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Una storia di Gennaro

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...ma il problema fossero gli incubatori???

Pubblicato il 15 settembre 2017

Ho visto che in questo periodo va di moda condividere la propria visione sull'ecosistema delle startup, così ho pensato: chi sono io per negare al mondo anche la mia di visione? E poi che hanno Nicola ed Enzo più di me :-D?

In primissima istanza ho pensato di scrivere in sanscrito giusto per "mettermi sopra" ad Enzo (magari una quarantina di pagine) o di cercare su wikipedia tutte le citazioni più fighe per confrontarmi con Nicola... ma poi avendo sempre mangiato bread and peppers (pane e puparuoli) ho deciso di farvi lo sconto e propinarvi queste poche righe.

In primo luogo non parlerò degli incubatori o accelaretaori o inculator (i?), sia per un evidente conflitto d'interessi, sia perché nell'ambito dello sgangherato ecosistema italiano che funziona male (o molto male), proprio di questa tipologia di attori ne esistono a sufficienza, anche troppi. Per questo motivo chi avesse un progetto valido in mano, ha addirittura l'opportunità di scegliere a chi rivolgersi mettendoli in concorrenza tra loro. Per questo motivo piuttosto di ragionare su cosa si può (e dovrà) migliorare nel mondo degli incubatori, preferisco ragionare su cosa manca per completare la filiera...in particolare io ragionerei maggiormente sui soldi (deformazione professionale :-D), in particolare quelle somme di denaro necessarie a portare alla maturità le startup: il seed.

In questi pochi anni in cui navigo in questo complesso mondo delle startup ho capito poche cose (e neanche fino in fondo :-P) e sono:

1. la maggior parte dei progetti non valgono neanche il tempo che ho impiegato per leggere la mail o parlare con il founder

2. in fondo in fondo alla maggior parte delle startup non va di investire, spesso pensano che l'idea sia sufficiente a fare banco e si aspettano che gli altri investano

3. l'offerta di denaro, sopratutto sui round A, è superiore (e non di poco) alle startup meritevoli di essere finanziate

4. l'Italia è poco concorrenziale sui round A "solo" per valutazioni mediamente più basse (ma non di molto, diciamo 15/20%), non per la qualità degli interlocutori o la disponibilità di denaro (per i round successivi non ho esperienza quindi non ne scrivo)

5. la maggior parte delle poche buone (ma che non hanno ancora dimostrato di essere eccellenti) startup muoiono nella culla per la mancanza del seed

Dall'inizio dell'attività ho sempre pensato che, avendo una buona conoscenza dei mercati e dei settori riducendo così il rischio, l'investimento seed (anche preseed) per quanto rischioso è quello più redditizio per la "classe media" degli investitori, eppure non è semplicemente poco coperto, ma scoperto. A mio avviso ci sono dei fattori:

1. incentivi fiscali insufficienti: chi investe solitamente non guarda allo sconticino messo dallo stato, ma aiuterebbe se fosse sostanzioso. La maggior parte degli investimenti che ho visto fare (miei inclusi) sono effettuati mediante persone giuridiche (il perché è da ricercarsi nella tassazione in fase di uscita e nella volontà dei più di farlo in modo sistematico) per le quali il 30% di detrazione non è da considerarsi minimamente incentivante (parliamo di uno sconto sulle tasse c.a. del 7% di quanto investito).

2. i professionisti di questo settore (SGR in primis) a mio avviso non riescono a far quadrare i conti per aprire un fondo su questo segmento...mi spiego meglio: le SGR hanno una struttura molto costosa a causa della regolamentazione a cui sono sottoposte che è molto rigida (gestiscono i soldi di altri...ci stà). Ogni fondo che attivano ha nuovi costi "tutti suoi" in aggiunta. Considerando che per la mera gestione del fondo una SGR (credo...) si porti a casa il 2/2,5% l'anno sul capitale raccolto, se avesse una struttura di gestione da 300K dovrebbe tirar su un fondo da almeno 15M solo per "campare". Fare investimenti seed da 200K vorrebbe dire farne 75, il che implicherebbe una struttura di analisti per guardarne almeno 1000(?) e seguirne 75 che certamente non mantieni con i famosi 300K, costringendoti ad alzare il target di raccolta...un gatto che si morde la coda insomma :-(

3. rimangono i club deal: in questo caso si tende a mettere intorno al tavolo attori che, in qualche modo, lavorano in un settore affine alla startup proposta con la speranza che, conoscendo bene quel mercato, gli investor riescano ad immaginare i soldi che la startup potrà fare visto che in quella fase non ne fa :-). Quando c'è questa alchimia, si raccoglie :-)... quindi posso dire che il club deal funziona, ma è veramente un processo lungo, complesso e dispendioso, sopratutto difficilmente replicabile con continuità.

4. quello delle startup non è un mercato liquido: chi investe ha difficoltà a disinvestire! Nel segmento dei privati (o piccole aziende) il timore di non poter rientrare in possesso della liquidità in tempi ragionevoli (o quando serve in emergenza) è un grande freno.

5. lo Stato fa tante cose che, se messe in fila, sono molto utili (co-fidejussione MCC, Smart&Start, credito d'imposta per R&S, ...), ma non riesce a lavorare sul rischio, ovvero sul rischiare con l'imprenditore. Io ho un'idea che lo stato non lo deve fare, ma deve supportare chi è in grado di farlo. Perché? Semplicemente perché deve essere un investimento e non un sussidio, chi sceglie deve avere la forza di poter discriminare e mettere la propria faccia (e magari il proprio portafogli) nello stesso investimento in cui tira dentro lo Stato (e quindi tutti noi). Alcuni esperimenti regionali a mio avviso hanno funzionato, ma si può sempre migliorare.

Chi ha letto con attenzione noterà che non ho detto che i soldi non ci sono...quelli non mancano. Il mercato è pieno di liquidità e, paradossalmente, mai come in questo periodo non ci sono investimenti classici che attraggano tutta la liquidità presente su mercati.

A differenza dei miei predecessori non ho una conclusione e non ho una ricetta, ma sono convintissimo di aver centrato il problema sul quale dover lavorare. Sarebbe bello aprire una tavola rotonda per identificare e realizzare una soluzione al seed financing che, probabilmente, farebbe fare un salto di qualità a tutto il comparto, inclusi quegli incubatori che, a detta di alcuni, zoppicherebbero o non avrebbero capito che strada intraprendere.

Io ad un tavolo del genere mi siedo con piacere :-)

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