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Una storia di il_commodoro

Questa storia è presente nel magazine IL VIAGGIO DELL'INTERNAUTA

Rimorso di coscienza

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Pubblicato il 17 gennaio 2018 in Spiritualità

Tags: consapevolezza rimorso stupore sud vita

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RIMORSO DI COSCENZA

Il sole era già in alto, proprio nel mezzo di quel cielo così l’limpido che solo la stagione estiva sa regalare al mezzogiorno d’Italia. La Mercedes blu di don Alfonso accostò nei pressi del duomo, il nipote fece scendere lo zio come ogni mattina intorno a quell’ora. Le azioni sempre le stesse, il passaggio dal tabaccaio, il pacchetto di MS morbide abbinate al gratta e vinci per evitare il resto e la prima boccata sulla soglia del negozietto, spostando con la mano sinistra il nodo della cravatta.

- Buongiorno don Alfonso.

-Tutt’apposto don Alfonso?

-A casa tutti bene don Alfo’?

Nella cittadina tutti conoscevano don Alfonso benché non fosse nativo del posto; la sua fama era dovuta non solo al fatto di aver costruito numerosi palazzi contribuendo all’inurbamento di quel paese un tempo molto più piccolo ed antico, ma soprattutto per il carattere non proprio morbido che lo caratterizzava.

C’era chi sorvolava su quest’ultimo aspetto tributando aperta stima e prolissi ossequi alla sua persona per il fatto di aver portato lavoro e ricchezza, anche se mascherati da un insensibile sfruttamento, mentre altri mal sopportavano quell’uomo troppo prepotente e molto agganciato che si permetteva troppo spesso di spingersi senza mezzi termini dove pochi osavano.

Amava parlare di sé don Alfonso, ricordare le tappe più importanti della sua vita da prendere come esempio per essere considerato un vero uomo, impavido e privo di ogni paura, mascherando la vigliaccheria dei sui numerosi soprusi e compromessi con la scusa di quell’istinto di protezione verso la sua persona, gli affari, gli operai, la famiglia.

-Don Alfonso ho da chiedervi una cortesia, disse a mezza voce padre Sebastiano abbassando lo sguardo, potreste passare dalla sagrestia dopo la messa domenica prossima?

La messa… La chiesa, quei muri così sacri. La casa di Dio.

Don Alfonso aveva un legame particolare con quell’edificio, sentiva dentro di se una forza che lo faceva sorridere e star bene. Ogni qualvolta si trovasse al cospetto di una chiesa sentiva il suo cuore, anche se solo per un attimo, riempirsi di una gioia profonda che neanche la forza buia di tutti gli episodi negativi e dolorosi della sua esistenza erano mai riusciti a sopire.

Tutto ciò aveva una ragione, un motivo inconscio, nascosto in qualche recondito luogo della sua anima, riconducibile senza ombra di dubbio al momento della sua nascita.

In quel tempo la sua giovane madre, Filomena, prestava servizio presso un’agiata famiglia proprietaria di un intero palazzo nella via centrale del paese. Ella aveva una stanza tutta sua con un letto singolo, un materasso morbido morbido, un elegante comodino ed un armadio molto capiente, quasi inutile per contenere le poche cose che lei possedeva. Oramai viveva fissa lì da più di sei mesi, da quando il suo giovane marito perì sotto le lame di un coltellaccio a seguito di un litigio per della legna mai pagata.

Era la mattina della domenica in albis, il primo sole timido timido timido era già penetrato illuminando la stanza quando Filomena si accorse che il momento era arrivato, del resto le contrazione erano aumentate nel corso della notte. Accanto a lei donna Angelina, un femminone tutto forza e molto garbo, che aveva aiutato a nascere parecchi neonati, come del resto aveva fatto sua madre e la madre di sua madre tempi addietro.

Le prime due cose che il piccolo Alfonso vide appena aperti gli occhi furono il sorriso della madre e la facciata del Santuario della Madonna del Carmelo che si ergeva imponente occupando quasi l’intera vista dalla finestra. Quest’immagine permise che il ricordo della gioia della madre camminasse pari passo all’immagine della chiesa e come a seguito di un atto di magia portasse entusiasmo e forza alla sua anima. Del resto egli era nato in un luogo magico ed in un momento magico. Per le vie del borgo e nelle contrade limitrofe erano giorni di festa, i suoni degli strumenti popolari e gli odori dei pomodori in cottura spingevano le anime al risveglio dopo il letargo dell’inverno, risvegliando quello spirito vitale di rinascita tipico dell’arrivo della primavera. L’uomo si sa, è collegato alla natura fa parte della natura e a modo suo partecipa al rinnovamento causato dalla mutata posizione del pianeta sentendosi spinto a fondere il sacro con il profano.

Don Alfonso spense la sigaretta schiacciandola sotto la scarpa roteando il piede, poi infilò la mano nel taschino interno della giacca tastando il portafoglio quasi a rassicurarsi della sua presenza. Oltre al versamento degli assegni, gli premeva assicurarsi se la somma pattuita con l’assessorato ai lavori pubblici le fosse stata accreditata come da delibera comunale approvata in sede di bilancio. Quei soldi dovevano essere girati all’immobiliare “La Superba” come acconto per il villino in costiera, così caro a sua figlia Maria, entro venerdì 12, altrimenti addio affare e… e poi si sarebbero dovuti organizzare i lavori per la ristrutturazione…. Preparare le relative richieste di autorizzazioni, tutti i preventivi… uff !!!

-Devo pensare a tutto io! – Si ripeteva, gongolandosi ed innervosendosi allo stesso tempo. Girato l’angolo, poco prima della Banca del Tirreno una figura lo chiamò:

-Signore, fate la carità ve ne prego, solo qualche moneta! Per me e per mio figlio.

L’uomo fermò i suoi pensieri di scatto e per un istante incrociò quel paio di luminosi occhi azzurri, profondi come il mare; ma nonostante tutto la risposta uscì lapidaria:

-Spostati, non ho spiccioli.

Mentre la porta automatica dell’istituto di credito rimaneva chiusa per permettere al metal detector di fare il suo lavoro, la mente di Alfonso venne invasa da un sentimento strano, qualcosa che proveniva direttamente dal suo cuore con un impeto ed una forza talmente inusuali al suo modus agenti che quegli attimi intrappolato dal sistema di sicurezza le sembrarono una vita. Repentino decise di non entrare in banca, ma di riuscirne per arrivare da quella donna e soffocare quel rimorso di coscienza che stava già cominciando a bruciargli dentro. Allungò il passo, respirò affannosamente, ma girato l’angolo non vi era più nessuno. Il muro dove quella ragazza era appoggiata era deserto, lui girò la testa a destra e sinistra cercando quegli occhi, sperando di intravedere il rosso di quel vestito consunto, le manine del bambino, ma nulla; gli parve solo di percepire un delicato profumo che lo riportò ancora una volta a quegli attimi che adesso vedeva così scellerati.

-E’ il profumo di quella donna! – si ripeteva.

-Dove sei?!? – ripeté più volte girando intorno all’isolato.

-Una donna con in braccio un bimbo? No, mi spiace don Alfonso qui non è passato nessuno. - confermò il vigile urbano.

L’uomo rassegnato portò allora tutte due le mani al capo sfregandosi tenacemente il volto e tutti i capelli corvini ancora unti di brillantina.

Con gli occhi sbarrati ed il cuore in fiamme dal rimorso e carico di paura, s’avviò verso casa ripetendo continuamente:

-Non era una mendicante, non lo era ne sono sicuro! Chi era?!? Chi sei?!

Senza usare le chiavi suonò il campanello, la moglie aprì e mantenendosi allo stipite della porta per non cadere a causa dello shock esordì:

-Alfonso, ma che è successo?! Oh mammamia, ma tu hai i capelli tutti bianchi! Oh Gesù ma che t’hanno fatto ai capelli?!?

-Lasciami stare, Carme’! Lasciami stare – ripeté due volte prima di raggiungere la finestra che dava sul centro storico oramai deserto all’ora di pranzo.

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