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Una storia di LuigiMaiello

Le tante lezioni che ci lascia Umberto Eco.

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Pubblicato il 20 febbraio 2016 in Giornalismo

Tags: apocalitticieintegrati lezioniumbertoeco scrittura semioticaumbertoeco umbertoeco

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“Pensa ad un fiume, denso e maestoso, che corre per miglia e miglia, e tu sai dove sia il fiume, dove l'argine, dove la terra ferma.

Ad un certo punto, il fiume, per stanchezza, perché ha corso per troppo tempo e troppo spazio, perché si avvicina il mare, che annulla in sè tutti i fiumi, non sa più cosa sia. Diventa il proprio delta.

Rimane, forse, un ramo maggiore, ma, molti se ne diramano, in ogni direzione, ed alcuni riconfluiscono gli uni negli altri, e non sai più cosa sia origine di cosa, e, talora, non sai cosa sia fiume ancora, e cosa già mare...”

Il nome della rosa, Umberto Eco.

Con la morte di Umberto Eco il mondo perde uno dei suoi più importanti uomini di cultura contemporanei e a tutti noi mancherà il suo sguardo sulla realtà.

Prima di continuare l'articolo devo fare una confessione: non ho mai letto Il nome della rosa di Umberto Eco e so che devo rimediare al più presto a questa grave mancanza.

Allo stesso modo vi dico che ho "incontrato" lo sguardo severo di Umberto Eco tante volte nel corso dei miei studi in comunicazione e anche negli anni successivi.

In tutti gli esami in cui si parlava di comunicazione, semiotica, mass media, cultura di massa, filosofia del linguaggio, ecc., lui c’era e ci sarà per molti altri ragazzi che vorranno studiare queste materie.

Nato ad Alessandria il 5 gennaio del 1932, ha realizzato numerosi saggi di estetica medievale, linguistica e filosofia, oltre ad essere autore di romanzi di successo come “Il nome della Rosa", "Il pendolo di Foucault" e in ultimo di “Numero Zero”, pubblicato nel 2015.

Da sempre portatore di uno sguardo critico sulla società, le sue parole riguardo i Social Network, pronunciate al termine del conferimento della Laurea Honoris Causa in Comunicazione e Culture dei Media dell'Università degli Studi di Torino, causarono molte polemiche:

«I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli».

Secondo voi aveva torto? Basta guardare alcune pagine e profili sui social network per rendersi conto di come alcuni personaggi trovano là legettimazioni e seguito, anche quando dicono tante stupidaggini, per non parlare delle offese personali, razziali,sessuali, ecc.

«La tv aveva promosso lo scemo del villaggio rispetto al quale lo spettatore si sentiva superiore. Il dramma di Internet è che ha promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità»

Con quest'articolo non è certo mia intenzione riassumere il pensiero di Umberto Eco, né saprei farlo in modo esaustivo, ma voglio solo ricordare e condividere alcuni punti che ritengo molto utili. Inizio subito.

Il testo è una macchina pigra.

Cosa significa questa affermazione? Che il significato di un testo non è prestabilito, bensì un ruolo fondamentale è quello assunto dal lettore/fruitore, che, grazie all’interpretazione, è in grado di restituire voce al testo. E’ quindi il fruitore a dare senso a quel testo, che non ha un significato univoco.

Eco è stato tra i primi critici della prospettiva strutturale "ortodossa" e ha messo in discussione che un testo sia la manifestazione di strutture ontologiche, significative di per sé e indipendentemente dalle letture che di esso si possano dare.

Per lo studioso le strutture che danno valore ai testi hanno valore euristico e sempre provvisorio, quindi la costruzione del senso di un testo si gioca nel processo dialettico che si attiva tra le strutture retorico-testuali e le strategie di interpretazione del lettore.

E' questo il principio della cooperazione interpretativa nei testi narrativi.

Autore e lettore modello.

Se il senso del testo si compie soltanto quando il testo è letto, evidentemente uno scrivente non sprovveduto cerca di prefigurarsi il modello del proprio lettore. In questo modo, immagina quale può essere l'attualizzazione modello del proprio testo. In caso contrario, il senso del suo testo rimane affidato all'incontro casuale del suo testo con un lettore empirico qualsiasi.

Durante la stesura di un testo, c’è quindi un autore in carne e ossa, detto autore empirico, che definisce quale immagine vuole dare di sé al lettore (definisce cioè l'autore modello). Questi stabilisce a sua volta un lettore modello, un individuo immaginario che potrebbe leggere il suo testo.

Secondo Eco, il lettore modello, prodotto diretto del testo

“non è colui che fa l'unica/giusta congettura. Un testo può prevedere un lettore modello che può fare infinite congetture. Si tratta di una serie di condizioni che devono essere soddisfatte affinché il testo possa esprimere interamente il suo contenuto potenziale: ci si aspetta che il lettore modello possa interpretare a fondo il testo – o meglio, in un modo simile a quello usato dall'autore per crearlo – ed essere d'accordo nel rispettare le regole che crea [il testo] per […] ricavarne una comprensione coerente.”

Ad esempio, questo significa che, anche se il lettore empirico di Cappuccetto Rosso sa perfettamente che i lupi non parlano, perché la fiaba abbia senso il lettore modello deve accettare non solo le regole che questa fiaba impone, ma anche l'esistenza di un mondo in cui gli animali sanno parlare. Eco afferma che “ci sono determinate regole nel gioco, e il Lettore Modello è qualcuno desideroso di giocare a questo gioco".

Il concetto del lettore modello viene molto ripreso anche a livello di blogging. In questo caso però si parla Buyer Personas: quel lettore/cliente ideale a cui si vuole far svolgere una determinata azione.

La metafora dell'enciclopedia.

Il processo cognitivo che porta all'identificazione del significato è legato all'attivazione di porzioni del sapere culturale complessivo di un soggetto, in ragione delle esigenze contestuali.

Questo significa che nella defizione del significato influiscono l'uso di concetti legati alla nostra generale esperienza o conoscenza del mondo, a stereotipi e strutture culturalmente predefinite che abbiamo appreso nel tempo e/o da altri testi (competenza intertestuale).

Mass Media e Cultura di Massa.

Fenomenologia di Mike Bongiorno.

"Lo scemo del villaggio" di cui parlavamo prima è proprio lui: Mike Buongiorno.

Questo saggio di Umberto Eco è molto interessante perché si può considerare uno dei primi esempi di critica televisiva. Analizzando dal punto di vista semiotico le ragioni del successo del presentatore, viene articolata una disamina degli effetti sociologici prodotti dalla televisione in Italia e soprattutto dell’appiattimento mentale prodotto nella massa dei telespettatori da un certo tipo di sottocultura televisiva.

Ad assumere particolare rilievo è la mediocrità, che permette allo spettatore di non sentirsi inferiore rispetto al personaggio dello schermo.

"Non provoca complessi di inferiorità, pur offrendosi come idolo, e il pubblico lo ripaga, grato, amandolo".
"Egli rappresenta un ideale che nessuno deve sforzarsi di raggiungere perché chiunque si trova già al suo livello"

Una critica veniva portata anche alle tante "gaffe" del presentatore, che secondo Eco non erano spontanee, bensì preparate, proprio per portare dalla propria parte il telespettatore facendolo sentire in un certo senso "meglio di lui". Questa pratica delle gaffe è stata ripresa molto, soprattutto da alcuni politici, per rendere la propria figura più "alla mano".

Apocalittici e Integrati

“Apocalittici e Integrati” (1964) è il titolo del famoso saggio di Umberto Eco, che si sofferma sull’osservazione degli aspetti positivi e negativi della società industriale, del consumismo e soprattutto sulla “informazione di massa”.

In particolare si indagano gli effetti dei media sulla produzione culturale.

Il libro è organizzato come una raccolta di saggi diversi sull'argomento.

Il primo si intitola "Cultura di massa e livelli di cultura" in cui vengono esposti i principali argomenti a sostegno e contro la cultura di massa.

Tra gli aspetti negativi della cultura di massa vengono elencati:

- andare incontro al gusto medio diminuisce l'originalità;

- la letteratura di massa è caratterizzata dall'omologazione culturale;

- i prodotti mass-mediali sono sottomessi a leggi di mercato, diventando oggetto di persuasione pubblicitaria;

- la compresenza di informazioni culturali e gossip;

- la concezione di visione passiva e acritica del mondo, che scoraggia lo sforzo individuale e comporta anche l'impegno del tempo libero solo a livello superficiale;

- il lavoro della mente è rivolto a opinioni comuni (endoxa), perché la gente ama il conformismo di costumi, valori e principi sociali.

Tra gli aspetti positivi della cultura di massa invece troviamo che:

- non è identificabile con regimi capitalistici, ma è anche espressione di democrazia popolare;

- la cultura si apre a categorie sociali che prima non vi accedevano;

-spesso l'informazione è sovrabbondante, ma ciò può dare una parvenza di formazione a persone che prima non ne avevano;

- soddisfa la necessità di intrattenimento;

- permette la diffusione di opere culturali a prezzi molto bassi;

- i mass-media sensibilizzano l'uomo nei confronti del mondo: aprono scenari prima negati.

Possiamo notare il tentativo di Umberto Eco di creare positività in un termine spesso usato con accezione negativa. Se siamo inseriti in una società industriale non ci si può staccare dai media. L'industria culturale di per sé non è negativa, ma lo è il consumismo, che vede il libro come oggetto di merce: quando però esso veicola dei valori diviene strumento efficace per la sua diffusione.

La tesi di Umberto Eco è che, dal momento che la società industriale prevede dei mezzi di comunicazione di massa, piuttosto che criticarli l'intellettuale deve domandarsi quali azioni sono possibili per far sì che possano veicolare valori culturali.

Bisogna anche contestualizzare quest'opera nel periodo in cui è stata pubblicata, ovvero quando la televisione si affacciava sulla società con tutti i suoi risvolti e tanti media, in primis i social, non erano ancora presenti.

Vi lascio con un piccolo regalo.

Dal 1985, Eco ha curato la rubrica La Bustina di Minerva per il settimanale L'Espresso, in cui trattava argomenti che spaziavano dalla storia alla letteratura, dall'attualità alla scienza.

Nel 2000, la casa editrice Bompiani ha raccolto i suoi contributi in un'antologia omonima.

Ecco una raccolta dei suoi consigli migliori tratta dall'antologia La Bustina di Minerva, che ironizza sui peggiori errori commessi quando si scrive in italiano.

1. Evita le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi.

2. Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, che lo si usa quando necessario.

3. Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata.

4. Esprimiti siccome ti nutri.

5. Non usare sigle commerciali & abbreviazioni etc.

6. Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del discorso.

7. Stai attento a non fare… indigestione di puntini di sospensione.

8. Usa meno virgolette possibili: non è “fine”.

9. Non generalizzare mai.

10. Le parole straniere non fanno affatto bon ton.

11. Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: “Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu.”

12. I paragoni sono come le frasi fatte.

13. Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere è superfluo (per ridondanza s’intende la spiegazione inutile di qualcosa che il lettore ha già capito).

14. Solo gli stronzi usano parole volgari.

15. Sii sempre più o meno specifico.

16. L’iperbole è la più straordinaria delle tecniche espressive.

17. Non fare frasi di una sola parola. Eliminale.

18. Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un serpente.

19. Metti, le virgole, al posto giusto.

20. Distingui tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti: anche se non è facile.

21. Se non trovi l’espressione italiana adatta non ricorrere mai all’espressione dialettale: peso el tacòn del buso.

22. Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono “cantare”: sono come un cigno che deraglia.

23. C’è davvero bisogno di domande retoriche?

24. Sii conciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di parole possibile, evitando frasi lunghe — o spezzate da incisi che inevitabilmente confondono il lettore poco attento — affinché il tuo discorso non contribuisca a quell’inquinamento dell’informazione che è certamente (specie quando inutilmente farcito di precisazioni inutili, o almeno non indispensabili) una delle tragedie di questo nostro tempo dominato dal potere dei media.

25. Gli accenti non debbono essere nè scorretti nè inutili, perchè chi lo fà sbaglia.

26. Non si apostrofa un’articolo indeterminativo prima del sostantivo maschile.

27. Non essere enfatico! Sii parco con gli esclamativi!

28. Neppure i peggiori fans dei barbarismi pluralizzano i termini stranieri.

29. Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt, Niezsche, e simili.

30. Nomina direttamente autori e personaggi di cui parli, senza perifrasi. Così faceva il maggior scrittore lombardo del XIX secolo, l’autore del 5 maggio.

31. All’inizio del discorso usa la captatio benevolentiae, per ingraziarti il lettore (ma forse siete così stupidi da non capire neppure quello che vi sto dicendo).

32. Cura puntiliosamente l’ortograffia

33. Inutile dirti quanto sono stucchevoli le preterizioni.

34. Non andare troppo sovente a capo.

Almeno, non quando non serve.

35. Non usare mai il plurale majestatis. Siamo convinti che faccia una pessima impressione.

36. Non confondere la causa con l’effetto: saresti in errore e dunque avresti sbagliato.

37. Non costruire frasi in cui la conclusione non segua logicamente dalle premesse: se tutti facessero così, allora le premesse conseguirebbero dalle conclusioni.

38. Non indulgere ad arcaismi, hapax legomena o altri lessemi inusitati, nonché deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiano come altrettante epifanie della differenza grammatologica e inviti alla deriva decostruttiva – ma peggio ancora sarebbe se risultassero eccepibili allo scrutinio di chi legga con acribia ecdotica – eccedano comunque le competenze cognitive del destinatario.

39. Non devi essere prolisso, ma neppure devi dire meno di quello che.

40. Una frase compiuta deve avere.

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