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Una storia di EdoP

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Jusep Torres Campalans

Vita di un pittore anarchico e credente in Dio

Pubblicato il 04 ottobre 2016

Jusep Torres Campalans nasce a Mollerusa, vicino Lleida, nel 1886, da una famiglia contadina di ideali socialisteggianti e indipendentisti.

Si sa poco della sua infanzia e della sua prima vita da artista. Di provenienza culturale catalanista, impara i rudimenti conoscitivi dell'arte figurativa realizzando i primi lavori in una scuola di pittura del nord-est della Spagna e venendo a contatto giovanissimo con gli ambienti postimpressionisti e avanguardisti di Barcellona, dove conosce il coetaneo andaluso Pablo Picasso. Qui matura anche un effimero interesse per la politica, avvicinandosi alle rivendicazioni operaie, regionaliste e repubblicane che non calmano le acque del nuovo regno di Alfonso XIII.

A vent'anni emigra a Parigi, l'allora cuore degli intellettuali e degli artisti di tutta Europa. Nella Ville Lumière conosce pittori del calibro di Juan Gris, Legér e critici come Apollinaire, e sul proprio Quaderno verde trascrive, oltre agli avvenimenti più importanti della sua esistenza, il suo periodo artistico più intenso (oltre che l'ultimo), quello trascorso nella capitale francese dal 1906 al 1914, dove subisce l'inclinazione al Fauvismo, partecipa al primo Cubismo (di cui è ideatore insieme a Picasso e Braque), s'interessa di Futurismo, prova avversione per l'arte astratta ed infine abbandona per sempre la pittura allo scoppio della Grande Guerra.

Ritenendo che il Novecento avesse già dato il meglio e che il resto fosse solo 'maniera e menzogna', decide di abbandonare l'Europa alla volta del Messico proprio nel 1914, per l'idilio di vita selvaggia con gli indios nello Stato meridionale di Chiapas, i chamulas.

La Francia del '14 è una nazione sciovinista e assetata di rivalsa contro la Germania imperiale, Campalans ricorda bene l'assassinio, poco prima della sua partenza, del politico pacifista Jean Jaurès, per mano di un giovane nazionalista. La guerra travolge il continente, che non vede l'ora di tingersi nuovamente di sangue. Ma l'artista catalano non ci sta, non lo accetta, ha fatto già molte, forse troppe, sperimentazioni artistiche, per lui gli anni parigini sono come una vita intera, ha provato di tutto, rifiuta la guerra, ciò che l'ha sostenuta e la stessa civiltà industriale borghese. Si ritira in una delle zone più impervie dell'America centrale, in quello che è un mondo ancora in parte incontaminato e primitivo e ci rimane per tutta la vita.

Poi, durante un viaggio in Messico nel 1955, lo scrittore spagnolo Max Aub incontra un anziano signore che si fa chiamare Don Jusepe, un ex pittore piuttosto noto durante la Belle époque e ora dimenticato per sua scelta. L'uomo è stravagante, anarchico, credente in Dio, avventuroso, instabile, cosmopolita, visionario e generosissimo. Ha saputo di com'è continuata la storia occidentale e in peggio, ben presto lo scrittore diffonde la notizia di un "un pittore che ha abbandonato Parigi nel 1914", le ricerche arrivano al nome: è Campalans emigrato mezzo secolo prima. Molti critici, novelli artisti, galleristi, giornalisti e personaggi iniziano una disperata corsa per appropriarsi dell'ex artista eremita, visionano i suoi lavori sperduti, sono picassiani ma anche futuristi, frottage, collage e tanto altro, ne sono estasiati; il mondo dell'arte vuole rendergli il giusto omaggio che non ha avuto. L'anno dopo, nel 1956, Campalans muore e nel 1958, quando esce la biografia-romanzo del pittore scritta proprio da Aub, l'interesse generale ne viene alimentato.

Negli anni '60 la verità: alcune delle opere che Max Aub aveva tratteggiato, erano della nipotina seduta sulle sue ginocchia, il Quaderno verde, la vita di quel Campalans erano tutta una bufala letteraria, un esercizio artistico surreale, tutta invenzione di Aub per lanciare una provocazione allo stesso mondo dell'arte con una poetica del falso che ha pochi eguali nella letteratura [con un mio piccolo contributo].

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