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Una storia di Franci_

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"Un debole per le persone tristi"

storia di uno scrittore e di un peschereccio diretto all'Islanda

Pubblicato il 31 gennaio 2017

"Dove andiamo?"

Rimase fermo a lungo, di fronte a quelle parole. Rifletteva molto saggiamente, prima di decidere se tenere o cancellare qualcosa. Con le macchine da scrivere, infatti, non è come i computer. Certo, c'è il bianchetto, ma il bianchetto va steso bene, deve asciugarsi, e poi ciò che verrà inserito dopo deve amalgamarsi bene con il resto. Con i computer , quegli arnesi, è diverso. Se ti parte il guizzo, gli diceva sempre Franco, BAM, cancelli tutto, oppure prendi la parte prima e BAM la metti di nuovo , però dopo due pagine dopo, ed è lì, intatta, perfetta, solo da un'altra parte. Non è fantastico?

Franco era uno naif, era sempre stato affascinato dalla novità, dal nuovo, l'esotico, dal diverso.

Ma lui non si era fatto abbindolare, affatto. La sua vita, la sua casa, erano da sempre come un monumento vivo e pulsante al vintage, alla sua gioventù, a certe piccole abitudini ed oggetti che avevano "più anima di queste modernità fatte di viti e fili colorati".

Era di certo un uomo all'antica, Gianpietro. Lo era sempre stato . Dapprima, un ragazzino molto serio, dopodiché un vecchio scorbutico, come era in quel momento. La gente ci rimaneva sempre terribilmente male, quando scopriva il suo mestiere.

Non il ragioniere, il contabile, l'avvocato, il giudice, il commesso di un negozio di collezionismo, il bibliotecario che bisbiglia con cattiveria "SILENZIO!".

Lo scrittore.

Lo scrittore?

Lo scrittore.

Scrivi testi universitari? Saggi? Opere di quel tipo? (Opere che si basano su fatti, di certo non su fantasia)

No, romanzi.

Lì per lì, solitamente, la gente non sapeva come reagire, cercava semplicemente di mascherare l'imbarazzo. C'era chi sorrideva, chi faceva una risatina imbarazzata, chi semplicemente lo fissava, tacendo. "Ah, ma dai" . Poi, come ripresi , come se capissero improvvisamente di avere un'ultimo asso nella manica, la domanda "E che scrivi?"

Lì per lì, solitamente, Gianpietro snocciolava alcuni dei suoi romanzi. Dapprima i più famosi, successivamente i primi che gli venivano in mente, comunque molto, molto famosi, certo. Ma questa affermazione, a chi , effettivamente, aveva letto quei libri, riusciva ad unire il puzzle della misteriosa figura di quell'uomo.

I suoi libri, certo, erano belli, commoventi, pluripremiati, ma... Tristi.

I suoi libri erano sempre, perennemente, velati dalla tragedia, dal dramma, l'incomprensione. Non di rado finivano con un suicidio. Spesso il protagonista , o la protagonista, veniva abbandonato da tutti . Non era ricambiato dall'amore della vita. Cose che capitano, certo, se non ché il protagonista in questione reagiva, inevitabilmente , nel peggiore dei modi. Non esistevano finali armoniosi, con una riconquista di sé. Follia. Pazzia. Suicidio. Solitudine. Fuga.

In molte interviste, si era giustificato dicendo che l'infelicità e le passioni forti sono alla base dei più grandi libri no? "Potrei fare un elenco così" e via a citare autori, libri, storie.

Quel giornalista, però. Gli si materializzò di fronte. Era un ragazzo giovane, dai capelli chiari e con penetranti occhi azzurri, come il mare. Lo aveva guardato attento, e lui si era convinto di avercela fatta, come al solito. "Ma non fa male a lei, tutta questa negatività?" .

Silenzio. "Scusi?"

"Mi spiego meglio, lei scrive una media di un libro all'anno, per carità , un record. Ma, mi rifaccio alle sue ultime due uscite, prima ha parlato di una giovane donna cui l'amata sorella muore ed è costretta a vivere in un orribile convento, poi ha parlato di un uomo solitario e della sua alienante vita lontano da tutti e da tutti. Confesso, quest'ultimo è personalmente il mio preferito. Ma lei?"

Ma lui ?

"Ho un debole per le persone tristi", si era limitato a rispondere, imbarazzato come si può essere imbarazzati da una verità brutale.

Ora, mesi dopo, di fronte a quella pagina, Gianpietro si era ritrovato a massaggiarsi i capelli brizzolati senza dire una parola. Erano quelle, le storie che conosceva. Se lasciava vagare la mente, ecco , come se dal nulla, crearsi un personaggio, la sua vita, le sue forme, e poi? Poi accadeva qualcosa. Come sempre . Andava da sé, si può dire, verso una vita malinconica. Accadeva sempre qualcosa, qualcosa che poi , in realtà, non superava mai. E perché?

Gianpietro non aveva voglia di chiederselo. Non aveva voglia di pensare al passato, non aveva voglia di farsi domande, non era poi cosa da lui. Tornò a concentrarsi su quella pagina."Dove andiamo?"

Dove andavano. Quello sarebbe stato l'ultimo libro della sua carriera, lo sapeva, e voleva fosse all'altezza. Secondo il suo piano, i due protagonisti erano una giovane coppia di innamorati, certo, e a quella domanda, lui avrebbe risposto che se ne sarebbe andato solo. Lei avrebbe dovuto attenderlo. Per quanto? Ne sarebbe valsa la pena? La risposta la conosceva già , in parte.

Lei lo avrebbe atteso, sarebbe stata attanagliata dal dubbio, dalla solitudine. Poi avrebbe deciso, se far tornare l'amato, o meno. Rimase di nuovo fermo a leggere.

Poi, dopo un tempo interminabile, ecco le dita battere sulla macchina da scrivere.

"Andiamo in Islanda. Insieme".

Insieme. Una promessa.

Forse era vero che lo appassionavano molto le figure negative. Forse era vero che ciò che gli interessava era il lato oscuro dell'umanità. Forse era vero, e forse lo avrebbero affascinato per sempre. Ma, infondo, non è male, a volte, cambiare prospettiva. Concedersi un percorso diverso. Inaspettato. Forse non è vero che solo le emozioni negative ispirano, si scrivono da sole, e che quando si è felici in realtà si è improduttivi. Chissà. Forse, dopotutto, l'amore meritava una possibilità. E mentre si lasciava trasportare da quelle due figure, quei due giovani che si prendevano la mano prima di salire su un peschereccio diretto all'Islanda, non poteva immaginare che i suoi occhi erano pervasi da quel bagliore luminoso che accompagna sempre l'anima, quando si sceglie l'amore.

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