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Una storia di Massimo.ferraris

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Le tre prove

Pubblicato il 13 gennaio 2017

Il vento soffiava gelido, senza sosta, quasi volesse cancellare ogni cosa al suo passaggio. Mazir strinse il cappuccio all'altezza della gola e voltò il viso indietro. L'aria era così forte da impedirgli di respirare, talmente fredda che ogni centimetro scoperto del viso bruciava dal dolore. Eppure era un uomo del Mawasi, l'altopiano popolato dagli uomini più forti del pianeta, nato da un grande guerriero, suo padre Hasam, ed abituato ad un clima aspro e implacabile. Ma mai sino ad allora le avversità avevano raggiunto punte così alte, una cosa inspiegabile per uomini come loro, cittadini di Kola, l'unico pianeta abitato del sistema solare. Alzò gli occhi al cielo, in cerca della stella, ma si ritrovò ad osservare un diafano disco rotondo senza calore. Un passo, poi un altro, un altro ancora... non poteva mollare, non prima di aver raggiunto la Prima Casa base sul percorso dei Re. Mazir era entrato nell'età adulta da poco tempo, si trovava in quella fase in cui un guerriero doveva dimostrare la propria forza, non combattendo contro altri, quello no, erano finite da anni le lotte intestine, ma compiendo imprese che gli avrebbero permesso di guadagnare credibilità e gloria. Nella mente serbava ancora il ricordo degli occhi di Jena, la sua compagna, spaventata per ciò che si era messo in mente di fare. Eppure nessuno si era candidato a compiere la missione, dopo che quattro guerrieri capo non avevano più fatto ritorno. Lui avevo sentito dentro una voce, quella del padre che lo incitava a provare, e così era stato. Jena era in attesa di un figlio, l'aveva supplicato di desistere, arrivando persino ad umiliarsi piangendo riversa a terra davanti al popolo. Mazir si era sdraiato accanto a lei e le aveva voltato il viso verso il cielo. -Lassù c'è mio padre, mi accompagnerà nel cammino. Devo farlo Jena, per essergli degno- poi le accarezzò il ventre, -anche per lui che un domani vedrà la luce della speranza-.

Era una follia, un'impresa che lo avrebbe annientato; il vento aumentava, la polvere si insinuava in ogni angolo del corpo, ammucchiandosi tra le vesti ormai logore e stracciate. La prima Casa Base, quella che le profezie descrivevano come un accesso. Ma accesso a cosa? Il panico lo percorse. Erano solo leggende, oppure un fondo di verità aleggiava tra le pagine del libro di Jundar, il testo sacro venerato da tutti? Si buttò a terra, altrimenti avrebbe rischiato di ruzzolare all'indietro in un capitombolo senza fine. Ad occhi chiusi avanzò carponi, stringendo tra le dita i radi fili d'erba. Si accorse che non si strappavano, non come quelli che creavano mari verdi sull'altipiano, sembravano resistenti come metallo. Era il metodo giusto, scoperto per caso: chissà se i guerrieri che prima di lui avevano provato si erano accorti dell'opportunità. Forse, o forse avevano vagato senza fine, sino a quando la morte li aveva strappati alla sofferenza. Avanzò per ore, le dita insanguinate per lo sforzo, sino a quando il vento diminuì quasi di colpo, trasformandosi nella brezza che spirava senza sosta sull'altipiano. Era come aver attraversato una barriera invisibile. Mazir si sdraiò a faccia in su, respirando con affanno, aspettando che il cuore smettesse di correre come un cavallo impazzito. La stanchezza lo fece addormentare e quando si svegliò scoprì di essere in una stanza dal soffitto dorato. Sotto di lui qualcosa di morbido, non la dura terra e un senso di freschezza che gli attraversava il corpo. Si mise seduto, guardandosi in giro. A parte una benda che gli copriva l'inguine, era completamente nudo. Qualcuno lo aveva lavato e profumato, i capelli erano lisci e pettinati, mentre le mani bendate con cura. La stanza non conteneva nulla di particolare; a parte il letto su cui era posato in un angolo si trovava un armadio, alcune piante ornamentali e una porta a vetri da cui proveniva la luce. Si alzò, temendo di sentire dolore, ma così non fu, al contrario si sentiva in forze e i muscoli rispondevano senza sforzo. Si avvicinò alla porta e la spinse. Si aprì su un corridoio di vetro fatto a cupola, qualcosa che in vita sua non aveva mai visto. Il suo popolo aveva scoperto il vetro, lo lavorava, ma oltre ad attrezzi da cucina e per la caccia, era inimmaginabile poter pensare di costruire qualcosa di così grande e dalla trasparenza perfetta. Fece scorrere la mano e sentì la parete completamente liscia. Una distanza di venti passi lo separava da un'altra porta, questa volta di legno massiccio. Provò a guardare oltre la cupola, ma la luce era talmente forte da non permettergli di vedere. "Il sole" pensò. Non l'aveva mai visto così forte, non poteva immaginare quanta potenza racchiudeva. Si sentiva solo e spaventato, nessuno si era degnato di accoglierlo al risveglio. Ancora spinse la porta, ritrovandosi in una stanza simile alla prima, ma che a differenza dell'altra possedeva due aperture sulla parete di fronte.

-Benvenuto straniero- la voce lo fece sobbalzare. Si girò di scatto, non riuscendo a capirne la provenienza. -Tu, Mazir, sei il diciassettesimo guerriero che tenta l'impresa-.

Di nuovo quella parola, senza un significato preciso, e poi perchè lo aveva chiamato straniero?

-Chi sei?- gridò nella stanza. Silenzio, qualcosa che per lui era sconosciuto, abituato al sibilo incessante del vento. Si diresse verso le aperture, deciso a scoprire chi lo stava tenendo prigioniero.

-Fermati!- gli intimò la voce. -Questa è la prima prova, non vanificare tutto con l'irruenza della tua giovane età, ma ragiona da uomo-.

-Voglio sapere chi sei e dove sono!- gridò ancora. -Dici impresa, ma non ne conosco il significato, ho bisogno di risposte e le voglio subito!-.

-Avrai tutte quelle che vorrai; l'impresa è un percorso che dovrai superare e consiste in tre prove che ti porteranno a scoprire perchè sei qui e anche il perchè dell'esistenza del tuo popolo. Per prima cosa ti chiedo di osservare quei passaggi dinanzi a te: a prima vista sembrano scuri ed impenetrabili, del tutto uguali, ma ti posso assicurare che solo uno ti permetterà di raggiungere la seconda delle tre prove-.

Era confuso, la testa gli scoppiava dalle domande che avrebbe desiderato fare, ma comprese che la voce non gli avrebbe rivelato nulla, se non alla fine. Si concentrò, cercando di scoprire la più piccola differenza, un particolare che poteva attirarlo, ma nulla, sembravano gli occhi di un demone. Doveva usare l'istinto, quello che da sempre possedeva il suo popolo.

-Che fine hanno fatto gli altri guerrieri?- chiese, cercando di prendere tempo.

-Morti- sentenziò. -Per colpa di scelte sbagliate, troppo frettolose e per nulla attente. Ti voglio dare un consiglio, sei giovane e con una moglie in attesa del primo figlio...-.

-Tu come lo sai?- ruggì, assumendo una posizione di difesa. La risata echeggiò nella stanza, sembrava il suono di un grosso tamburo percosso.

-Sei divertente, Mazir. Io so tutto di voi, perchè da sempre vi osservo, sin da quando l'altipiano Mawasi è stato creato e il tuo popolo lo ha trasformato in casa. Kola non esiste, nulla di ciò che pensate è reale-.

-Che significa? Vuoi dire che il libro di Jundar è tutta una fandonia?-.

-Siete solo un esperimento- a Mazir venne la pelle d'oca. Voleva dire che il suo popolo era solo un giocattolo da usare a suo piacimento? Le mani crollarono ai fianchi, la verità era troppo dura da digerire. -Io sono Jundar, o almeno questo è il nome con cui mi conoscete. Dimentica la valle dei Re, le Case Base e tutto ciò che nel libro è contenuto, pensa invece a quello che stai vivendo come un'opportunità-.

Non capiva, erano suoi prigionieri e lui parlava di opportunità. A meno che non volesse dare loro una possibilità di salvezza.

-Le tre prove servono a liberare il mio popolo?- chiese, sapendo già la risposta.

-Esatto, ma non credo che sarà facile superarle. Ho paura che la vostra irruenza e il poco ragionare non riusciranno mai a farvi comprendere quanto esse siano facili. Ma ho già detto troppo, non svelerò altro, altrimenti mi perderei tutto il divertimento-.

-Ancora una cosa- Mazir stava prendendo coscienza di poterlo affrontare, -perchè mi hai chiamato straniero?-.

-Perchè non fai parte di questo mondo, te l'ho detto, sei solo un esperimento. Ora ti farò vedere una cosa-. La stanza sembrò vibrare e all'improvviso la sensazione di trovarsi sull'orlo di un abisso lo assalì. Si trovava sospeso nel nulla, intorno brillavano migliaia di puntini più o meno luminosi, davanti a sé una stella più grande e splendente era ferma, mentre intorno giravano delle piccole sfere senza luce.

-Questo è il vostro universo, un concetto per te non facile da capire. Immagina quel grande globo luminoso più piccolo e visibile attraverso le nuvole che popolano il tuo cielo-.

-Il... sole- Mazir si sentì soffocare.

-Giusto, sei un ragazzo sveglio. Quelle palline sono i pianeti che gravitano intorno; il terzo è Kola, ma in verità si chiama Lorion. Non vedi quanto è azzurro e splendente? Aspetta- il pianeta si ingrandì, spaventandolo a morte. -Quella porzione di terra grigia è il tuo altipiano, il luogo in cui vi ho rinchiusi fino a quando uno di voi non sarà degno di dare la libertà. A quel punto tutto il pianeta sarà vostro, potrete usarlo a vostro piacimento e io non vi terrò più prigionieri-.

-Perchè ci fai questo?- Mazir iniziava a capire.

-E' più giusto chiedere da quale posto arrivate. Siete una razza creata con accuratezza, possedete tutto ciò che serve per progredire, non siete più un semplice esperimento, siete caparbi e diffidenti. Migliaia di mondi sono popolati da tuoi simili, ma anche altrettanti sono stati cancellati, perchè avete fallito- la notizia era davvero troppo per un piccolo essere come lui. La stanza tornò ad essere un posto sicuro, Mazir osservò i suoi piedi poggiare sul pavimento. Tornò a guardare le aperture: doveva farcela, salvare la sua gente e donar loro un mondo nuovo. Due, come gli occhi, le braccia, le gambe; due come le possibilità tra il bene e il male, il caldo e il freddo. Dove stava il giusto? "Nel mezzo, figlio mio", le parole di suo padre risuonarono chiare in testa. Si avvicinò alla parete e, chiudendo gli occhi, mosse un passo nella zona rocciosa tra le due entrate. Dapprima sentì un calore, il buio che lo inghiottiva, sino a quando la luce tornò a splendere. Aprì gli occhi e si trovò in un giardino; intorno fiori di ogni tipo, alberi da frutto e piccoli animali che fuggivano alla sua vista. Qualcosa di bellissimo, mai visto in vita sua. Poco distante un corso d'acqua lambiva una serie di rocce sulle quali si ergeva un ponte.

-Molto bene- Jundar si fece sentire, sembrava compiaciuto. -Mi hai piacevolmente sorpreso. Posso confidarti che sei il primo che supera questa prova. Gli altri tuoi predecessori si sono fermati qui, scegliendo a caso una delle due porte, ma tu hai capito che la scelta non è mai tra due cose, bensì esiste sempre un'alternativa. Ti piace ciò che vedi?-.

-E' bellissimo- Mazir avrebbe voluto Jena al suo fianco, in quel luogo sarebbe stato possibile vivere. Cibo, acqua ed animali, qualcosa di meraviglioso ed irreale.

-La tua seconda prova- lo informò. -Qui regna la pace e l'armonia, il luogo perfetto, quello che un altro popolo lo ha definito Paradiso. Ti piace ciò che vedi?-.

-Bello da togliere il fiato- ammise Mazir.

-E magari lo vorresti condividere con Jena?- la domanda non lo stupì, era sicuro che Jundar gli leggesse nella mente. -Sappi che questa è una piccola parte di ciò che potresti vedere su Lorion, la casa in cui vivere e progredire-.

-Che devo fare?- volevo tutto ciò, a costo della sua stessa vita.

-Vedi quegli alberi da frutto di diverso colore?- Mazir annuì. -Non tutti sono buoni da mangiare, tra loro si nascondono alcuni mortali. Nel tuo mondo non esistono, almeno nell'altipiano, perciò ti trovi davanti ad una nuova scelta. Dovrai coglierne due e mangiarli sino all'ultimo boccone. Se tutti e due o solo uno saranno velenosi in breve tempo morirai-.

Il guerriero provò un brivido, la prova era incredibilmente difficile; con la scelta di uno solo avrebbe avuto una possibilità di riuscita più alta, ma con due le percentuali di calavano in modo drastico.

-Dammi un aiuto!- tornò a gridare, spaventando gli animali. Ma ricevette come risposta solo silenzio. Gli alberi erano di diverso tipo, con foglie verdi dalle forme strane. Appesi ai rami più piccoli si trovavano i frutti, alcuni dalla vista succosa, altri meno appetitosi. La paura iniziò a serpeggiare nel suo corpo; era riuscito nel primo intento, ma qui le cose si facevano ancora più difficili. Tornò con la memoria al passato, a quando da fanciullo trascorreva gran parte del tempo col padre. Giornate di caccia, di raccolta e di studio. Il suo popolo si tramandava nozioni e cultura verbalmente e spettava ai padri educare i figli. Il suo era stato un genitore buono e premuroso: ricordò il periodo più brutto della sua vita, quando era caduto in un dirupo e si era rotto diverse ossa, ferendosi quasi a morte. Lunghe giornate a letto, poi quella febbre che era apparsa all'improvviso.

-Il corpo non può combattere da solo- disse Hasam, -le ferite che ti sei procurato hanno bisogno di guerrieri per poter guarire- Mazir era solo un bambino, non capì. -Quando si vuole spaventare il nemico l'unica soluzione è diventare più cattivi di loro. Immagina che la medicina che sto per darti sia un esercito di guerrieri brutti e feroci pronti a combattere- gli mostrò un contenitore, con dentro una pasta scura e dall'odore nauseante. -Ora dovrai essere forte, degno di tuo padre e ingoiarlo tutto-.

E così fece, resistendo alla nausea e al vomito, e il giorno dopo si svegliò senza febbre. Ancora una volta suo padre gli era venuto in aiuto. Guardò i frutti, ne raccolse un paio tra i più brutti e li spezzò. Entrambi emanarono un odore acre e pungente. Senza pensarci Mazir li ingoiò e si sedette a terra in attesa, mentre il suo stomaco lottava per non rigettarli. Passò parecchio tempo, senza accusare dolore, sino a quando Jundar tornò a parlare.

-Mi meravigli, straniero. Hai dimostrato ancora una volta acume e quindi ti mostro il massimo rispetto- nella voce una nota di ossequio. -Solo una prova ti separa dalla riuscita dell'impresa, quella più importante, il passaggio verso la liberazione del tuo popolo. Chiudi gli occhi-.

Così fece, sentendo intorno a se una vampata di calore.

-Ora puoi guardare- davanti scorse un'altra porta, nella stanza null'altro. -Ti farò un'ultima domanda, quella a cui dovrai rispondere con la massima sincerità. Se ciò che dirai sarà giusto essa si aprirà e tu tornerai tra la tua gente, le nubi si dissolveranno, il vento si placherà e potrete essere liberi di colonizzare l'intero pianeta-.

-Una domanda?- chiese Mazir. -E se risponderò in modo errato?-.

-Sarai prigioniero qui dentro sino a quando un altro guerriero riuscirà ad arrivare a questo punto- Jundar sospirò. -Prevedo che in questo caso dovrai soggiornare a lungo, forse per sempre...-.

Era l'ultima cosa che voleva, si sentiva carico e pronto ad affrontare tutto ciò che Jundar stava per chiedere.

-Sei un uomo, in vita tua hai conosciuto tante persone importanti, familiari e amici che ti hanno formato ed aiutato a raggiungere questo momento. Quindi io ti chiedo: chi è la persona più importante della tua vita?-.

Mazir tremò, la domanda era troppo vasta per essere racchiusa in una sola persona. C'era stata sua madre, colei che gli aveva dato la vita, suo padre, l'uomo più importante. Forse era lui, lo stesso che sino a quel momento lo aveva aiutato a superare le prove. Aprì la bocca per pronunciare il suo nome, ma qualcosa lo fece desistere. Aveva tutto il tempo che voleva per decidere. Jena, come non pensare a lei, la dolce fanciulla con cui era cresciuto e aveva scoperto le regole dell'amore. Ma c'era stato anche suo nonno, poi il capo villaggio che aveva creduto in lui affidandogli la missione, anche Kuasa, la nutrice che l'aveva cresciuto quando sua madre era morta.

-Ci sono troppe persone importanti! Non posso scegliere...- urlò, iniziando a piangere. Solo una porta lo divideva dal cambiamento, solo uno stupido nome che non sapeva scegliere...

La persona più importante era quella che vorresti fosse te stesso, che ti assomigliasse in tutto, facesse parte ogni giorno della tua vita, che fosse parte di te. Le lacrime cessarono di colpo, la mente si aprì e Mazir capì di aver trovato la risposta. Si avvicinò alla porta e con la mano accarezzò il ruvido legno, antico di secoli, forse millenni.

-Mio figlio- disse e spinse delicatamente. I cardini scricchiolarono, la luce entrò e Mazir si trovò ad osservare di nuovo il suo pianeta dall'alto. La massa grigia sembrò fluttuare, poi lentamente si dissolse. Ce l'aveva fatta, aveva liberato il suo popolo, dato un'opportunità alla sua gente di un futuro migliore.

-Mi inchino a te, giovane uomo- Jundar si fece sentire. -Hai onorato il tuo impegno, dimostrando capacità degne di un vero capo. Tornerai tra loro, non sarai più uno straniero, nessuno di voi lo sarà. Il pianeta è vostro, fatene buon uso ed esso sarà buono con voi. Ora chiudi gli occhi e quando sentirai il canto degli uccelli saprai di essere a casa-.

Mazir li chiuse ed attese; non ci volle molto, un dolce suono raggiunse le sue orecchie, seguito da un grido di gioia. Era ricomparso nel suo villaggio, completamente immerso nella luce del sole. Mille visi lo guardavano con rispetto, lui sarebbe stato il nuovo capo. Tra essi sbucò lei, quella che desiderava abbracciare, Jena. Gli corse incontro, la baciò, poi Mazir si mise in ginocchio e le accarezzo il ventre.

-Mio figlio- disse, ma questa volta le lacrime furono di gioia.

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