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Una storia di LuigiMaiello

Questa storia è presente nel magazine Intertwine Consiglia

Intertwine Consiglia: in cosa credi? #75

La serie tv American Gods insieme al disco Infedele di Colapesce e al romanzo Il club degli incorreggibili di Jean Michel Guenassia.

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Pubblicato il 29 marzo 2018 in Giornalismo

Tags: americangods colapesce intertwineconsiglia intreccio

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L’uomo non è un essere così razionale come ci hanno fatto credere negli ultimi secoli.

Crede a miti, leggende e superstizioni. Si fa condizionare da ideologie e utopie, e spesso prende le decisioni in base a simpatie e antipatie personali.

In ogni ambito, i fattori che influenzano il nostro comportamento sono in gran parte irrazionali, anche se non ci piace ammetterlo.

Ma in un momento storico in cui tutti i punti di riferimento sono venuti meno, in cosa crediamo ancora?

Molte istituzioni dell’età moderna, punti di riferimento per la cultura e l’identità di ognuno, sono entrate in crisi con il passaggio all’età post-moderna: la crisi della politica ha portato a una sempre maggiore sfiducia in partiti e sindacati, così come la religione sta continuando il suo processo di secolarizzazione, al netto di fanatismi che sono però solo eccessi utilizzati per giustificare la violenza. La scuola e la famiglia, non se la passano meglio.

Lo studioso
Lo studioso

Un grande studioso della post-modernità come Zygmunt Bauman in “Consumo dunque sono” sosteneva che ormai sono i prodotti e le marche gli ultimi depositari di un dogma religioso e di una sapienza antica che guida e rassicura.

In pratica, non abbiamo più certezze dal punto di vista identitario e cerchiamo conferme e rassicurazione nelle marche, nei prodotti e in come questi possano farci vedere agli occhi degli altri.

In questo viaggio tra religione e miti, politica e stili di vita, incontreremo la serie tv American Gods, il disco Infedele di Colapesce e il romanzo Il club degli incorreggibili di Jean Michel Guenassia, e alla fine vi dirò che spesso crediamo poco in noi stessi, perché non riconosciamo ciò che ci appassiona veramente.

Intertwine Consiglia: “In cosa credi?” inizia con American Gods, la serie che ha debuttato sul canale via cavo Starz e che è distribuita da Amazon Video.

“Che cosa è un Dio? Abbiamo almeno la certezza che esista? La gente crede nelle cose, il che le rende reali, e quindi sappiamo che gli dei esistono. Ma che cosa è venuto prima, gli dei o le persone che credono in loro?”

Ideata da Bryan Fuller e Michael Green, American Gods è una serie tv ispirata al romanzo omonimo di Neil Gaiman, sceneggiatore, tra le altre cose, di fumetti come Sandman.

La storia racconta di un carcerato di nome Shadow (Ricky Whittle), che viene rilasciato con tre giorni di anticipo a causa dell’improvvisa morte di sua moglie Laura (Emily Browning).

“Sulla morte non è concesso replicare. Sai in quanti sono venuti prima di te? Tutti con minacce, offerte, promesse di gloria. Chi sei tu per farmi desistere dal mio dovere? Sei solo un essere umano, e uno di cui non mi rammenterò”.

Durante il viaggio aereo verso casa per il funerale, Shadow conosce un certo Mr. Wednesday (Ian McShane) che gli propone di lavorare come sua guardia del corpo.

Così inizia American Gods, una delle serie tv più sorprendenti dell’anno scorso.

In una matrioska narrativa, in cui ogni storia ne contiene un'altra, vediamo apparire una dopo l’altra tutte le popolazioni giunte sul suolo americano in cerca di fortuna: i vichinghi dal nord Europa, gli schiavi africani, i russi e gli irlandesi.

Ogni popolo ha portato con sé un bagaglio fatto di speranza e divinità, che appaiono uno dopo l’altra: Odino per gli scandinavi, Anansi per gli africani, Chernobog per gli slavi, Anubi per gli egizi. Dei ancestrali, venerati dagli esseri umani molto prima del Dio di cristiani ed ebrei, e prima anche di Allah e Buddha.

“Gli dei sono grandi, però il cuore delle persone è più grande ancora, perché è dai loro cuori che essi nascono. E ai loro cuori faranno ritorno. Gli dei vivono e gli dei muoiono”.

Gli spettatori, così come Shadow, per gran parte della storia sono disorientati, in questo viaggio lungo l’America che ha due costanti: la violenza e il sangue.

Ma quello che vediamo sullo schermo non è solo un tragitto lungo le strade americane, è in realtà un modo per andare al cuore della fede, in un perenne contrasto tra ciò che si vede con gli occhi e ciò che si sente in modo istintivo.

Ma nell’America (e nel mondo) attuale, alle divinità classiche se ne stanno sostituendo altre, in una sorta di guerra generazionale in cui le nuove fonti di venerazione sono la tecnologia e i media. Alle antiche divinità tutto ciò non sta bene, cosa accadrà?

“La tecnologia sta evolvendo. Tutti noi ci stiamo evolvendo. Sarebbe un onore, signore, evolvere con lei. Io posso aiutarla. Io voglio aiutarla a influenzare i comportamenti, le opinioni, i credi come mai prima d’ora. Vogliamo aiutarti a trovare il tuo pubblico”.

Non mancano le critiche alla società americana, ai mass media, ai nuovi linguaggi e all’uso delle armi:

“Ero una storia che la gente si era dimenticata di tramandare. Gli hanno dato una pistola e hanno rimesso il potere nelle mie mani. E lascia che te lo dica, ci si sente magnificamente. Ogni proiettile sparato in un film al cinema è una preghiera in mio nome. E quella preghiera gli fa venire voglia di pregare di più”.

“Da qualche parte in America”

La storia vaga tra le case degli uomini e i cieli degli dei, dalle miserabili vite mortali allo strapotere ancestrale di miti redivivi, che si materializza non solo nei loro poteri sovrannaturali, ma anche in una superiorità dialettica disarmante, come quando un dio parla di amore e tradimenti:

“Il tuo cuore pesante ti ha fatto affondare come una pietra, e ti ha riportato al momento del distacco per farti continuare la vita interrotta. Era amore? L’amore riesce sempre a farti sentire in svantaggio”.

In conclusione, le prime otto puntate di American Gods sono servite più per presentare tutti i personaggi, che per avviare davvero la storia. È come se ci venisse chiesto un esercizio preliminare: di alzare la testa, sgranare gli occhi e guardare oltre quello che vediamo, in un conflitto tra ragione e sentimento che spesso rimane insormontabile.

Infedele - Colapesce

“Si lo sai la mia vita è in decadenza e panna”

Già dalla copertina del disco è chiaro che ci troviamo di fronte a una serie di dualismi che sembrano insuperabili, ma che in fondo caratterizzano la vita di ognuno. Leggi “Infedele” e poi vedi un bambino (il giovane Colapesce) mentre riceve la prima comunione.

Passa un cane con un cuore in bocca

sembra il mio

sembra il tuo

siamo davvero tutti simili

sogniamo di essere compresi

diffusi

smaterializzati

Infedele è il terzo album di Lorenzo Urciullo (in arte Colapesce) ed arriva a due anni dall’ultimo lavoro, Egomostro.

Il disco si apre con Pantalica, secondo me la canzone più bella dell’album, anche se non famosa come i singoli Totale e Ti attraverso. Pantalica è il pezzo più coraggioso, per alcuni è anche quello più “battistiano”. Qui e in Compleanno si sente maggiormente l’influenza di Jacopo Incani (aka Iosonouncane) che, con Mario Conte, ha curato la produzione del disco.

C’è stato un fuoco

in questa grotta bianca

esce un bambino

ha della cenere in mano

Ti attraverso e Totale vanno visti invece sotto due piani diversi.

Da un lato sono i pezzi più melodici, dall’altro sono i frutti di quel cantautorato pop capace di dirti cose anche piuttosto dure con un sottofondo orecchiabile, potendo contare anche su una voce, quella di Colapesce, espressiva come poche.

Maometto a Milano è il pezzo più politico e in maniera meno compassata riflette la spiritualità e la religiosità del disco.

il qualunquismo che poi genera soldi

siete tutti felici siete tutti risolti

qui di sbagliato ci sono anch’io

In quest’album Colapesce, in perfetta sintonia con il titolo, non segue nessuna strada prestabilita e, quasi come un eretico, esplora sentieri sonori e soluzioni musicali che fino ad ora nei suoi lavori avevano trovato poco spazio.

“Infedele” si muove attraverso alcuni punti cardinali come la Sicilia, l’incomunicabilità e una certa superficialità che viviamo in questi anni, ma li mette in un concentrato musicale capace di spaziare dall’elettronica alle ballate acustiche in soli otto brani.

Uno dei migliori dischi italiani del 2017.

“Alla sua età, lei dovrebbe sapere per quali motivi gli uomini litigano. Per il denaro: siamo tutti spiantati. Non devo loro niente. Per una donna: quanto a questo, ci ho fatto una croce sopra. O per un’idea, e noi siamo tutti nella stessa barca”.

Il club degli incorreggibili ottimisti è l’opera prima di Jean Michel Guenassia, avvocato che a un certo punto della sua vita decise di darsi alla scrittura.

Siamo a Parigi nel 1959, la seconda guerra mondiale è finita, ma molti ne portano ancora i segni addosso. Il protagonista del racconto è Michel Marini, ha undici anni ed è figlio di immigrati italiani.

Michel adora leggere e lo fa ovunque: a scuola durante le lezioni ma anche mentre cammina per strada, fino a catalogare i libri in base a quanto ritardo accumula lungo il cammino. Alcuni autori, quelli russi ad esempio, sono da ritardo pericoloso e, se legge Dostojevskj, c’è poco da fare, non basta la giustificazione dei genitore perché l’espulsione è sicura.

La storia segue due filoni narrativi paralleli che, inevitabilmente, si intrecciano in alcuni punti.

Da una parte c’è la vita di Michel e della sua famiglia: le questioni lavorative e familiari tra madre e padre; il fratello Frank, filocomunista e sempre in guerra con la madre.

Un passaggio significativo è il litigio tra lo zio (socialista) e il padre, accusato di essere diventato capitalista quando apre una serie di negozi e utilizza la pubblicità per vendere di più.

Sullo sfondo c’è la Parigi imperialista (l’autore è nato ad Algeri) che manda i suoi ragazzi a combattere in Algeria una guerra che i proprio i ragazzi non vogliono. Ci manda anche Frank, che però vede delle cose che non gli piacciono e si ribella, uccidendo un suo superiore.

Sono gli anni in cui Michel scopre la musica rock di Little Richards e Jerry Lee Lewis, grazie ai dischi che gli ha lasciato un amico, anch’egli partito per la guerra in Algeria.

L’altro filone narrativo racconta le vicende che si svolgono nel retro di un bar.

Michel, che ama girare e sfidare gli altri ragazzi a calcio balilla, un giorno entra nel retro di un bar attratto dalla scritta sulla porta “Club degli incorreggibili ottimisti”. Qui scopre un club di scacchi popolato di uomini di varie nazionalità sfuggiti alle dittature comuniste dei loro paesi (Russia ed Europa dell’est) e che hanno dovuto abbandonare mogli e figli per non essere fucilati. Michel ci va spesso al bistrò Balto. È un posto frequentato anche da intellettuali francesi: qui vede spesso Jean-Paul Sartre, che se ne sta sempre da solo e Joseph Kessel che un giorno gli fa un dedica su un libro.

“La differenza tra noi e gli altri è che loro sono vivi e noi dei sopravvissuti. Quando si è dei sopravvissuti, non si ha il diritto di lamentarsi della propria sorte, sarebbe far torto a coloro che sono rimasti là”

I frequentatori del club sono persone di alto livello culturale e professionale, che ora cercano di sopravvivere alla meno peggio. Michel un po’ alla volta li conosce e da ognuno di loro impara qualcosa.

Il ritrovarsi quotidianamente per loro costituisce un modo per non dimenticare le proprie radici, il proprio passato, ma soprattutto di immaginare un futuro promettente.

“Preferisco vivere da ottimista e sbagliarmi,

che vivere da pessimista e avere sempre ragione”

Igor è un medico russo che fece partorire donne sotto le bombe di Stalingrado e che passò anni a riattaccare arti e ricomporre uomini maciullati; ora guida un taxi notturno.

“Quelli della notte sanno vivere. Non lesinano. Le mance a volte superano il prezzo della corsa. Di notte ti fai degli amici. Veri. Di giorno, le persone non hanno il tempo di parlarsi o di ascoltarsi”.

Leonid è il campione imbattuto di scacchi e di barzellette su Stalin; è soprattutto un ex aviatore dell’Armata Rossa il cui aereo fu abbattuto innumerevoli volte; unico sopravvissuto della forza aerea e per questo aveva ottenuto riconoscimenti da Stalin stesso. Tibor è un attore shakespeariano notissimo a Budapest, che a Parigi nessuno vuol far recitare per via dell’accento ungherese. Poi c’è Sasha, con cui nessuno parla; ci sono Imrè, Pavel e poi c’è Orecchioni, chiamato così perché se ne sta lì in un angolo senza parlare, e non è altri che un agente dei servizi di sicurezza francesi mandato ad origliare al bar.

Ognuno accusa l’altro di essere materialista o troppo esistenzialista, di essere stato “filozarista” quando altri avevano partecipato alla rivoluzione e alla guerra, ma in fondo tutti condividono il desiderio di tornare, prima o poi, nel paese dove avevano lasciato gli affetti e la loro storia. Purtroppo per loro sta per iniziare la Guerra Fredda, e da un momento all’altro, diventeranno prigionieri dell’Occidente.

Si tratta di un romanzo che scorre via velocemente, anche se sono pur sempre 700 pagine da leggere.

La bravura di Guenessia sta soprattutto nel riuscire a trasmettere, attraverso il racconto in prima persona di Michel, sia gli aspetti storici (e politici) del periodo, sia la vita di un giovane che in quel periodo passa dall’adolescenza all’età adulta.

Michel cresce a contatto con quei personaggi e con le loro storie. È per questo che si tratta soprattutto di un romanzo (corale) di formazione, in cui, più che al personaggio principale, ci si affeziona a tutti questi uomini un po’ a pezzi, saggi, bruschi, silenziosi, ironici, litigiosi, sospettosi. Tutti hanno un passato da raccontare, qualcosa in cui hanno creduto, e tutti sono, ancora e soprattutto, degli incorreggibili ottimisti.

Crediamo in tante cose, ci lasciamo affascinare da vecchie e nuove narrazioni, ma troppe volte ci dimentichiamo di credere in noi stessi.

Ci chiediamo mai: chi voglio essere?

Ci fermiamo a quello che già siamo, senza pensare che la nostra identità è in continua costruzione. E noi, non possiamo contribuire attivamente al suo cambiamento?

Non voglio fare un elenco di domande in stile marzulliano, la mia intenzione è solo quella di portarvi al punto di partenza: riflettere voi stessi, per assecondare la vostra natura e le vostre passioni.

Nell’epoca del culto di sé, ognuno aspira a diventare qualcuno, ma chi?

Fate un esercizio.

Pensate all’ultima volta in cui siete stati talmente assorbiti e concentrati in un’attività che vi siete dimenticati del tempo che scorreva, una di quelle situazioni in cui non vi eravate né annoiati né stressati ma, come presi da un vortice magico, totalmente presenti e concentrati, pieni di energia ed entusiasmo.

Molto probabilmente eravate in uno stato di grazia che lo psicologo ungherese Mihály Csíkszentmihályi definisce “in flow” (nel flusso). In quei momenti vi concentrate solo su quello che state facendo, con una motivazione genuina legata al piacere di quello che state facendo.

A voi capita mai?

Se siete scrittori/creativi molto probablimente vi capita quando siete all’opera. Allora è soprattutto a voi che mi rivolgo.

Ognuno scrive per essere letto da qualcun altro, altrimenti potrebbe lasciare i suoi pensieri in un diario che terrebbe solo per sé. Al contrario, è arrivato il momento di far crescere la vostra passione per la scrittura.

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