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Una storia di StefaniaCastella

Nel cassetto dei ricordi

Come il primo giorno

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Pubblicato il 01 febbraio 2018 in Storie d’amore

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“I miei occhiali, dove sono i miei occhiali? Come faccio ora senza i miei occhiali”

“Sara torniamo, il mare si è ingrossato, pioverà, rientriamo dai”

“Ho bisogno dei miei occhiali, io devo sistemare i miei appunti, non vado da nessuna parte senza i miei occhiali”.

Da nessuna parte. Ecco non andiamo da nessuna parte. Mi rassegno, mi siedo sulla sabbia che mi accoglie dura mentre sbuffo, mi tuffo nel ristoro di una mano sulla faccia, per un attimo di black out. Non voglio pensare. Non andiamo da nessuna parte. Stiamo qui. E lei è lì davanti a me, bella com’è. Come se nulla l’avesse scalfita, fuori poco o nulla l’ha cambiata nonostante la tempesta.

Sara ha quasi 45 anni, una bimba di quasi cinque, me che ho soffiato la 48esima candelina come fosse la centesima, che nell’ultimo anno il tempo è diventato uno spazio largo e lunghissimo, infinito. Sono passati vent’anni da quando abbiamo varcato convinti la porta di quella Chiesa enorme, semivuota. Penso a quel giorno, alla febbre che avevo addosso e pensavo che doveva essere quello che mi faceva tremare, poi l’ho vista, e ho tremato di più e ho capito che non era per la febbre, non avevo mai visto una cosa perfetta come il suo passo, il movimento del suo vestito, il braccio di suo padre incastrato emozionato nel suo. Mai visto o forse solo in qualche film. Congelo quel momento in un cassetto della memoria, prima che mi assalga la paura di vederlo svanire, la paura più forte che si sia mai insinuata nella mia, nella nostra vita. Sara era la ragazza che studiava mangiandosi penne e pagine di appunti, e sognava un sacco di cose, come negli ultimi esami che ci tenevano svegli pensando al futuro, ai progetti impossibili, lo studio di architettura, il viaggio in Messico, il baretto su una spiaggia a metà tra la terra e il paradiso, lei era il motore che faceva funzionare ogni cosa. Ogni pensiero folle, detto da lei, con i suoi occhi trasparenti e decisi, ogni cosa che le attraversava la bocca sembrava possibile. E forse lo era stato, un tempo era stato tutto possibile. Il piccolo studio in cui ci dividevamo lo spazio, le cose messe insieme un passo dopo l’altro. Il primo Natale dei primi mesi di mutuo con l’albero spoglio e solo un piatto di tortellini a tavola. Le giornate che volavano, il lavoro che piano si avviava, le notti in cui non esistevamo che noi. Il divano dal colore terribile scelto tra mille tutti uguali, quello dove “facciamo che sia femmina ok?”. E fu una femmina, la più bella di tutte. Con gli occhi trasparenti come i suoi, i miei capelli ingestibili, il suo naso a patata, il mio sorriso. Viola, tonda, come un’albicocca, sempre felice, un uragano a ingarbugliare le carte, i disegni, la scrivania di mamma e papà. Una vita come tante, dalla felicità semplice che forse agli Dei in qualche modo aveva dato fastidio quando all’improvviso tutto cambiava. Agli Dei o forse no, forse certe cose non hanno una spiegazione e basta.

Benedetta maledizione. “Ricordi?” No non ricordi e forse è meglio così, io ricordo sì. Ricordo la pioggia di quel giorno.

-Avevo scordato l’ombrello, io…-

Fradicia sull’uscio della camera da letto, ferma per un tempo indefinito a guardare la mia vergogna, la prima e unica volta che non so perché o per come io e quella tipa che avevo incrociato qualche volta allo studio, per una stupida inutile scopata, accartocciavamo tutta la vita buttandola in fondo a un cestino. Per un solo attimo avevo perso tutto. Sara non disse niente, il suo sguardo parlava per lei. Uscì quella sera con una borsa grossa di vestiti improvvisati, infilati di getto, e un fagotto tra le braccia.

-Starò con mia madre per un po’-

Rimasi solo in quella casa, per settimane che divennero mesi, solo senza le corsette di Viola i passi leggeri di Sara. Solo senza l’odore bellissimo della donna che amavo ancora.

Eravamo a due passi dal mare, in uno di quei baretti che affacciano sulla spiaggia, il giorno in cui dopo aver sbollito la rabbia accettò di incontrarmi. Un caffè per tornare a guardarsi di nuovo negli occhi, un motel a due passi dalle pareti “dal colore improponibile” disse seria e tornammo dove avevamo lasciato il nostro tempo. Fino al giorno in cui tutto si divise e sembrò cancellare il prima, dividendolo per sempre da un dopo indefinibile.

-E la casa sarà a due passi dal mare proprio vicino a quella della nonna, così faremo lunghissime passeggiate con lei. Sarà bellissimo-

Sara pettinava i capelli lucidissimi di Viola, una nuvola di profumo, di talco, il tepore di un bagno caldo, l’odore lieve del bagnoschiuma, la nebbiolina che appannava lo specchio, il vapore mi aveva accolto al ritorno a casa. Rimasi incantato dalla bellezza delle mie dolcissime donne, pensai che quasi non meritavo tutta quella meraviglia, intercettai un secondo del discorso e restai turbato cercando di non rovinare comunque quell’attimo, ci sarei tornato poco dopo.

-Perché hai detto quella cosa? -

-Quale cosa? -

-Della casa, di tua madre-

-Mi sembrava una bella idea. E’ bello lì. Saremmo felici lì, anche lei-

-Lei, chi? -

-Paolo, mia madre, sarebbe felice di saperci vicini a lei…-

-Sara, cosa dici? Sara tua madre...-

Sua madre era andata via, via per sempre un mese prima. Forse non aveva ancora elaborato il lutto, forse…

-Credo che bisognerebbe spiegare a Viola, qualcosa, e …-

Non ebbi il coraggio di continuare, solo dopo capii che Sara non ne aveva parlato, semplicemente perché l’aveva dimenticato. E cominciò così un crescendo di piccoli e grandi vuoti, piccoli spazi in cui finiva un appuntamento, una data, una cena, un incontro. Tutto risucchiato da un enorme imbuto. Il ritardo in ufficio se non l’accompagnavo, ritrovarla a metà strada con lo sguardo perso nel vuoto. Le telefonate nel bel mezzo del pomeriggio per ricordarle di prendere Viola, quelle delle maestre per ricordarci di prendere Viola. Giorni di assenza totale, di panico. Fino alla decisione di affrontare tutto, smettere di fingere che fosse tutto sotto controllo.

-Mi spiace, come sospettavamo, è un esordio precoce. Succede, come dire ad un caso su dieci. Ci saranno progressivi peggioramenti, a causa della degenerazione graduale dei tessuti cerebrali. E’ brutale immagino, ma è giusto che siate coscienti del percorso, che lo affrontiate preparati-

Ascoltavo le parole del professore osservando i movimenti ritmici del dito che sistemava gli occhiali sul naso lo sguardo mai fermo, mentre Sara sembrava quasi assente, come non avesse capito del tutto il discorso fatto per prepararci ad un futuro che in quel momento mi sembrò impossibile da affrontare.

-Cerchi di starle vicino-

-Dimenticherà tutto? Anche noi? -

-Nessun paziente è simile ad un altro, dottor De Santis, deve aspettare dobbiamo aspettare, pazientare aiutarla a ad affrontare i cambiamenti che verranno. Per ora è così-

Tornammo con un macigno sul cuore, col bisogno di resettare tutto. Tenevo la donna che amavo accanto, tirandola ad ogni passo come quasi avesse dimenticato il modo in cui tenere i passi. Non riuscivo a pensare che a Viola, a noi, a che cosa sarebbe stato domani. Ogni giorno sembrò un anno, ogni istante, un pezzo perduto per sempre. Fermammo lo studio per un po’ decidendo che la casa al mare da prendere in affitto fosse una buona idea, per staccare. Facevamo lunghe passeggiate, io tenevo entrambe d’occhio senza mai perderle di vista. Sara prendeva appunti, segnava giorni, ore, date, piccole frasi su un taccuino dal quale non si separava mai. Diceva che era un modo per fermare le cose che sembravano fuggire via. Viola cresceva improvvisamente, le teneva la mano, la accompagnava come si fosse ribaltato tutto, come fosse stata lei la mamma. Le pettinava i capelli, la tirava via dalla riva per non farle bagnare i piedi. Per una frazione di secondo uno di quei giorni immensi, mi prese un moto di tristezza, Sara non voleva l’aiuto di nessuno, io da solo non ce la potevo fare. Ero stanco, le guardavo camminare sfiorando le onde. Cominciai a perdermi tra i pensieri, il movimento ipnotico dell’acqua mi portò via per un secondo. Mi sentivo così egoista ad avere bisogno di chiudere gli occhi per smettere per un attimo di pensare. Tirai su gli occhi e Sara era sola. Mi prese l’angoscia da farmi scoppiare la testa. Mi alzai correndo verso lei.

-Dov’è? Sara dov’è Viola? Era qui con te, cazzo, Sara-

Lei scuoteva i capelli lunghi sulle spalle, mi guardava senza vedermi, sentii salire la rabbia e la paura, urlai, da togliere la voce, correndo e lei dietro di me, senza capire. Passarono interminabili minuti che sembrarono ore, quando la vidi spuntare in lontananza

"Avevi dimenticato gli occhiali mamma vedi laggiù. Te li ho ripresi come fai senza?”

Crollai in ginocchio ai piedi della piccola, stanco felice di poterla stringere ma stanco ero troppo stanco.

Un istituto, mi dicevano che quella poteva essere una soluzione. Io non volevo un istituto per lei, non potevo pensare di vederla lontana, come un involucro, come si deposita una scatola senza più nulla dentro. Siamo fatti di ricordi, ogni pezzetto di quello che siamo lo abbiamo costruito e incastrato tra milioni di altre cose, Sara perdeva ogni cosa costantemente. Ma tenerla lontana non poteva essere la soluzione.

Ci affidammo ad una donna, per badare a Viola e aiutare lei, che spesso non ricordava chi fosse. Viola sembrò trovare la sua dimensione con un papà che ogni tanto si faceva prendere dallo sconforto e una mamma che sembrava improvvisamente tornata piccola: “E’ come il fratellino di Luisa, la mia compagna di banco. Bisogna insegnarle le cose papà. Poi le dimentica, e allora noi gliele ricordiamo ancora e ancora. Vedi stava dimenticando il mio compleanno, ma poi basta che le facciamo vedere un disegno una foto e così lei ricorda. Ci vuole solo un po’ di pazienza"

Aveva cinque anni e mi spiegava come andare avanti, aveva capito ogni cosa e mi sembrò di vedere sua madre, attraverso le sue labbra ogni cosa era diventata semplice e possibile. Le insegnava i passi che prima facevano insieme ridendo, quando cominciavano a ballare e cantare in giro per casa. Le spiegava i colori, e come si chiamano le cose, lei ascoltava poi dimenticava si annoiava, e così finivano per ridere, insieme cercando un equilibrio su quell’abisso.

La spiaggia era il nostro riparo, un rifugio, il suo rifugio. Sara continuò ancora ad uscire, a volte pretendendo di raggiungerla da sola, io la seguivo, le stavo a due passi, una passeggiata dopo l’altra, sapevo che prima o poi sarebbe successo.

Vidi il suo sguardo più vuoto, diverso, bellissimo e vuoto, lontano come ad afferrare chissà quale pensiero. La guardai più forte, come a stringerla senza sfiorarla.

-Mi scusi sa, ho perso gli occhiali. Li perdo sempre-

-Se vuole l’aiuto- Le dissi.

-Lei è molto gentile. Grazie devo prendere i miei appunti, Non posso senza gli occhiali. -

-Devono essere appunti molto preziosi-

-Oh sì lo sono. Io bè, scrivo tutto, io. Io credo di avere qualcosa, una strana malattia sa, mi fa dimenticare le cose, e sa che non ricordo come si chiama, non so proprio che malattia sia, non lo ricordo proprio. La conosce, lei saprebbe dirmi il nome? -

- No, proprio non lo so. Davvero proprio mi sfugge-

Camminammo a lungo su quella riva. Camminammo per altri giorni, ogni giorno, ricominciando ogni giorno come fosse sempre il primo giorno, ogni giorno, Come il primo.

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