarebbero state le nostre incredibili uniche volte. Chissà, forse è questo il motivo per cui le ricordo come le più belle di tutta la mia vita. Hanno avuto la bellezza dell’inizio e l’eternità della fine. E’ così che funziona: si inizia una sola volta, esiste un unico primo passo ma la fine sa durare per sempre, è fatta di milioni di piccoli passi, quasi tutti all’indietro, che ti fanno ritrovare in ogni caso al punto di partenza. La fine riecheggia anche quando sei preso a cominciare qualcosa di nuovo. Tu cominci quello che ti pare ma non è detto che la fine abbia finito con te.

Prendi me ad esempio: ho iniziato tante cose da quando non ci sei ma la fine, la nostra fine, mi fa ancora desiderare di tenere gli occhi chiusi. Non per dormire. Non per sognare. Nemmeno per smettere di vedere, semmai è il contrario. Tengo gli occhi chiusi perché soltanto così posso vederti. Si può essere più patetici e contorti di così?

Camminammo per le vie di Roma tenendoci per mano. Tu parlavi poco ed io non potevo pretendere nulla da te in termini di conversazione visto quanto poco riuscissi a contribuire. Parlavi poco ma, in compenso, guardavi tanto. Descrivevi con gli occhi mille traiettorie, alcune delle quali includevano anche me facendomi sentire un uomo fortunato. Costellazioni di pensieri, annotazioni mentali, associazioni di idee: avrei dato tutto ciò che avevo per entrare nella tua testa ma anche solo tenerti per mano aveva il suo perché.

Continuavo a sbadigliare. Mi maledii decine di volte per questo. Ero stanco per la corsa fatta per arrivare in aeroporto a bordo di un taxi che avevo diviso con un collega. Non è stata una delle mie idee migliori visto che non la smetteva un attimo di parlare e che io, con poche ore di sonno sulle spalle, ho una tolleranza più bassa del solito nei confronti del genere umano. Volevo godermi quel tratto di strada a pensare a te e a te soltanto ma lui continuava a trascinarmi in discorsi di cui non mi importava praticamente nulla ma che semplicemente andavano fatti per colmare vuoti. Come se starsene zitti senza dire la prima cavolata che ci passa per la testa fosse qualcosa di inaccettabile. Beh, forse lo è dal punto di vista sociale. Se ti vuoi integrare devi parlare, altrimenti passi automaticamente per uno strano che si isola… E io, forse, sono proprio questo: un’isola deserta di cui poche persone conoscono l’esistenza. Un’isola senza nome che non risulta su nessuna cartina. Un’isola piccola e silenziosa, con molto poco da offrire, sulla quale, però, avrei voluto venissi tu ad abitare.

Beh, non ci sei venuta alla fine. A furia di starmene in silenzio ho fatto in modo che tu, a poco a poco, perdessi le mie tracce e che quell’isola somigliasse a qualcosa che avevi soltanto immaginato nella tua testa. Senza volerlo sono diventato la tua “isola che non c’è”.

“Lasciami le stelle

Almeno so con chi parlare

A chi rivolgermi stanotte

Perché tu non puoi restare

Volevo darti un aereo di carta

Da lanciare nell'aria

Ho scritto lì tutti i miei sogni per vederli andare via”

Quel giorno a Roma, però, non aveva in bocca il sapore della fine ma soltanto quello dei tuoi baci. Non parevano esistere isole troppo lontane per essere raggiunte né tanto meno stelle mute con le quali dover fare conversazione. Per quanto mi trascinassi da un monumento e l’altro con il mio irritante muso lungo saperti lì accanto a me, a respirare la mia stessa aria, ad avere sul polso la stessa ora, a sognare sotto lo stesso cielo mi riempiva. Non sapevo come dirtelo, forse neanche volevo che tu lo sapessi. E così ho custodito gelosamente quella sensazione di pace ritrovata nonostante ormai fosse abbastanza chiaro che stessimo giocando con il fuoco. Ci saremmo bruciati. Io, almeno, stavo già andando a fuoco. Ma cosa sarebbe successo se a scottarti fossi stata anche tu? Ebbi paura della risposta e provai a stringere più forte la tua mano, come se quel semplice contatto potesse davvero metterci a riparo dalle fiamme che sembravano avere tutta l’intenzione di ridurci in cenere. Inutile dire che non bastò ma, dal modo in cui mi sorridesti, capii che almeno la mia presa era davvero migliorata.

“Ti ho chiamata a bassa voce ma tu non mi rispondi

Fra tutti i cuori in giro dimmi in quale ti nascondi”

A Roma ti dissi che mi ero innamorato di te. D’accordo, eravamo in autostrada già in viaggio di ritorno verso Napoli e non te l’ho proprio detto, non a parole almeno. La cosa, però, non avrebbe dovuto sorprenderti più di tanto. Ti dedicai una canzone, quella che adesso mi sembra così stupida al ricordo della tua faccia un po’ divertita, un po’ perplessa ma sempre così pulita. Non era il tuo genere ma le parole mi erano sembrate perfette e, col senno di poi, lo sarebbero state anche per te. Non te l’ho neanche detto che quella era una dedica, speravo che si capisse, speravo che tu, più di ogni altra persona al mondo, avresti capito. L’ascoltasti con attenzione alla ricerca di qualcosa che confermasse i tuoi più che legittimi sospetti. Un bellissimo sorriso squarciò improvvisamente l’espressione seria che avevi. Avevi capito. Ne ero certo. Tu, però, certe cose avevi il bisogno di sentirtele dire così come io avevo il dovere di dirtele ogni tanto.

-E’ una dedica?

-Uhm… Si… E’ una dedica…

-Non è il mio genere ma mi piace quello che dice… Quindi sei innamorato?

-Non mi distrarre! Non vedi che sto guidando?

Ridemmo di gusto. La tua risata mi risuona nella testa come se fosse ieri. Avrei voluto fare meglio di così. Avrei voluto impacchettare meglio i miei sentimenti ma non sono bravo in questo genere di cose. Finisco col perdermi in un bicchiere d’acqua nella grottesca speranza di ritrovarmi in un boccale di birra. Sì, perché con un po’ di alcol in circolo miglioro, sembro un po’ meno disadattato del solito. Io, però, quella mattina dovevo guidare quindi l’idea di bere per sciogliersi un minimo era da scartare in partenza. Io guidavo e tu mi eri seduta di fianco, un po’ stropicciata per la notte che avevamo trascorso abbracciati così, senza far niente. Non eri riuscita a dormire e la cosa mi era dispiaciuta molto. Forse il letto era scomodo. Forse avevamo esagerato col peperoncino a cena. Forse non eri più abituata a dormire tra le braccia di qualcuno, a lasciarti andare. Forse avevi paura di essere felice. Forse semplicemente non ti fidavi di me. Forse, e sottolineo forse, non avevi tutti i torti. Continuavo a guidare con i pensieri che sfrecciavano ad alta velocità. Tu guardavi la strada e soltanto di rado fuori dal finestrino, come se tutto ciò che ti interessasse vedere fosse avanti e non ai lati dell’auto che avevo scelto per l’occasione. La nostra ultima occasione. Tu guardavi la strada, la stessa che avrei voluto percorrere a ritroso pur di avere altro tempo da trascorrere insieme a te. Io ero alla guida ma tu certamente non eri il solito passeggero. Cercavi di aiutarmi con le indicazioni, cambiavi la musica, cantavi divertita senza sbagliare nemmeno una nota e, soprattutto tenevi viva la conversazione, cosa assai difficile con uno come me a cui le parole devi tirargliele di bocca con le tenaglie. Tu, invece, per spingermi a parlare avevi una tattica tutta tua, un po’ inedita per me visto che nessuno ci aveva mai pensato prima. Eri stata tu a brevettarla. Ormai portava il tuo nome. Mi prendevi in giro. Non con cattiveria, una persona sensibile come te non ne sarebbe mai stata capace. Sceglievi dei punti in cui, secondo te, avrei sofferto di più il solletico, cose di me stesso di cui ero il primo a riderne di gusto e ci giocavi anche tu. Mi percepivi trattenuto probabilmente, un po’ lo ero ma non con te, lo ero con la vita, lo ero da sempre e, tu guarda a volte come può essere triste un’abitudine, nemmeno ci facevo più caso. Con il freno a mano tirato ho lasciato che i miei rapporti negli anni non decollassero mai. Tu, però, per un tratto di strada, il più importante, il più bello, mi hai spinto a proseguire a piedi. Con te. Ho ricominciato a camminare senza nemmeno accorgermene. Forse perché per quanti passi facessi gli unici piedi in grado di muoversi e macinare enormi distanze erano i tuoi.

“Volevo dirti che ho sognato

Di avere molto più tempo

Per capire fino in fondo

La parola accanto

Ti ho cercata in ogni volto

In questo mi confondi

Fra tutti i cuori in giro dimmi in quale ti nascondi”

Non ero più tornato a Roma da quel giorno. Avrei potuto farlo tante volte ma mi è sempre mancato il coraggio. Sapevo che sarei stato invaso da una miriade di sensazioni contrastanti. Sapevo che tornarci senza di te non sarebbe stata la stessa cosa. Così ho rimandato la resa dei conti. In sostanza sono scappato il più lontano possibile forte del fatto che mettere tra noi tempo e chilometri fosse la cosa più giusta oltre che l’unica possibile. Me ne sono andato dall’altra parte del mondo ma qualcosa deve essere andato storto visto che, a un certo punto, il desiderio di tornare, nonostante il dolore che avrei provato nel farlo, è stato più forte. Ho ripercorso le tappe del nostro giro. Lo so, un po’ morboso da parte mia ma, che vuoi farci, mi sono lasciato sedurre dalla nostalgia anche stavolta. Come da copione, sono stato al Colosseo e l’ho fotografato da mille angolazioni diverse recitando la parte del turista capitato quasi per caso davanti ad una così maestosa traccia della storia. Peccato che io fotografassi nella vana speranza che i nuovi scatti si sovrapponessero a quelli che facemmo insieme restituendomi la mia vita da girovago sentimentale. E’ stata poi la volta dell’Altare della Patria. Mi sono fermato a guardarlo da lontano in maniera solenne ripassando quello che ci siamo detti lì davanti.

-Non mi sembra vero che siamo insieme a Roma!-

-Roba da non crederci!-

-Promettimi che non ci porterai nessun’altra d’ora in poi.-

-Ci torneremo insieme.-

-Sì, certo… Tu, però, promettilo!-

-Ma si può sapere perché?-

-Voglio che ci sia un posto che sia solo per noi due.-

-Te lo prometto.

Non presi sul serio quella promessa che mi strappasti in maniera tenera e irrazionale ma ricordo, come se fossi ieri, il desiderio incontrollabile di baciarti. Mi sporsi lievemente verso di te lasciando che fossi tu a percorrere l’ulteriore distanza che separava le mie labbra dalle tue. Un bacio suggellò uno dei momenti più dolci di quella giornata. Ironia della sorte ci baciammo proprio di fronte all’altare più grande che due sposi potessero immaginare per il giorno delle loro nozze. Mi piace pensare che la nostra fuga a Roma non avesse nulla da invidiare ad un’eventuale luna di miele. Infine sono giunto davanti alla Fontana di Trevi. Stavolta, però, ho lanciato anche io delle monetine affidando al loro tuffo in acqua i miei desideri, gli stessi che forse ho perso il diritto di esprimere.

“Io mi ricorderò di te

Tra le luci di Roma, ogni abbraccio per strada

Mi riporterà da te

Perché in fondo sai stavamo bene

Dimmi perché

Il rumore più forte ha lo stesso silenzio

Che sento di noi

E intanto chiude anche l'ultimo bar”

Farò altro viaggi. Visiterò altre città. Conoscerò altri sapori. Scatterò altre foto. Incrocerò altri destini. Scriverò altre pagine che permetterò soltanto a dei perfetti sconosciuti di leggere. Cercherò di non tornare a Roma. Cercherò di non tornare e basta, di lasciarti andare incontro a tutto quello che meriti, tutto quello che io non so assicurare nemmeno a me stesso. Mi ricorderò di te, la ragazza più forte che abbia mai conosciuto. E anche se ci saranno altri abbracci, altri baci e altri silenzi sappi che mi mancheranno sempre i nostri.

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