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Una storia di Giovanna.vannini.5

E ancora si beve caffè

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Pubblicato il 20 marzo 2018 in Altro

Tags: caff chicco racconto ricordi

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Apre la porta, l’inconfondibile fragranza investe le sue narici in attesa. Ad occhi chiusi, respira l’aroma pungente e delicato, come se con quello volesse amoreggiare. Poi, si dirige al pannello delle luci e tira su, uno dopo l’altro, i tasti delle varie utenze: calore, bancone, sala, magazzino, bagno e insegna, fino a che ogni spazio, visibile e non, risulta illuminato.

“Chicco e caffè” il nome del locale. Una scritta in corsivo a grandi lettere di ottone brunito, illuminata da una serpentina di led crepuscolari, posti dietro, che si accende dopo ogni tramonto.

E’ qui che dal lunedì al venerdì, dalle 6 alle 12, con due chiusure per ferie a metà febbraio e metà agosto, Valerio Corsini, pensionato, ha reinventato la sua vita.

Alle 5.30 è già al suo posto, semplice e sobrio nella sua divisa da “banconiere del caffè”: camicia color tortora, cravattino bordeaux, pantalone e grembiale color testa di moro.

Subito mette in pressione la macchina per l’ espresso e appena questa dà segni di vita, le fa fare i soliti quattro caffè di rodaggio per farla scaldare e per il Signor Giovanni, primo cliente della mattina:

“Valerio carissimo buongiorno! Anche per oggi ho messo i piedi fuori dal letto!”

“Speciale! Speciale come al solito!” – mentre con la punta del cucchiaino raschia il caffè rimasto in fondo alla tazzina –

“ A domani, carissimo, stessa ora, stesso caffè!”

Da dietro al bancone Valerio sorridendo, gli fa eco.

E’ un’atmosfera da casa in risveglio quella che avvolge la clientela più mattiniera del “Chicco”, così ribattezzato dai suoi clienti abituali. Una luce soffusa accarezza gli occhi assonnati, un sottofondo di musica classica solletica l’udito, l’aroma di caffè e fragranze pasticcere mobi-lita l’olfatto.

Ha settant’anni Valerio, fisico massiccio, mani grandi dai palmi ruvidi e le dita nodose, eredità di anni di marmo e scalpello, di guida di mezzi pesanti, di manovalanza edile.

Per convinzione scapolo, perché, dopo la passione consumata con appetito e maestria sotto le lenzuola, le promesse rimanevano promesse e mai si era voluto spingere oltre.

Per anzianità gli rilasciarono la licenza media, per disperazione il padre Ernesto lo spedì a Carrara dal fratello Luigi, esperto marmista. Impensabile e inaspettato, quello che riuscì, in poco tempo, a carpire Valerio del mestiere. Estro, precisione, manualità e senso estetico, furono la sua riposta a quell’arte antica e prestigiosa. Ma l’alchimia non durò che dieci anni, giusto il tempo di farsi un nome nell’ambiente, di iniziare a guadagnare con commesse tutte sue. Poi, fu la sua indole inquieta a dettar legge. Iniziò a non rispettare i termini di consegna del lavoro, in ritardo si presentava agli appuntamenti con i clienti, per intere giornate si rendeva irreperibile, costringendo lo zio a farsi carico dei suoi impegni e dei suoi debiti, visto che spendere prima di guadagnare era divenuta per lui un’abitudine.

Una mattina Valerio si presentò da Luigi; in una mano la patente da camionista, nell’altra la lettera di assunzione di una ditta estera che lavorava con macchine movimento terra in Australia. Il tempo di tornare a casa, scioccare i genitori con quella decisione e partire, con un biglietto di sola andata.

La mole appesantita di Valerio si fa corpo sinuoso da ballerino quando si muove dietro al bancone, in mezzo ai tavolini del locale. Le mani grandi si affusolano, si animano in gesti da orchestrale, mentre dosa la polvere nel filtro, con un leggero colpetto la pressa, porge la tazzina di caffè al cliente in attesa, come donasse un fiore. Anche il volto segnato da tempeste, trova pace, vanno in smeraldo i suoi occhi color del mare in inverno, gli si distendono i muscoli intorno alla bocca.

Corpo e anima mutano, si acquietano, quando ciò che si fa nutre, gratifica nel profondo.

Lungo la costa settentrionale australiana, Valerio guidò i bisonti d’acciaio. Migliaia di chilometri in solitario tra quelle immense distese di terra battute dai venti di monsone in estate e dagli alisei in inverno. Terra in bufera, che senza sosta si depositava sulla pelle, ostruiva il respiro, fino al giorno in cui tornò di nuovo il momento di cambiare.

Sono le 10, Valerio è in piedi dall’alba ma sembra avere ancora energia, e appagato sorride tra il tintinnio di tazze e piattini, continuando a servire l’amata bevanda scura. Una luce più intensa illumina ora il locale, affiancata dai raggi del sole che fanno capolino attraverso la vetrata. Le note di un jazz caldo, a discreto volume, prendono il posto di quelle classiche. Insostituibile, continua a spandersi nell’aria l’aroma di caffè.

A uno dei quatto tavolini, stile bistrò parigino, siedono le sorelle Fani, proprietarie dell’omonimo atelier di abiti da sposa, nella via adiacente. Sempre si ritagliano un momento di pausa da spendere sedute al “Chicco”. Fulvia, la maggiore, ha da un pezzo superato la cinquantina e un giorno, entrando in confidenza con Valerio, gli ha reso noto il suo stato da single. Di Valerio conosce in modo sommario i trascorsi di cuore e non disdegna le volte che s’intrattiene con lei al tavolino, a raccontarsi un po’.

Due caffè lunghi in tazza grande accompagnati da un piccolo vassoio di pasticceria secca, è ciò che le Signore Fani si fanno servire.

Quando Valerio tornò dall’Australia, si illuse di poter restare. Riprese in mano il suo lavoro di marmista collaborando con una impresa funebre della zona, ma quando un amico lo invitò a raggiungerlo in Venezuela offrendogli un posto da manovale, l’illusione ebbe fine e non poté fare a meno di accettare. I genitori, oramai anziani, vennero affidati alle cure di una signora moldava, presentata e consigliata da Gemma, la nipote, che durante tutti gli anni di latitanza del cugino, era stata per gli zii un punto fermo.

“Valerio, stamattina sto a pezzi!”- dice, entrando trafelato, Michele.-

“Ho la testa che mi scoppia! Che prendo? Che mi consigli?”- rivolgendosi a lui come al farmacista di fiducia.

“ Un rimedio efficace ci sarebbe.”

“Spara!”

“Caffè amaro ristretto con limone strizzato. Garantisco il risultato!”

“ Che dirti?... E’ un affronto al tuo caffè, ma se tu garantisci io mi fido!”

Le occhiaie sotto gli occhi nocciola di Michele, lasciano intendere che deve aver ecceduto con l’alcol ieri sera e di sicuro non solo con quello. Lui è così: locali notturni, belle donne, abiti firmati, portafoglio pieno, e un posto nell’azienda di famiglia, in cui finge di fare il responsabile marketing. Di regola parcheggia l’auto di grossa cilindrata in seconda fila, collezionando multe che il padre regolarmente paga, ma è un ragazzo generoso, e ogni volta che Valerio organizza una lotteria per beneficenza è tra quelli che acquistano più biglietti.

Se ne andarono a pochi mesi l’uno dall’altra, i genitori di Valerio, neanche un anno dopo dal suo definitivo rientro dal Venezuela. In quel breve tempo che da uomo maturo passò con loro, capì quanto la sua assenza li avesse, negli anni, resi fragili, malinconici, demotivati nel corpo e nello spirito. Mai glielo avevano fatto pesare, mai si erano lamentati, mai avevano tentato di dissuaderlo da quel suo peregrinare, e se la parola libertà ha per ognuno di noi un preciso significato, lui li ringraziò per avergli fatto conoscere il suo.

Un pomeriggio di novembre, di quelli corti e uggiosi, tornando casa dopo aver fatto la spesa al market del quartiere, Valerio si accorse di aver dimenticato di comprare il caffè.

Un flash, un tuffo, un’immagine sfuocata, iniziò a prendere forma nella sua memoria, quella più antica e in direzione di quel ricordo prese a camminare finché ci fu davanti. Una saracinesca chiusa, un’ insegna oscurata, ma ogni tassello di ricordo, andò a fuoco.

“Si vide bambino per mano alla mamma entrare nel negozio. “Magia di caffè”, diceva l’insegna, e di magico, all’interno, c’era tutto...Miscele di aromi dolci che illanguorivano gli stomaci di ogni età, colonne di vetro da cui scendevano migliaia di chicchi di caffè divisi per tipo e provenienza, che, pesati e macinati, finivano in sacchetti di carta lucida lunghi e stretti. Su di un lato del bancone, un contenitore di vetro ad ampolla con coperchio, custodiva la polvere di cacao, mentre la cioccolata fondente in stecche, formata da tre grossi quadrati, trovava posto all’interno di una bacheca trasparente, sul lato opposto. Vaniglia, zucchero a velo, burro, latte e mandorle, gli ingredienti delle innumerevoli confezioni di biscotteria artigianale, disposte sugli scaffali.

“Tre etti di caffè da macinare: due di Moka e uno di Robusta”- diceva la mamma non appena arrivava il suo turno....”

“ Buongiorno, faccio in tempo per un caffè o sta già chiudendo?”- domanda una giovane donna affacciandosi alla porta del locale, dopo aver letto l’orario d’esercizio-

“ Certo che è in tempo, si accomodi! Stavo solo iniziando a pulire, ma la macchina espresso è ancora accesa”- le risponde, garbato Valerio.-

“Meno male, perché avevo proprio voglia di un caffè! Sinceramente non dovrei nel mio stato, ma…”- mostrandogli orgogliosa la pancia in crescita sotto lo spolverino color fuxia.-

“ Stia tranquilla, glielo preparo leggero, così si sentirà meno in colpa.” – la rassicura Valerio con tono paterno.-

“ Ecco a lei.”

“Grazie! Mmmm…Buono! Mi ero scordata di quanto fosse buono il caffè!”

“ A quando il lieto evento se non sono indiscreto?”

“ Metà ottobre”

“ Maschio o femmina?

“ Maschio, Lorenzo”

“Bello Lorenzo, mi piace, conosco Lorenzi di tutte l’età!” “Allora avrà modo di conoscere anche questo! Tra una settimana io e il mio compagno ci trasferiamo qui, nel palazzo di fronte.”

“ Bene, sono proprio contento! C’è bisogno di coppie giovani nel quartiere! Già, ora che ci penso, mi avevano detto che c’era un appartamento libero., al secondo piano se non sbaglio?”

“Si, proprio quello! Carino, luminoso, non grandissimo ma…Ma lo sa Signor…?”

“Valerio ”

“Piacere, Sara! Dicevo: ma lo sa Valerio che il gusto del suo caffè…rimane…nel palato...come se...non volesse lasciarti! E’ una sensazione.…”

È il 2029 e, ancora, si beve, caffè!

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