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Una storia di LaBaudelaire

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Take away

mordi e fuggi

Pubblicato il 14 novembre 2016

Un forte odore aleggiava nella stanza, un puzzo di chiuso asfissiante immerso nel buio creato dai battenti che schermavano le finestre, e nella svogliatezza dello spalancare gli occhi e vedere cosa emanasse quel fetore mi rigiravo nel letto patendo il fastidioso intorpidimento dei miei arti ... Mi ci volle qualche secondo per capire che non ero a letto, ma giacevo contrito sul pavimento.

Ogni singolo punto del mio corpo doleva, e quando feci per fare forza sulle braccia e puntai gli occhi sul pavimento con la testa ciondolante divenni lucido solo quando notai che le mie mani erano imbrattate di sangue ancora fresco. "E' un sogno" subito pensai, ma l'odore era reale tanto da penetrarmi il cervello. Per poco non vomitai, mettendomi a sedere dove mi ero appena risvegliato: sotto le unghie era ben distinta una linea nera di sangue raggrumato, alcune si erano spezzate, e le nocche erano livide, piene di graffi, come se avessero scavato con forza in un luogo che in quel momento mi era del tutto ignoto.

Sentivo ancora quel tanfo stantio e nauseante, mi annusai con riluttanza le mani ma l'odore veniva da qualche altra parte. Barcollando mi misi in piedi guardandomi intorno, cercando soprattutto di capire cosa era successo e cosa avevo fatto: avevo l'orribile sensazione di aver fatto qualcosa di atroce ma non ricordavo assolutamente nulla; l'ultimo ricordo che riuscivo a mettere a fuoco era risalente alla sera prima, io che aspettavo fuori ad un locale per partecipare ad una festa techno, ma dopo quello il buio.

Corsi al lavabo della cucina e feci scorrere l'acqua per sciacquarmi le mani incrostate di sangue rappreso: non riuscì a toglierlo del tutto, ma potei vedere con precisione il danno che mi ero procurato. Le mani erano gelide e doloranti, le nocche erano violacee e tumefatte, mentre sui palmi e sui dorsi si intravedevano graffi sparsi ma non troppo profondi. Stringendo i pugni sentivo degli spilli pungermi in diversi punti, e dalle mani passai ad analizzare il resto del mio corpo tastando in più punti: i piedi, le gambe, le cosce, il ventre, il torace, le braccia, il collo, ma quando mi sfiorai le labbra con la sola punta delle dita trattenni un lamento: con delicatezza mi toccai il muso e mi accorsi che era gonfio ed estremamente dolente. Mi avvicinai ad uno specchio appeso alla parete e nella poca luce che filtrava verificai l'entità del danno: la mia bocca era viola, quasi nera. Sgranai gli occhi, sconvolto dalla visione della mia bocca tumefatta, sporca di sangue e penzolante: nel tentativo di muoverla gemetti, e la mascella penzolava spalancata per evitare la contrazione dei muscoli; nel muovere cautamente la lingua percepì un forte sapore di sangue misto ad un'altro sapore che istintivamente sembrava carne di un qualche animale che non avevo mai mangiato prima.

Tornai al lavabo e cercai con tremendo sforzo di lavarmi la bocca, portando l'acqua con la mano e strofinando lentamente: al solo toccarla e al contatto con l'acqua provavo delle fitte lancinanti, ma anche solo gemere mi avrebbe procurato altro dolore, quindi soffrii in silenzio. Dopo quella tortura presi del ghiaccio dal freezer e avvolgendolo in uno strofinaccio me lo poggiai sulla bocca traendone un po' di sollievo. Cercai di rimettere insieme i pensieri, ripercorrendo i passi o almeno quello che riuscivo a ricordare di aver fatto.

La sera prima mi stavo preparando per raggiungere il locale dove avrei partecipato ad una festa techno, scendendo di casa alle ventitré e trenta circa. Una volta arrivato mi misi in fila ad aspettare per entrare: perché volli andarci? Ricordavo che ero solo, non mi aspettava nessuno, né io aspettavo qualcuno ... ma ero lì per un motivo ... Io volevo qualcosa.

Per quanto mi sforzai mi fu impossibile andare oltre, e quell'odore schifoso restava impregnato nell'aria che respiravo, impedendomi di riflettere. Decisi di farmi una doccia nella speranza che le idee si riordinassero e che quel puzzo sparisse, e dirigendomi verso il bagno mi accorsi che il tanfo si faceva più forte e pungente. Mi raggelai sull'uscio quando vidi il segno di dita insanguinate impresso sul bordo della porta: avvicinando la mano constatai che l'impronta combaciava con la forma delle mie dita. Forse ero stato vittima di una rissa nel locale e tornando a casa ero entrato in bagno per curarmi ... ma quando cercai di imitare la presa dell'impronta mi resi conto che non avevo afferrato la porta dall'esterno ma dall'interno: ero già in casa quando avevo il sangue sulle mani. Afferrai la porta lentamente e la spalancai, e quando potei guardare dentro la stanza il fetore di carne putrida e del sangue raggrumato mi travolse portandomi al vomito. L'intero bagno era imbrattato di un rosso smorto e scuro che spiccava sul bianco delle pareti, lo vedevo segnare i muri con striature gocciolanti, e sul pavimento delle pozze purpuree si espandevano in ogni direzione, caotiche e confuse. Guardai verso la doccia dove il sangue era più copioso e per un attimo fui tra il pisciarmi addosso e lo svenire completamente: attraverso il vetro offuscato della cabina intravidi una donna che giaceva sul fondo della doccia, seduta come un pupazzo senza vita, e vedevo sbucare le gambe amputate rozzamente all'altezza delle ginocchia, dove spuntavano maciullate le tibie; dove fossero o perché non ci fossero non ne avevo minimamente idea.

Stringevo lo strofinaccio gocciolante di ghiaccio sciolto ed ero incapace di decidere cosa fare: chi era quella donna? Perché era lì? E perché non aveva le gambe?!

La puzza era insopportabile, talmente pungente che il timore che qualcun'altro l'avrebbe sentita allarmandosi mi assalì, e facendomi coraggio mi avvicinai lentamente al corpo che giaceva immobile nella mia doccia: guardavo le sue gambe terrorizzato, incapace di immaginare come le fossero state letteralmente strappate, e nello spostarmi cercavo di evitare le pozze di sangue che ormai inondavano il bagno; sotto le ginocchia della donna il sangue essiccato aveva assunto un colore simile al nero.

Sbirciai nella cabina e se non fosse stato per il dolore alla bocca avrei urlato con quanto fiato potevo avere in corpo: la sua faccia era completamente maciullata, sbranata a morsi, metà del cranio era spaccato fino a mostrare il cervello, anche quello maciullato e trasbordante sulla spaccatura, e dal ventre fuoriuscivano le viscere e vari brandelli di carne: il cadavere era già preda di diversi parassiti ed insetti che fuoriuscivano dallo scarico della doccia. La pelle aveva assunto un colore violaceo e potevo ben distinguere le vene livide sotto di essa: in vari punti la pelle era stata strappata con dei morsi, fino a lacerare i muscoli e le vene ridotte ad un confuso groviglio di tubi, e sul petto stretto in un reggiseno una volta color panna a poix rossi, sotto la giugulare si era formato un fiume di sangue che si era raggrumato nell'incavo tra i due seni, uno dei quali morsicato con violenza; delle gambe neanche l'ombra. Sopra la testa afflosciata sulla parete di vetro della cabina vidi che delle mattonelle erano frantumate e macchiate di sangue: rompendosi avevano creato degli spuntoni acuminati che si erano in parte conficcati nella carne della donna. Per spaccarsi la testa in quel modo doveva aver colpito quel punto della doccia con estrema violenza, e soprattutto più volte. Ma guardando meglio sulla ferita del cranio fui colto dallo sgomento quando riconobbi delle impronte impresse sulla pelle e dei segni di denti che avevano contribuito ad estendere il trauma. Doveva essere stato come rompere un uovo sodo: prima veniva frantumato il guscio, poi per raggiungere l'albume erano state usate le mani spellando l'involucro.

Mi guardai le mani e osservai i numerosi tagli e graffi che mi coprivano i polpastrelli e le dita: venni di nuovo colto dalla nausea. Tornai nell'altra camera e cercai qualche indizio che potesse aiutarmi a ricordare.

Accesi la luce e mi guardai intorno: il letto era sfatto e le lenzuola giacevano sul pavimento, la cucina era in disordine ma senza alcun segno di usura recente, e alla porta era stato messo il chiavistello. Gettai via lo strofinaccio ormai impregnato d'acqua e saliva e iniziai a rovistare tra le lenzuola, dove feci il ritrovamento delle gambe della donna: dei suoi arti inferiori ne era rimasto solo delle ossa dotate ancora di qualche lembo di carne penzolante.

Le scostai con un calcio e continuai a cercare quando sbucò un corpetto di paillettes argentate: ebbi come un flash nella mente, dove vedevo una ragazza un pò su di giri che per poco non mi cadeva volutamente addosso; era la donna morta nella doccia. Ricordai come l'avevo incontrata: aveva bevuto molti drink e a stento si reggeva in piedi, ma voleva divertirsi e cercava qualcuno che le facesse compagnia. Aveva iniziato a danzarmi intorno quando mi afferrò per la mano e mi trascinò nella toilette dove iniziò a sbottonarmi i pantaloni ed iniziammo a scopare senza neanche sapere come ci chiamavamo e perché fossimo lì. Mentre la mantenevo per i fianchi vedevo la sua schiena muoversi come un serpente, e l'odore della sua pelle mi riempiva le narici come un profumo. Era calda, sudata, incapace di intendere e volere fino in fondo, ma a me non importava: volevo solo affondare i denti nella sua carne, azzannarle quel collo delizioso che si contorceva davanti a me in spasmi di piacere animalesco. Afferrandole i capelli dalla nuca la avvicinai e iniziai a mordicchiarle le spalle, la schiena, il collo, il mento le guance, quando improvvisamente lei si distaccò lanciandomi uno schiaffo che però non mi distolse dalla mia frenesia. Disse che l'avevo fatta male, mentre si massaggiava il collo dove ancora c'era il segno dei miei denti: avevo il sapore della sua carne in bocca e in un modo o nell'altro dovevo averla, perché lei era proprio quello che stavo cercando.

Cerco di farmi perdonare e le chiedo scusa invitandola a riprendere "il discorso" a casa mia, e lei ancora intontita dall'alcol accetta.

Raggiungiamo l'appartamento dove la invito a ricominciare, e nel pieno della frenesia le propongo qualcosa di più particolare: la trascino nel bagno e la porto nella doccia, e dandomi le spalle le riafferro i capelli con malizia, accrescendo la sua voglia, ma appena guardo alla parete di mattonelle davanti a noi stringo la manciata di capelli che ho sotto la mano e spingo la sua testa contro il muro, udendo un sonoro crack che echeggia nella stanza, la ritiro indietro e lo faccio di nuovo, e ancora, e ancora, mentre lei diventa un fantoccio sotto il mio comando che non ha neanche il tempo di ribellarsi. Sento l'odore del sangue che scorre e inizia a macchiare la doccia e da quel momento non ricordo assolutamente più nulla.

Mi misi a sedere sul letto, sconvolto e tramortito, quando dal bagno sentì un rumore. Guardai la porta immobile e incapace di riflettere, mentre altri suoni fuoriuscivano dalla stanza: erano suoni viscidi e lenti, accompagnati da lamenti silenziosi e sibilanti, e sentì all'improvviso il tonfo sordo di qualcosa che cadeva a peso morto. Guardai la porta d'ingresso e vidi il chiavistello inserito: mi chiesi quanto ci avrei messo per aprirlo e scappare. Riportai i miei occhi sull'uscio del bagno e potei distinguere una mano bianca e sporca di sangue che si protendeva verso la porta, seguita dalla complementare, che trascinavano con la forza delle braccia il corpo della donna, viva ma assolutamente lontana da qualsiasi cosa che si potrebbe definire "umano".

Ero pietrificato da quello che vedevo: la donna non aveva più né viso né occhi ma riusciva a trascinarsi sul pavimento gemento con lamenti e suoni gutturali privi di significato, e di quel poco che restava della sua bocca ne emetteva dei lamenti simili a dei rantoli. Non so come ma fu capace di percepire la mia presenza, annusndo l'aria come un segugio cieco, e con uno scatto sovrumano la vidi sollevarsi sulle braccia e trascinarsi fino a me, cercando goffamente di afferrarmi e mordermi una gamba. Con uno scatto afferrai la lampada accanto a me e gliela sferrai sul cranio finendo di spaccarlo, e superandola con un balzo mi gettai sulla porta dell'ingresso, togliendo il chiavistello e uscendo di corsa, richiudendomela alle spalle e correndo via, nel corridoio vuoto dell'edificio dove abitavo.

Nel silenzio tombale dell'alba si potevano solo sentire i miei passi che correvano per le scale, e se qualcuno fosse passato fuori dal mio appartamento avrebbe senza dubbio sentito il suono di mani che grattavano sulla porta e di lamenti profondi che raggelavano il sangue.

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