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Una storia di VincenzoRomano

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Essenziale 2049

Intimità

#Essenziale2049

Pubblicato il 06 dicembre 2017 in Fantascienza

Tags: amore connessioni essenziale intimit

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Nuova Neapolis, 13 aprile 2049

Leonardo si sfregò la fronte dolorante. Il cerchio alla testa che sentiva continuava a ricordargli la notte insonne appena trascorsa. Con un’associazione istintiva, i suoi occhi corsero per un attimo verso la busta gialla posata sul tavolo. Il biomonitor emise un segnale che suonava come un rimprovero: sul suo braccio sinistro era apparsa un’istruzione.

Si raccomanda l’assunzione di quindici gocce di…

Reprimendo il fastidio, l’uomo spostò lo sguardo dal display al panorama. La lava fluiva lentamente da un cratere laterale del vulcano, il fiume di roccia fusa percorreva lentamente il fianco della grande montagna. Le rocce sul suo passaggio si fondevano per entrare a far parte del flusso; un uccellino spiccò il volo dal ramo di un albero carbonizzato, riportandolo alla realtà. Quello che stava osservando non era un vero panorama, ma una immagine olografica ultrarealistica proiettata sulla parete più grande del suo appartamento.

L’uomo tornò a osservare il braccio: i led colorati sotto il primo strato di pelle dicevano che l’aria in casa aveva la giusta composizione e che la temperatura era ideale.

Sbuffando, trasmise alla rete neurale la sua insoddisfazione.

«Diavolo, questa sarà passata.» Non era riuscito a evitarlo. La risposta arrivò in pochi millisecondi: la rete era grande, collegava l’intera umanità e le reazioni erano quasi istantanee.

Scosse la testa e strinse i pugni per controllarsi, inviò un feedback ad alcuni impulsi per non generare anomalie di interazione; ringraziò e rassicurò. La fastidiosa pressione delle persone che condividevano il suo stato d’animo aveva la forma di un bozzolo. L’Algoritmo Unitario avvicinava le persone che generavano segnali simili, con il risultato di creare Insiemi Associativi Spontanei.

«Balle.» Cercò di placare con il tocco delle dita la pulsazione dell’occhio sinistro. «Ghetti virtuali, ecco cosa sono.»

Si concentrò sull’immagine del panorama, cercando di non pensare alla sua vecchia casa, quella con le finestre. L’espressione dell’agente immobiliare nel videocomunicatore retinico era impressa nella sua memoria: labbra arricciate, occhi socchiusi e una specie di ghigno al solo sentirlo pronunciare la parola “finestra”.

«Lei sta scherzando, Signor De Masi! Le case costruite dopo il 2030 non hanno finestre. Lei sta acquisendo il diritto ad un’unità di nuova generazione.»

Il disgusto di quell’uomo aveva probabilmente raggiunto nel giro di un millisecondo decine di milioni di esseri umani sparsi nel mondo. Certe emozioni viaggiavano più veloci di altre: i Controllori le lasciavano scorrere più facilmente tra le maglie dell’Algoritmo.

Leonardo chiuse gli occhi con forza e li riaprì. «Camera frontale.» Guardando la sua immagine nello schermo del biomonitor strinse i denti bianchi e perfettamente allineati; lo sforzo di relegare le sue emozioni negative nella sfera del piacere privato era sempre maggiore, vedere la sua espressione lo aiutava.

Avrebbero soppresso anche quell’ultimo rifugio prima o poi. Le restrizioni agli spazi di intimità erano aumentate a un ritmo sempre crescente negli ultimi anni. Detestava il pensiero di essere ormai parte dell’apparato sensoriale dell’intera umanità: chiunque poteva sentire, vedere e toccare con i suoi occhi, orecchie e mani. Strinse forte la mascella al ricordo. All’inizio il processo era stato volontario; concedendo l’uso dei propri sensi si otteneva accesso a quelli altrui. Per molti era stato un altro passo verso una vita sempre più piena e ricca. Nel tempo le clausole di esclusione erano state eliminate una dopo l’altra. Restava poco fuori dalla condivisione. Lo slogan del Sistema continuava a tornargli in mente: “Mai più crimini e corruzione, vi daremo una vita e un lavoro migliori”.

«Ma hanno eliminato le persone…»

Mormorare i pensieri negativi li rendeva più facili da occultare, doveva solo concentrarsi e simulare di star parlando dolcemente a una compagna.

Scosse le spalle, si grattò la guancia mentre le dita dell’altra mano picchiettavano su un ginocchio; aveva voglia di distrarsi, magari uscire. Non gli venne in mente una buona scusa da usare in caso di controllo e non aveva voglia di aspettare un’autorizzazione.

«Forse un ricondizionamento disciplinare è quello che mi ci vuole», si disse con un mezzo sorriso.

Il biomonitor emise un suono acuto, seguito da uno grave.

Leonardo si batté una mano sulla fronte, maledicendo in silenzio la sua cattiva sorte.

«Non proprio oggi, dannazione.»

Avvertì la familiare sensazione di calore sull’avambraccio sinistro; piccoli caratteri scuri si allinearono ordinatamente a formare un messaggio sullo schermo. L’innaturale sensazione che il suo corpo stesse comunicandogli qualcosa gli fece arricciare il naso dal disgusto.

«Non è il mio corpo, è il Sistema.»

È stato incluso nel campione di un test statistico di benessere. L’esame ha rilevato un livello di ansia superiore alla norma: si consiglia l’assunzione di due pasticche di...

Leonardo disattivò il promemoria, pur sapendo che era un’azione inutile.

Il biomonitor concesse una tregua, prima di emettere un altro suono, accompagnato da un nuovo testo leggibile sotto la pelle:

L’esame sarà ripetuto tra circa dieci minuti; ci auguriamo che non abbia problemi a prendere i farmaci indicati, in caso contrario il suo stato sarà segnalato al Centro Sanitario per richiedere un intervento di soccorso.

Leonardo serrò i denti così forte da farli stridere quando fece scorrere l’arcata superiore contro quella inferiore.

«Soccorso un corno. Volete solo che prenda quelle dannate pillole e me ne stia buono!»

Si prese la testa tra le mani; stavolta non sarebbe riuscito a fregarli.

Le notifiche iniziarono a ronzargli nel campo visivo. Il suo Gestore Contatti Virtuali era al limite della legalità: come gli altri classificava le informazioni in entrata attribuendo la descrizione più adatta tra quelle definite dall’utente. Ne vide alcune sotto “comprensione”, altre sotto biasimo, nessuna “approvazione”, “lode” o “incoraggiamento”. Non se ne curò; quel particolare GCV replicava alle interazioni semplici in maniera autonoma, sostituendosi all’utente.

Un sorriso obliquo si dipinse sul viso di Leonardo quando vide che le notifiche erano ridotte a zero.

«Tutte interazioni semplici? Mi deludi, mondo impiccione. Doccia, vado a fare una doccia.»

L’ultima frase l’aveva pronunciata per salvarsi. Il pensiero di un luogo ancora coperto da privacy offuscava o almeno rallentava l’algoritmo.

Anche se il biomonitor continuava a rilevare un ambiente climatico perfetto Leonardo sudava; continuava a passarsi la mano sul cranio lucido e asciugarla sulla maglietta che indossava. Doveva scoprire chi gli aveva mandato quel messaggio e perché. Fece un respiro profondo.

«Accesso al profilo personale, utente LEONARDO_DEMASI, password finestrasulmondo!2049, esegui disconnessione: vista, esegui disconnessione: udito, esegui disconnessione: tatto.»

Questa volta il calore fu più intenso, il display nell’avambraccio divenne rosso scuro. Piccole lettere bianche si allinearono rapidamente al suo interno, formando un messaggio:

Questa attività costituisce una violazione del protocollo di benessere collettivo ed è stata notificata ai Controllori. Il mancato ripristino della connessione sensoriale causerà l’intervento del Sistema.

Leonardo ignorò la minaccia e raggiunse la busta gialla che aveva trovato fuori dalla porta la sera prima. Dentro c’era un antico telefono cellulare, un modello privo di connessione internet. Era piccolo, stava tutto nel palmo della mano; il guscio di plastica blu che proteggeva i componenti interni aveva quindici fori sulla parte frontale, da ciascuno dei quali sporgeva un piccolo tasto grigio. Sopra lo schermo c’erano alcune lettere in plastica color argento:

O K A

Rigirò il cellulare tra le mani un paio di volte, quindi schiacciò il tasto di accensione. La batteria segnava quattro tacche su cinque; sul piccolo display a sfondo verde, uno sciame di pixel neri disegnò l’immagine di due mani che si toccano.

«Che ironia», mormorò tra i denti.

La scritta “Connecting People” lampeggiò per un attimo sul display a bassa definizione per lasciare il posto a una schermata verde con la scritta SOLO EMERGENZA. Leonardo entrò nel menu utilizzando i tre tasti a disposizione, selezionò: SMS, quindi: messaggi in arrivo; lesse nuovamente il testo che per poco non lo aveva fatto arrestare.

Sappiamo chi sei e quello che pensi del Sistema. Possiamo aiutarti. Se sei d’accordo chiama l’unico numero in rubrica. Hai 48 ore. Poi la memoria si cancellerà.

“È una trappola” aveva pensato Leonardo nel momento stesso in cui aveva letto il messaggio. L’abitudine a nascondere i suoi pensieri al Sistema era servita a far passare inosservata quella dichiarazione sovversiva, non era accaduto nulla di strano. Non l’avevano arrestato.

Non riusciva a smettere di pensarci: avevano ragione su di lui e in qualche modo l’avevano trovato. Era stanco, tenere la concentrazione per tanto tempo era faticoso anche per lui.

Si schiarì la voce senza motivo. Era una follia.

Ignorando i messaggi che gli lampeggiavano sotto la pelle si diresse in bagno, entrò nella doccia e l’attivò. Il getto ionizzato lo avrebbe isolato per qualche minuto dalla folla di menti che lo circondava. Non riusciva a respirare; strinse la mano intorno al braccio sinistro e strinse forte il biomonitor. La realtà di milioni di persone aderiva alla sua, la sentiva avvolgersi attorno al suo corpo come un guanto troppo stretto.

«Devo uscire!» disse alla sua immagine riflessa nella placca di metallo cromato fissata al muro. «Subito». Uscì dalla doccia e si gettò sulla busta, il telefono era ancora acceso.

MENU -> RUBRICA -> CHIAMA

Era il vecchio numero usato per le chiamate di soccorso: 112. Leonardo fu quasi sorpreso dal sentire il pulsare del segnale di chiamata in uscita. Si irrigidì quando un click lo riportò alla realtà.

«Pronto.»

«Io…»

«Zitto, non dire nulla, la tua unità è piena di microfoni.»

«…»

«Se hai fatto questa telefonata sei un idiota, oppure avevamo ragione. Ascoltami attentamente: saranno da te nel giro di pochi minuti e noi non potremo aiutarti. Dovrai cavartela da solo e trovare una scusa plausibile per la tua disconnessione. Passeremo fuori dalla tua unità tra 56 minuti esatti; se sarai fuori dalla porta verrai con noi, altrimenti addio.»

Click.

Leonardo guardò il piccolo cellulare per qualche istante, lo sentì scaldarsi, in breve il contatto diventò doloroso e lui lasciò cadere l’oggetto quando sentì la pelle bruciare.

«Merda.»

Il cellulare toccò terra senza rompersi, ma la plastica aveva iniziato a fondere; in pochi istanti prese fuoco, lasciando una macchia di plastica blu carbonizzata sul pavimento di resina del bagno

Sentì il battito accelerare e i muscoli del collo irrigidirsi, riusciva a fare solo piccoli e frequenti respiri, non riusciva a tenere a bada le sue emozioni. Il flusso invase la rete indisturbato, una notifica lampeggiò direttamente nel suo campo visivo.

Gentile utente, il suo profilo e la sua configurazione sono stati temporaneamente sospesi in attesa di verifiche.

Leonardo inspirò profondamente. «Grande! Mi sono risparmiato un centinaio di “pacche sulla spalla virtuali”. Devo preparare una bella festa per gli amici che vengono a trovarmi.»

Si sorprese sentendo una strana allegria; il suo riflesso allo specchio era molto pallido. I pugni stretti gli formicolavano; Leonardo li aprì, lasciando circolare liberamente il sangue, fece ancora un respiro profondo, poi si mosse. Sarebbero arrivati in pochi minuti; quella telefonata l’aveva compromesso per sempre.

Avvertiva una sensazione di freddo alla base della colonna vertebrale, come se il bacino si stesse congelando dall’interno; doveva agire in fretta. Andò prima in cucina, gli serviva dell’alcol, poi in camera da letto dove prese un lenzuolo. L’impianto antincendio si sarebbe attivato ma avrebbe impiegato qualche secondo a rilevare il fumo. Legò comunque un asciugamano attorno allo sprinkler. Gettò il lenzuolo sul pavimento del bagno e lo cosparse di alcol, prese l’accendino e appiccò il fuoco. Il bagno si trasformò in un inferno, la resina del pavimento e la plastica delle pareti si deformavano per il calore. L’allarme scattò dopo pochi secondi ma l’acqua era bloccata dallo strato di spugna. Le fiamme ruggivano alte fin quasi al soffitto. La sensazione di gelo era ormai scomparsa, sostituita da un diffuso malessere: gli girava la testa e aveva voglia di vomitare ma si impose di restare fermo, più vicino possibile alle fiamme e aspettare.

Non ci volle molto, sentì il tonfo della porta abbattuta. L’unità di intervento lo trovò disteso sul pavimento del corridoio a pochi passi dalla devastazione causata dalle fiamme.

Fu soccorso invece che accusato; quando finse di riprendere i sensi si ritrovò di fronte un viso di donna perfettamente regolare e due occhi grigi leggermente obliqui che lo fissavano. La ragazza inarcò le sopracciglia vedendolo riprendersi, ma da quello sguardo non traspariva alcuna emozione. Restarono freddi, lontani. «Come si sente, signore?»

Leonardo tossì furiosamente e non ebbe bisogno di fingere per farlo in modo convincente: aveva in bocca il sapore acre del fumo e la sensazione di un peso al centro del petto. «Io… io, mi è caduto l’accendino mentre…»

«Va tutto bene, la sua connessione alla rete è saltata e siamo stati allertati. Siamo arrivati appena in tempo.»

L’uomo tossì rumorosamente ancora una volta, si schiarì la voce tenendosi la gola con una mano. «Grazie, grazie infinite», fu tutto quello che riuscì a dire.

«Dovere; una squadra di manutenzione sarà qui tra poco per riparare il danno. Ci sarà anche la squadra medica per sistemarla e ripristinare il suo collegamento, nel frattempo le consiglio di riposare e provare a bere del latte.»

Leonardo annuì e poi fece una smorfia che assomigliava ad un sorriso. Gli agenti del Sistema lasciarono casa sua con la porta abbattuta e il fumo che lentamente si disperdeva attraverso le ventole di aerazione.

Rimasto solo, guardò l’orologio fissato alla parete, mancavano pochi minuti all’appuntamento che veramente gli interessava. Guardò le sue mani, quindi i suoi vestiti.

«Forse dovrei cambiarmi.» Un’altra occhiata all’orologio.

Ci mise un po’ ad accorgersi del silenzio. Era dolorante e malconcio, la rete era sempre affamata di sofferenza e lui era la preda perfetta in quel momento. Il GCV era attivo ma non aveva notifiche da smistare.

Sperimentò la vertigine della solitudine, tanto agognata quanto terribile.

Tamburellò con le dita sul tavolo, la gamba destra andava su e giù in modo spasmodico. Si mosse verso l’uscita con due minuti di anticipo. Scavalcò la carcassa della porta distesa sul pavimento e fece un passo fuori dall’unità abitativa. Un largo ballatoio lo separava dalla ringhiera gialla e nera. Guardò a destra, quindi a sinistra, il suo visore retinico non proiettava sul campo visivo alcuna indicazione.

Fece un passo indietro. Il mondo era terribile senza le rassicuranti etichette che identificavano cose e persone.

Il ronzio armonico di un veicolo a sospensione magnetica lo scosse. Erano loro?

Chiuse la bocca, che aveva aperto chissà quando, vedendo un mezzo per raccogliere i rifiuti.

Una ragazza stava in piedi sul predellino, tendendogli la mano, occhi dolci e brillanti piantati nei suoi, bocca piccola e carnosa, guance arrossate dall’aria fredda.

Il vento forte scompigliava i lunghi capelli neri. La luce del sole brillava sulla tuta di plastica arancione che fasciava la figura slanciata.

«Vieni?»

Leonardo fissò la mano tesa verso di lui, così facile da raggiungere eppure così maledettamente difficile da afferrare. La sua determinazione a fuggire vacillò. Il ricondizionamento, una nuova unità abitativa e sarebbe tornato a vivere senza problemi.

«Cosa potete darmi voi?»

«Qualcosa che la maggior parte delle persone ha perso da tempo senza rendersene conto.»

La promessa insita in quelle parole lo scosse. Suonava definitiva e terribile. Leonardo avanzò di un passo e tese le dita, accorgendosi che tremavano. Scosse la testa e riuscì a chiedere: «Cosa?»

La ragazza sorrise e si sporse verso di lui per parlargli all’orecchio. Leonardo continuava ad osservare il rotore del velivolo a pochi centimetri dalla passerella. L’elica sembrò rallentare mentre lui attendeva il sussurro che lo raggiunse pochi istanti più tardi. «Potrai scegliere se stare solo o con gli altri. Avrai di nuovo la libertà e il rischio di essere te stesso. Il Sistema ti dà tanto, ma ti toglie l’essenziale.»

Leonardo deglutì. «Cos’è l’essenziale?» domandò, ma le loro dita si stavano già sfiorando e lui cominciava a capire. Non c’era nessuno attorno a loro, né in strada né nella sua testa.

Era bellissimo.

Photo by William Bout on Unsplash

©2017 Vincenzo Romano - All rights reserved

Editing: Sonia Causa

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