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Una storia di Maricapp

Questa storia è presente nel magazine Col cuore

La famiglia Brambilla

Vacanze on the road

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Pubblicato il 07 agosto 2018 in Storie d’amore

Tags: vacanzeantichericordilontanibeitempipassati

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-La famiglia Brambilla in vacanza

sulla vecchia balilla s’avanza…-


Cantavamo tutti e tre spensierati: la mamma, i capelli biondi al vento, seduta davanti di sbieco sulla canna, languidamente appoggiata a papà che capelli scuri, occhi verdi fissi sulla strada e corpo atletico, pedalava senza sforzo e con estrema attenzione, infine io, piccola donnina dai capelli ricci, scura da sembrare di un altro Paese , che ridevo e cantavo felice di stare stretta al mio bel babbo, seduta sul cuscinetto appoggiato al portapacchi fissato dietro il sellino della bici.


Quella era la nostra Balilla.


Troppo poveri , come la maggioranza degli italiani negli anni ’50, per avere un’automobile, quando si andava in vacanza (quindici giorni a Chiavari), la bicicletta veniva spedita via treno all’indirizzo della caserma dei Vigili del Fuoco, nella cui dependance c’erano gli alloggi estivi per le famiglie dei pompieri.

Lo so, oggi puo’ sembrare assurda ed impensabile una tale sistemazione, ma allora, credetemi, era bellissimo!

Si partiva la mattina presto dalla Centrale dove si arrivava almeno un’ora prima: hai visto mai che il treno partisse in anticipo, per un viaggio che a me pareva lunghissimo ed avventuroso con tutte quelle gallerie che portavano il buio improvviso ed il rumore assordante del treno sulle rotaie, il vento caldo e l’odore acre di fumo e di catrame.

Mi balzava il cuore in petto, chiudevo gli occhi e speravo finisse presto. Il chiaro in fondo al tunnel l’aria piena di sole e poi ancora buio e avanti cosi’ fino alle prime stazioni di mare: Recco, Camogli e via una dopo l’altra le piccole stazioni con le palme, gli oleandri, gli scorci di mare che mi facevano battere le mani dal finestrino per la felicità, quel profumo pulito di sole, mare, fiori e vacanza.


Poi finalmente Chiavari!


I Vigili del Fuoco ci aspettavano alla stazione con il loro camion rosso brillante e ci portavano alla Caserma. Era una antica villa appena fuori dal paese, nella campagna assolata vicino al fiume Entella. C’erano uno splendido giardino, il gioco delle bocce e quella seconda villa con le nostre camere.

Come nelle Colonie estive per bambini, si veniva divisi: le femmine con le femmine ed i maschi con i maschi, eccezion fatta naturalmente per i piu’ piccoli.


Penso che i miei genitori soffrissero molto questa separazione forzata, ma questo lo capii molti anni piu’ tardi.


I pasti venivano serviti nel refettorio comune ed ogni giorno, dalla colazione alla cena, si era tutti insieme, credo una trentina circa di persone, a mangiare, chiacchierare, ridere e scherzare, come in un banchetto di nozze che si andava ripetendo per 15 giorni.

La spiaggia distava penso due chilometri e la nostra “Balilla” era indispensabile.

Prima di partire alla volta del Lido di Chiavari, che a me pareva una cosa lussuosissima con le sue cabine private in cemento su due piani, il solarium, il bar ed il ping pong da tavolo, raccoglievo in una parte del giardino adibita ad orto delle carotine piccole e tenere ed a metà strada ci fermavamo, caldo soffocante e frinire di cento cicale a tenerci compagnia, davanti ad una gabbia dove i conigli mi aspettavano ammassati contro la rete che li imprigionava.


Oggi mi sarei già rivolta da tempo alla LAV per liberarli!


Alla spiaggia, composta da sassi grandi o piccoli, ma sempre scomodissimi sassi, si stendevano gli asciugamani, si sistemavano la borsa ed i vestiti, la mamma mi abbassava il davanti del costumino di lana per farmi prendere il sole ed io inauguravo cosi’ il primo topless di tutti i tempi.

Poi papà mi faceva fare il bagno: avevo un salvagente verde ingombrante , a forma di pesce sogghignante, forse uno squalo, e quando il babbo mi porto’ per la prima volta al largo (per me dove non toccavo era il largo), e tolse il tappino che teneva gonfio il pesce lasciandomi nella situazione di naufraga senza salvifici scogli, capii il significato del ghigno cattivo del malefico pesce.


Pero’ imparai a nuotare. Allora funzionava cosi’.


La sera, come ora si va al Pacha ad Ibiza, allora si andava da Giovannino, sotto i portici vecchi, dove si mangiavano farinata e castagnaccio, si beveva vino bianco delle Cinque Terre e Ugo, grande amico di papà, suonava la fisarmonica e tutti cantavano fin oltre mezzanotte.


No, io no.


Io, tra una scarica di immaginate voi che cosa e l’altra (si’ perché a me il mare faceva quell’effetto dal giorno dell’arrivo alla mattina della partenza, ma ai miei pare non importasse piu’ di tanto, non mi si chieda come mai) dormivo.

Non esistevano baby sitter ai tempi e credo che quegli omoni di pompieri non fossero disposti a farne le veci.

Andarono avanti cosi’ le mie vacanze, con intermezzi tragi-comici: io che rischiai di affogare in mezzo metro d’acqua, l’onda anomala che ci porto’ via ogni cosa costringendoci a tornare a casa in costume da bagno fradicio, il nonno, sordo ed allegro che, superato non si sa per quale ragione il passaggio a livello abbassato, non senti’ il fischio del treno né le grida di mamma e delle altre persone in attesa e rischio’ di venirne investito.


Insomma le solite cose, che mi permisero di arrivare ai miei quattordici anni.


Che non assomigliavano nemmeno lontanamente a quelli delle adolescenti di adesso: ero ancora una bambina coi capelli ricci, anche se ormai il costume non lo abbassavo piu’, non uscivo la sera e giocavo a palla e raccoglievo con papà pezzi di vetro levigati dal mare sulla riva.

Ma, e qui il ma è d’obbligo, un bel giorno capito’: mi innamorai perdutamente di Piero Pieri,

bel pompiere toscano di stanza a Chiavari!. Il primo a capirlo fu lui.


No, la mamma no, lei era troppo presa dal SUO pompiere.


Ma Piero che doveva essere giovanissimo ed a me pareva un uomo, fu gentile, mi tratto’ come la sorellina minore, cerco’ in tutti i modi di non ferire i miei neonati sentimenti. E papà se ne accorse, ma non disse niente, mi lascio’ vivere in tormento ed estasi la mia prima cotta.

Ma ormai la frittata era fatta: non potevo piu’ vivere quel tipo di vacanza per genitori e bambini soltanto.


La Balilla fini’ in cantina, si riempi’ della polvere degli anni e dei ricordi, sostituita da una fiammante Vespa verde oliva su cui il babbo sfrecciava spericolatamente a 40 chilometri all’ora ed anche meno, per le vie di Milano non ancora intasate dal traffico e dai sensi unici.

Io andai verso altre vacanze, altri mari, altri costumi da bagno, altri innamoramenti estivi, anche se papà rimase sempre, finché visse, il mio eroe.

​​​​​​​

Mia madre, sempre bella e bionda ed anche leggermente, simpaticamente svanita, continuo’ ad occuparsi a tempo pieno del SUO pompiere.


Il tempo fece tutto il resto.

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