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Una storia di LuigiMaiello

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Intertwine Co. pt.43:La provincia guardata con occhi diversi

Il saluto a Ettore Scola col suo "Brutti, sporchi e cattivi", legato al disco Mainstream di Calcutta e a Pioggia Nera di George Simenon.

Pubblicato il 21 gennaio 2016

“Piangere si può fare anche da soli, per ridere bisogna essere in due”

Marcello Mastroianni in Una giornata particolare di Ettore Scola.

Ettore Scola

Queste sono giornate davvero particolari e tristi, perché con la morte di Ettore Scola non viene a mancare solo un grande regista e sceneggiatore, ma un vero narratore dei vizi italiani, raccontati e rivelati sempre con grande ironia.

Sempre portatore di uno sguardo critico e intelligente sul nostro paese, il suo modo di fare cinema ha emozionato e divertito più di una generazione, ma ci ha anche aiutato a capire meglio noi stessi e la nostra storia, raccontando l'Italia che si riscattava dal fascismo e cercava di dimenticare la guerra.

Ha collaborato con i più importanti attori italiani del secolo scorso: Marcello Mastroianni, Vittorio Gasman, Ugo Tognazzi, Massimo Troisi, Nino Manfredi, ecc. riuscendo a tratteggiare tutti i tipi di italiani.

Il commissario Pepe; C'eravamo tanto amati; Brutti, sporchi e cattivi; Signore e signori, buonanotte; Una giornata particolare; I nuovi mostri; La terrazza; Maccheroni, La famiglia, sono solo alcuni titoli dei suoi film più famosi, fino al suo ultimo lavoro Che strano chiamarsi Federico, che come lo stesso regista ha dichiarato, è "un piccolo ritratto di un grande personaggio": Federico Fellini.

Poi c’è un film: Trevico-Torino - Viaggio nel Fiat-Nam, in cui si racconta la difficile situazione in cui si trovano gli operai emigrati dal Sud che lavoravano in Fiat.

Lui non è mai stato un operaio, ma il 10 maggio 1931 nacque a Trevico, un paesino in provincia di Avellino e proprio al comune natale aveva donato la sua casa.

Da là è partito e si è fermato a Roma, città icona del cinema e il sogno di ogni regista dell’epoca.

Proprio con la periferia di Roma dei primi anni settanta e con le sue baracche, descritte magistralmente da Ettore Scola, inizia questa puntata di Intertwine Consiglia, dove vogliamo

legare tra loro storie e artisti della provincia e della periferia, ponendo uno sguardo diverso su realtà che spesso non sono al centro dell'attenzione.

Il film che abbiamo scelto per iniziare è Brutti, sporchi e cattivi del 1976.

Il rumore delle gocce che cadono e le lacrime di un bambino. Un movimento di macchina tra luce e oscurità e poi appare lui, che dorme con un fucile in mano per difendere i suoi soldi dall’assalto dei parenti.

“Il milione è mio e nessuno me lo tocca, sfruttatori profittanti”.

Lui è Giacinto e ha perso un occhio a causa della calce viva, per questo l’assicurazione gli ha dato un milione di lire, che lui si tiene ben stretto e nasconde dappertutto, dal bagno ai calzini, passando per le mutande.

A fargli compagnia nella sua baracca sono circa in venticinque, tra moglie, figli, nipoti, una famiglia allargata al massimo, insomma.

La storia raccontata è quella vera della vita nelle baracche nella periferia di Roma degli anni settanta.

Gigantesco nella sua interpretazione, Nino Manfredi (Giacinto) è un pater familias malvagio, ubriacone cronico, vizioso e dalla coltellata facile.

La maestria del regista sta nel raccontare una storia drammatica e cruda, dipingendola di grottesco. Così c’è l’anziana nonna che impara l’inglese dai programmi RAI, il cane senza una gamba che corre in salita, il protagonista che beve di continuo che dopo due giorni in carcere per aver sparato al figlio, a un certo punto dice:

“Sono due giorni che non bevo, mi sembra di essere astemio”.

C’è anche un parco giochi, dove i bambini sono letteralmente rinchiusi a chiave in delle gabbie realizzate con le reti dei materassi. Sono i giochi dei bambini gli unici momenti di pace e tranquillità nelle baracche, con dei primi piani ai loro visi e occhi che superano e attraversano le reti, immaginando un futuro diverso e migliore.

La realtà però è cruda e tosta.

Giacinto è un uomo solo e ad un certo punto incontra Iside, una prostituta napoletana, grossa e gentile, che va a vivere con lui, nello stesso letto della moglie. Dormono in tre, stanno un po’ stretti, ma lei si offre anche di aiutare la moglie a cucinare il giorno dopo. E’ una donna generosa, a modo suo.

Iside: "Ma com'è tu moglie?"

Giacinto: "Comprensiva.... basta menaje!"

C’è tutto in questo capolavoro che ha portato Ettore Scola al premio per la miglior regia al 29º Festival di Cannes (1976).

La critica alla realtà è forte e si accentua nell’ultima scena.

Il film infatti finisce allo stesso modo di come inizia. Una ripresa della baracca ne fa vedere tutti gli abitanti, che dopo varie traversie sono diventati molti di più.

La situazione di quelle persone non è cambiata, anzi è peggiorata.

La vita in quelle baracche è fatta di espedienti, di crimini vari e corollata da tutte le miserie più profonde dell’essere umano.

C’è tutto in questo film: la denuncia, l’ironia, il dramma familiare e c’è soprattutto la capacità di Ettore Scola di utilizzare la macchina da presa e la sua arte per raccontare i vizi della società italiana, in un misto di neorealismo cinematografico e verismo verghiano.

Il suo modo di raccontare la realtà ci mancherà.

Dopo un omaggio doveroso al regista campano, passiamo a un artista emergente, ma neanche troppo. Parliamo di Edoardo D'Erme, in arte Calcutta, che ha frequentato decine di band e alla fine si è ritrovato solo e si è inventato cantautore.

Copertina di Mainstream.

Il disco che abbiamo scelto è Mainstream, un album dove si racconta la provincia italiana, fatta di difficoltà e disagi, ma anche di soddisfazioni e cambiamenti come in Frosinone:

"leggo il giornale e c'è Papa Francesco e il Frosinone in serie A”.

Amori, storie, sentimenti e disavventure sono raccontati in modo semplice e diretto, in cui tutti i giovani della sua (nostra) generazione possono riconoscersi.

Il brano più famoso del disco è “Cosa mi manchi a fare”, in cui ci offre dei rimedi semplici per superare i momenti difficili, perché in fondo:

“E non mi importa se non mi ami più. E non mi importa se non mi vuoi bene.

Dovrò soltanto reimparare a camminare. Se non ci sei tu”

In realtà questa soluzione non pare troppo convinta, e non si sa se il protagonista vuole fregarsene o se la mancanza, in questo caso, si faccia sentire davvero:

“Ma io ti dichiaro dentro una TV, che io da te non ho voluto amore

Volevo solo scomparire in un abbraccio, confondermi con te”

Partito da Latina, di strada ne ha fatta Calcutta. Ha girato mezza Italia suonando in pratica dappertutto: tanto nei locali importanti, quelli dove suonano i “musicisti affermati”, quanto negli scantinati di periferia, purché ci fosse un pubblico disposto ad ascoltarlo.

E’ un autore capace di affascinare e stupire in “un tempo piccolo”. Basta un ascolto e la sua musica ti entra dentro e ti ritrovi a cantare il ritornello assurdo di “Gaetano”:

“suona una fisarmonica, fiamme nel campo rom, tua madre lo diceva non andare su youporn…”

Tutti i titoli delle canzoni sono particolari, ma le storie sono di vita quotidiana, come in Limonata dove si racconta un amore finito, si prova affetto verso la persona che in precedenza si amava, ma ci si accanisce contro la famiglia di provenienza della ex:

“Salutami tua mamma che è tornata a Medjugorje e non mi importa niente di tuo padre, ascolta De Gregori a me quel tipo di gente no non va proprio giù”

Calcutta ha talento, e la sua capacità più grande risiede nella semplicità. Può sembrare banale, ma non lo è affatto.

Mainstream è un disco che permette di fare delle piccole fughe, con delle canzoni che già dal primo ascolto ti entrano letteralmente in testa.

Calcutta è bravo, dovrà “solo” indirizzare il suo talento nel verso giusto.

Chiudiamo il nostro intreccio con un salto nella provincia belga con Georges Simenon e il suo Pioggia Nera (Black Rain).

Per la precisione siamo in Normandia e i Lecour sono titolari di una ditta di tessuti e confezioni. Lavorano senza sosta per mantenere loro e il figlio Jérome. Lavorano tanto, quasi quanto Georges Simenon, autore di questo e di centinaia di romanzi e racconti, molti dei quali pubblicati sotto diversi pseudonimi. Si dice che addirittura riuscisse a scrivere più di 80 pagine al giorno.

Dopo questa piccola digressione, torniamo al libro.

La vita di questa famiglia era tranquilla, fino all’arrivo della zia Valérie:

«Mi raccomando di essere gentile con la zia...»

aveva detto la mamma, ma sarà un crescente di tensioni familiari, in primo luogo investiranno il piccolo Jérome che con la zia stabilirà una relazione conflittuale.

Jérome ama trascorrere le sue giornata alla finestra della sua stanza.

Da là lui osserva e conosce tutto e tutti.

E' il suo punto di vista privilegiato sulla vita e da là guarda la pioggia, i giochi d'acqua, il mercato del mattino, le abitudini di tutte le persone che abitano quel piccolo centro.

Dall’altro lato della finestra vive un bambino come lui con la nonna.

Si guardano, si osservano, Jérome lo considera suo amico, anche se non hanno mai giocato insieme e non si conoscono.

Nel frattempo la polizia ricerca un anarchico e Jérome, che segue tutte le operazioni dalla finestra, è convinto di conoscere il nascondiglio del ricercato, ma deve stare attento, perché è sicuro che la zia rivelerebbe tutto alla polizia per incassare la taglia di 20000 franchi.

La visione semplice e intuitiva della realtà vista dagli occhi di un bambino ci riporta ad alcuni temi caratteristici di Simenon come i legami familiari e l’indagine psicologica dei personaggi.

Jérome osserva il mondo in modo quasi voyeuristico e vorrebbe partecipare in modo attivo alle vicende, in primis della famiglia di fronte, a cui vorrebbe far arrivare il suo sostegno.

Jérome mostra una sana curiosità, che tutti dovremmo avere.

La provincia che emerge da quest'articolo è un ambiente in cui c’è grande fervore, un laboratorio di cultura, arte, musica e politica.

Avevamo pensato a un altro film per parlarne, ma poi la morte di Ettore Scola ha cambiato, purtroppo, i nostri piani e, rispetto al solito, lo spazio concesso al cinema è stato nettamente superiore, ma ci è venuto naturale fare così.

Non siamo solo di fronte a un grande artista, ma siamo soprattutto di fronte a un uomo con una carriera e una vita nel segno dell'impegno civile, politico e sociale.

Ettore Scola era un vero artista che ha raccontato la società del suo tempo.

D’altronde, come faceva dire a un personaggio dei suoi film:

“O si ha il coraggio delle proprie idee fino in fondo o è meglio non averne.”

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