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Una storia di angelaaniello

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Foglie d'autunno

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Pubblicato il 18 aprile 2016 in Thriller/Noir

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Ogni volta che guardavo le foglie, mi sembrava di volteggiare con esse nel vento, ballonzolando fra drappeggi di ricordi lontani eppur così vicini.

-E' colpa dell'autunno.- mi ripetevo.

E mi chiedevo cosa rendesse così malinconico il fluire del tempo che mai mi era parso così lento e sonnecchiante.

-Devi tornare dalla parrucchiera!- mi disse la vicina distogliendomi da un vano pensare.

-Cosa?- tentai di farfugliare senza neppur aver udito.

-De-vi an-da-re dal-la par-ruc-chie-ra! Ora hai capito?- E rise.

Ogni volta che lo faceva un moto di stizza mi stringeva il petto. Le volevo un gran bene ma quel moto d'allegria era fuori luogo e fuori tempo.

-Uhm... Non so...-

Cercai di congedarla perchè volevo star sola.

Non avevo bisogno di nessuno. Forse neppure del mio silenzio che scricchiolava come le foglie al parco.

-Claudia!-

Quella voce riemergeva dall'oltretomba.

Mi voltai lentamente facendo scivolare le chiavi trattenute fra l'indice e il pollice. Vaneggiavo. Non c'era nessuno.

Raccolsi le chiavi e armeggiai maldestramente con la serratura. Tremavo di freddo e di paura.

Questa volta una mano ruvida si posò sul mio braccio e lo strinse con forza.

Quando incontrai i suoi occhi, capii che il tempo ritorna, tutto ritorna. Anche il terrore.

-LASCIAMI!- urlai ma il fiato si fece corto.

-Stai zitta! Ho atteso dieci anni questo momento. Dieci lunghissimi anni passati in gattabuia ricordando i lineamenti del tuo volto.

-Lasciami o chiamo la polizia!-

-Apri quella dannata porta e fammi entrare. Dobbiamo parlare!-

Il braccio era indolenzito. Annuii per non solleticare la sua rabbia.

Tre giri e la porta si aprì.

Per fortuna avevo la sana abitudine di lasciare tutto in ordine. Accesi la luce per non restare troppo al buio.

-Ma guarda un po' come ti sei sistemata! Stai così bene senza di me?-

-Benissimo!-

-Dovevi stare ancora lì.-

Mi venne incontro inferocito. Sapevo che ci saremmo rivisti prima o poi.

-Sei solo una puttana!- e sputò in segno di disprezzo.

Non so cos'è che mi rendeva forte. Forse la disperazione. Ad ogni autunno era il vuoto a catturarmi.

-Cos'è? Ti sono mancata?-

Indossavo un paio di jeans blu scuro a vita bassa e un golfino rosso. Non ero truccata, avevo i capelli in disordine eppure il suo guardarmi sapevo dove poteva condurmi. All'Inferno!

Ad un tratto mi bloccò. Sentii il suo fiato pesante sul collo e col pollice cominciò a percorrere il perimetro delle labbra. La sua lingua cercò la mia atrofizzata.

-Dimmi che mi desideri.-

-Affatto!-

Il cellulare era lontano per poter chiamare qualcuno.

-Sei solo un bastardo! Come puoi sperare che ti voglia ancora?-

-Perchè sono sicuro che con nessuno hai fatto l'amore come con me.-

Qui non sbagliava. Eravamo due selvaggi in preda alla follia. Non mi ero concessa più in maniera così disinibita. Lui era il sesso, la passione, l'amore, il confine da superare a tutti costi, carne nella carne, carne della carne.

-Va' via. Ti conviene. Il tempo cancella tutto. Persino il cuore.-

-Non mi muoverò di qui.-

-Dì, ci hai ripensato a tutto quel sangue?-

-Smettila! Ho pagato la mia colpa. Ora ti rivoglio.-

-Adriano, tu eri e sei rimasto pazzo. Ti odio, capisci? TI O-DIO!-

Urlai nella speranza che qualcuno mi ascoltasse.

Mi voltai verso la finestra e notai che la strada era deserta. Mi prese dal collo e mi spinse con violenza sul divano.

Mi sfilò il golfino e mi tappò la bocca. Mi morse i capezzoli e li fece sanguinare. Più mi opponevo più diveniva violento. Non gli ci volle molto per infilarsi nella mia vagina. Spingeva, usciva e rientrava ridendo e umettando le labbra della sua pessima saliva.

Come un cane rabbioso mi possedette e piangevo.

Quando tutto fu finito, si rivestì in gran fretta e andò via.

-Ci rivedremo!-

Restai immobile per minuti che parvero anni. Avevo tracce del suo sperma ovunque.

Ma non era amore il suo. Era depravazione. Era sopraffazione di una donna.

-Ti ammazzerò!-

Giurai a me stessa che l'avrebbe pagata infilandomi sotto la doccia bollente per disinfettarmi da quel marciume.

Era finito senza orgasmo. Lui aveva urlato da solo in un piacere solo suo.

-Lorenzo, devi aiutarmi!-

Dall'altro capo silenzio. Non lo sentivo da un po'. Me ne ero allontanata per paura di innamorarmi.

-Che è successo?-

-E' tornato, è stato qui..-

-Chi? Adriano?-

-Sì e... mi ha violentato.-

-Cazzo! Arrivo!-

L’avevo violentata e me n’ero andato via lasciandola sdraiata mezza nuda sul divano, abbandonata come una bambola rotta che non merita nessuna attenzione. Un pezzo di qualcosa da dimenticare per sempre, ma io non volevo dimenticarla e non l’avrei fatto. Non ora che ero tornato. Non avrei permesso a quella troia di Claudia di rifarsi una vita senza di me. Vero, erano passati dieci anni, ma dieci anni non sono né tanti né pochi. Si contano sulle dita delle mani. Gli anni passati in galera non significavano niente. Ero tornato per mettere le cose in chiaro e me ne andavo abbastanza soddisfatto, convinto di essere stato piuttosto convincente.

Cazzo! Pensai. Eppure una volta ci eravamo amati e quando finivamo sotto le lenzuola era come giocare coi fuochi artificiali di Capodanno: pericoloso e irresistibile al tempo stesso.

Stavo ancora scendendo le scale quando incrociai una vecchia che mi fissò con uno sguardo da pesce surgelato. Indossava un grembiule a fiori macchiato di qualcosa che avrebbe dovuto condire una pietanza e che invece sembrava avere avuto un altro destino. Forse aveva sentito tutto. Forse aveva sentito Claudia gridare o gemere. Forse quella stronza le aveva raccontato di me.

– Che vuoi? – dissi.

La vecchia, che poi forse tanto vecchia non era, sembrava essersi trasformata in una statua di sale. Sostenni il suo sguardo fino in fondo, fino a quando la poveraccia si ridestò dal sonno ipnotico che le aveva causato la mia presenza. Poi, improvvisamente, si ritirò come un topo nella sua tana: un appartamento che puzzava di bollito.

In prigione il bollito aveva proprio quell’odore lì.

Tornai a pensare a Claudia, la mia Claudia. Ci eravamo amati, poi era finito tutto. Le mie mani si erano sporcate di sangue, anche per colpa sua. Lei non lo avrebbe mai ammesso, ma era stata tutta colpa sua se era finita come era finita. Io avevo pagato, lei ancora no.

Il barista gli aveva servito il caffé sul banco, accostandogli il cestino con i vari tipi di zucchero e i dolcificanti, l'uomo, un tipo alto e robusto con una faccia che sembrava gli si fosse schiantato contro un tir, sollevò la tazzina e trangugiò d'un fiato la bevanda bollente. Non degnò il barista della benché minima considerazione. Il tizio metteva paura solo a guardarlo: aveva la barba lunga e gli occhi spiritati di un satiro. Indossava un giubbino di pelle consumato e gli pendevano dal collo della camicia un paio di Raiban a specchio. Dopo il caffé l'uomo si accese una sigaretta....

- Ehi... non puoi fumare qui dentro - disse il barista.

L'uomo, in tutta risposta, gli sbuffò una boccata grigia e puzzolente in faccia. Non aprì bocca, si limitò a scrutare da vicino il poveretto. A quel punto il barista sparì da quella traettoria difficile da seguire e si mise a caricare la lavastoviglie.

Ancora con la sigaretta tra le labbra, il tizio inforcò gli occhiali e si andò a mettere dietro una colonnina che separava l'ingresso del bar dalla sua vetrina. Rimase lì a guardare fuori, come se stesse aspettando l'arrivo di qualcuno. Poco dopo, una Golf rossa, strizzò le ganasce dei freni e lasciò sull'asfalto due dita di penumatici. L'autista alla guida parcheggiò la macchina dall'altra parte della strada, tra un vecchio e diroccato motocarro e un Bmw di ultima generazione, poi scese trafelato e si mise a correre lungo il marciapiede. Alla fine sparì nel portone di una palazzina non molto distante.

L'uomo nel bar gettò sul pavimento il mozzicone di sigaretta e uscì.

Il barista tirò un sospriro di sollievo.

Lorenzo aveva lasciato Claudia e non sapeva se essere felice o inquieto.

Claudia, aveva amato Lorenzo, e ora pensava ad Adriano.

Adriano era ubriaco da qualche parte.

L’uomo del bar, invece, era semplicemente molto pericoloso.

L’uomo del bar aveva in mente un piano per incastrare tutti e tre. Sapeva che, se fosse filato tutto liscio come l’olio, qualcuno ci avrebbe lasciato le penne. Sorrise.

Cazzo, cosa ho fatto!? Cosa ho fatto!? Ora quella puttana potrebbe anche denunciarmi. Io dentro non ci voglio tornare, piuttosto mi ammazzo. Piuttosto l’ammazzo. No! non mi denuncerà, lei ha paura. Paura che parli. Sono stato zitto dieci lunghi anni, e sa che è in debito.

Maledetto figlio di puttana! Se pensi che lascerò perdere quello che mi hai fatto solo perché hai tenuto sempre il becco chiuso, ti sbagli di grosso. Non ti denuncerò, ma me la pagherai. In un modo o nell’altro la pagherai. E non solo per la violenza che mi hai fatto subire, ma anche per quello che hai fatto a Patrizia.

Lorenzo guidava in mezzo al traffico mentre una leggera pioggia aveva cominciato a rubargli la polvere dal parabrezza. Lunghe strisce scure scendevano verticali fino al cofano. Lorenzo le guardava. Pensò alle lacrime. Pensò a Claudia. Pensò che amava quella donna e che avrebbe fatto qualsiasi cosa per proteggerla. Sapeva però che Claudia era forte… Era più forte di lui. Forse era lui che aveva bisogno di essere protetto da qualcuno.

Lorenzo salì le scale come un pazzo. Sudato, affannato, con i pensieri sparsi come le gocce di pioggerellina sul parabrezza.

-Pazzesco l'amore! Fanculo a tutto, alle paure, ai dubbi! Mo' glielo confesso e basta!-

Il suono del campanello fece sobbalzare Claudia che intanto era rimasta sul divano avvolta nell'accappatoio.I capelli ancora bagnati, lacrime d'acqua e sale sulle guance, occhi sbarrati da rabbrividire.D'impulso l'abbracciò.Era gelida, statica, distaccata.

-Va' ad asciugare i capelli. Aspetto!-

Claudia si diresse in bagno ipnotizzata. Osservò i lenti movimenti.

-Cazzo! Quanto male ti ha fatto?-Era ancora più bella così. Disarmante.Ad un tratto il rumore del phon cessò e il silenzio fra loro misurò una distanza o vicinanza abissale.-Finalmente! Dov'eri finito?-

-Lontano da te, anzi, lontanissimo!-A Claudia non sfuggirono le sue mascelle serrate, nè i denti digrignanti.

-Lui è stato qua. Non immaginavo così presto. Non ho potuto oppormi, capisci? Non ho potuto.-

Le parole sfumarono nei singhiozzi e i singhiozzi in un altro abbraccio molto più caldo e sentito.A Lorenzo le sua braccia parvero lunghe quanto il mondo.

-Mi sei mancata, Cla'!-

-Anche tu!-

L'accappatoio era scivolato oltre l'omero, scoprendo un seno. Era così sensuale, così profumata, così donna...

-Che intenzioni, hai?- si affrettò a domandarle per tenere a freno il calore che gli aveva oscurato la vista.

-Non lo so. Ritornerà sicuramente ma non mi troverà disarmata. Le bambole devono stare sulle mensoline in bella vista senza essere strapazzate. Con lui ho avuto fin troppa pazienza. Ora ha superato ogni limite.. Come i pescecani!-

-In che senso?-

-Quelli ti attaccano in mare aperto e ti conciano male se non hai la forza di lottare. E crepi soccombendo alla vista del sangue e del mondo che si allontana. Quelli mordono e fanno in fretta, vogliono la carne della carne, vogliono te. Lui m'ha presa. Ha goduto fra le mie cosce. Io ho pianto dentro e fuori. E non ho goduto.

-Maledetto!-Il pugno colpì lo spigolo del tavolo di legno massiccio, duro e intarsiato.Gocce di sangue bagnarono il candido marmo come brandelli di vita da rappezzare.

-Ma che hai fatto?-

-Io lo uccido quello. Ti giuro che lo faccio fuori prima che venga da te.-

-Stai calmo! Stai calmo! La vendetta è un piatto freddo da servire all'occasione. E il tempo non perdona e non smentisce.-

Un bacio sulla guancia e una garzina per disinfettare riaccesero l'ardore tenuto a bada.

-Claudia...-

-Sì?-

-Io... io ti amo!-

L'accappatoio scivolò ancora e la cintura. Le ciocche selvagge si ricomposero nella dolcezza di un amore che stava nascendo.Amarsi fu più che ritrovarsi.

Strano come la mente sia vagante pure in mezzo ai baci.

Lorenzo era a mezz'aria, in un ritmo sospeso fra rabbia e passione.

L'ombra di Adriano era un fiato pesante sul collo.

Pallido come un cencio, col fiato corto in quel sottano maleodorante, Adriano faceva fatica a restare lucido. I fumi dell'alcool annebbiavano il silenzio che s'era frapposto fra sè e il suo interlocutore.

Sentì la gola stringere e tamburellava con le dita su un tavolo marcio e impolverato.

Occhi negli occhi non si nega la verità. Come negarlo?

Era un piccolo pesce preda di un pescecane. Tremava, Allampanava lo sguardo e trangugiava bicchieri di vino inacidito senza avvertirne il sapore.

-La gola secca si asseconda!-

Era l'unico punto su cui si accordava con quel brutto ceffo che non lo lasciava in pace. Si erano conosciuti in gattabuia. Lui stava scontando gli ultimi giorni di detenzione e si erano salutati promettendosi di rivedersi fuori.

-I conti si pagano amari!- gli aveva detto e aveva mantenuto la promessa.

Quello aveva occhi e orecchie dappertutto. Qualcuno mandato da lui gli stava alle costole dai primi respiri di libertà.

-E a te chi la dà la certezza?- gli domandò a bruciapelo.

-Quale?-

- Che lei si stia zitta e ti copra?-

-Quella io ce l'ho in pugno. Vado e le apro le cosce quando voglio. Io sono il suo mondo, hai capito?-

-Pezzo d'idiota! E tu credi che lo reciti solo a te il rosario dell'amore? C'è uno che le sta appiccicato, che adesso se la sta fottendo più di te, mentre stai qui con me in questo spazio lercio, adatto a due furfanti come noi.-

Adriano non ci vide più. Mandò in frantumi la bottiglia di vino e lo minacciò con un pezzo di vetro molto tagliente.

-Ripetilo se hai il coraggio!-

-Quella non gioca solo con te!-

Schizzò sangue ovunque. Affondò il vetro nella giugulare e non mollò la presa finchè non stramazzò al suolo.

-Cazzo! Cazzo! Cazzo! L'hai voluto tu! Vattene col demonio adesso! Fanculo!-

Raccolse tutti i vetri e si dileguò.

-Io non ci finisco dentro di nuovo! Fanculo pure a te, Claudia, mio delirio!-

Patrizia fissava il mare con occhi di ghiaccio.

Dieci anni erano troppo lunghi a passare, eppure si erano volatilizzati.

Non aveva dimenticato e neppure perdonato.

Il cielo plumbeo non preannunciava nulla di buono.

-Ci sarà una tempesta!- gridavano l'uno all'altro i pescatori tirando le reti.

I gabbiani stridevano in mezzo alle onde. Ogni spruzzo pungeva come spine.

Patrizia aveva gli occhi profondi del mare.

Alta, bruna, prosperosa.

-La comare del capo!- così la chiamavano e tutti tacevano.

Adriano aveva fatto una cazzata e non sapeva che pesci pigliare.

-Ti mozzerò il capo!- Le ciocche impazzite e poche parole infervorate.

Un giuramento a Dio che non veniva mai scomodato.

La gonna ampia e leggera svolazzava al vento di tramontana.

Chi la conosceva bene, temeva le sue promesse. Nè lo sfiorava l'idea di mettersi contro.

-M'hanno ucciso il figlio con un colpo al petto e sono morta. Adesso io non vivo più.-

Il mare mugghiava.

-I pesci piccoli vanno sempre a male. Te ne accorgerai, Adriano! Il pescecane, quando fiuta un infido malfattore che infesta il mare, delimita il suo territorio e infierisce. E' il sospetto a incattivirlo. Ciò che agguanta non esiste più!-

Adriano brancolava. Barcollava, temporeggiava, sospirava. Lo sentiva premere sul collo il destino.

Un attentato a una improbabile serenità. Non lo calmava nulla.

-Se devo morire, Claudia, ti ammazzo prima! Non me ne vado senza di te!-

Sputava saliva e l'amaro gli contorceva l'intestino.

Si era rintanato in un rifugio segreto, scavato sotto terra e coperto con rami secchi.

Il vino non gli mancava, ma l'aria e le donne sì.

Si masturbava per provare piacere.

Si masturbava perchè voleva godere.

-Io dico che si nasce con una condanna. Io dico che si nasce per non vivere più.-

Una volta sentì dei passi.

Qualcuno stava tastando il terreno.

Tremò. Imprecò.

Il rumore cessò e riprese a respirare.

Il diaframma si era ristretto per una frazione di secondo.

Lo stavano cercando. Rocco era un pezzo grosso. Aveva scagnozzi ovunque. Patrizia aspettava paziente.

-Ti vedrò crepare come un topo di fogna!-

Raccontava segreti al vento e li vedeva volare.

Apriva il cuore al silenzio e ne uscivano mezze parole.

Non era capace di piangere. Aveva consumato il dolore dieci anni prima.

- Mi piace il rumore del sole che m'accarezza, fa scricchiolare le rughe. Ora non fa capolino ma tornerà per me il tempo delle risate. Tornerà e non avrò pudore!-

Sono fottuto! Ora lo so, non diventerò mai vecchio. Non ho scampo, ma non ho neppure niente da perdere. Non più ormai. Quando si è aperta la porta del carcere e mi sono ritrovato in mezzo al parcheggio mezzo vuoto del penitenziario, sapevo già che avrei dovuto continuare a guardarmi le spalle. In galera ero riuscito a evitare brutte sorprese. Mi ero messo subito a disposizione del direttore. Anche lui sapeva che se non avessi collaborato, un giorno o l’altro, mi avrebbero trovato attaccato da qualche parte. Me la sono cavata con le delazioni sui detenuti, in cambio, i secondini mi tenevano sotto il loro occhio vigile. Occupavo una cella doppia monitorata con le telecamere ventiquattro ore su ventiquattro e il detenuto che stava dentro con me era un frocio senza palle. Fuori di galera tutto sarebbe stato diverso. I Di Luca mi avrebbero dato la caccia. Il vecchio boss era schiattato un paio di anni dopo che mi avevano ficcato in quel buco di culo con le sbarre, ma mi avevano anche detto che Patrizia, sua figlia, era diventata il capo vero dell’organizzazione. E con Patrizia avevo parecchi conti aperti. Soprattutto uno…

Ho deciso di scrivere tutto quello che riuscirò a scrivere, non voglio crepare come se non fossi mai esistito. Certo che qui sotto non è facile neppure buttare giù due righe. Fa freddo, è buio e c’è puzza. Sono un animale braccato. La mia unica possibilità era quel figlio di puttana che ho sgozzato con il vetro della bottiglia. Che cornuto sono stato! Proprio un cornuto! È stato il peso delle corna e il vino, che mi hanno mandato fuori di testa. Ora anche gli uomini di Snake mi stanno cercando per avere strappato la pelle al serpente.

Non dormo più da non so quante ore. Stanotte mi sono appisolato un momento è ho visto la faccia di quel ragazzino. Era pallida e ossuta, con gli occhi neri e fondi come l’inferno. Boccheggiava come un pesce preso all’amo. Boccheggiava di continuo alla ricerca disperata di un po’ d’aria. Poi, all’improvviso, ha smesso di respirare e ha chiuso gli occhi. Quando li ha riaperti erano rossi e la sua faccia era diventata verde. La pelle gli si staccava dalla fronte e aveva i denti marci. S’è avventato contro di me e mi ha staccato il naso a morsi e poi se l’è mangiato.

Devo uscire da questa trappola. Non posso continuare a stare rintanato qui. Devo trovare un altro rifugio, riorganizzarmi. Tentare di salvarmi il culo anche se è quasi impossibile. Devo costringere Claudia ad aiutarmi ancora una volta… Poi magari l’ammazzo lo stesso. Ammazzo lei e quel bastardo che se la scopa…

-Cazzo! Ho il cervello in fumo. Quell'incubo mi ha dato i conati. Ho vomitato tutto. Meglio così! Con lo stomaco sottosopra mi sembrava d'impazzire. Dunque, ricapitolando.. Quante possibilità ho di non lasciarci la pelle? Nessuna, credo! Nessuna ! E qui ci posso stare ancora poche ore. Sono braccato! Quelli di Snake fiuteranno l'odore. Lo sento!

Dicono che quando la morte respiri sul collo uno l'avverta. Beh, non sono mai stato un sensitivo ma stavolta sono nella merda davvero. Affondo a perpendicolo nella melma che mi sono creato da solo. Aveva ragione chi mi ripeteva che nei problemi mi ci ficcavo volentieri per paura della noia.

E ora come me lo paro il culo? Claudia dovrebbe... potrebbe, ma da quando quello (che prima o poi lo faccio fuori) se la batte, non so se sarebbe disposta.

Eppure, a modo suo, mi ama ancora, almeno per il ricordo dei momenti vissuti insieme. Quello, in confronto a me, vale zero. Con me godeva da cani e io scoppiavo di piacere.

Se fosse qui, altro che! Fanculo a tutti i problemi, la stringerei fino allo stremo. Le basterebbe uno sguardo per capire e so che scivolerebbe, perchè in fondo le piace stare con un uomo fatto ad uomo.

Afferro il cellulare. Compongo il numero. E' notte fonda ma chisenefrega. Qui lo spazio e il tempo si assottigliano e soffoco.

-Pronto?-

-Cla- Claudia, sono io, Adriano...-

Silenzio. Chiude. Riprovo.

-Cazzo vuoi a quest'ora? Lasciami in pace!-

-Invece tu mi stai a sentire. Mettiti comoda che dobbiamo parlare.-

-Non posso, capisci?-

-Cos'è? E' lì con te e hai paura che ci scopra?-

-No, non è il momento e basta!-

-Troia! Ecco quello che sei!-

-Fanculo a te!-

-No, no, aspetta, scusa... E' che mo esco matto qua, in questo buco di terra. Tutto sprofonda e mi porta appresso.-

-Cosa vuoi? Parla chiaro!-

-Qua, tra un po' mi beccano e torno dentro ma tu, tu mi devi aiutare. Non puoi lasciarmi solo.-

-Quelli chi? Dove sei? Parli a monosillabi e non capisco.-

-Posso contarci? Posso?-

-Non lo so. Dipende da tante cose.-

-Patrizia... Ti dice niente il suo nome?-

-Quella si vendica. Mi sparano nelle palle e muoio.-

-Tu c'hai sette vite come i gatti!-

-No, Cla'! Stavolta è diverso, giuro!-

-Sì, sì.. Claudia? Claudia? Dove sei?-

-Eccolo! Va' da lui, ma ricorda che tu appartieni a me e basta.-

Tu-tu-tu-tu-tu...

Guardo l'orologio. Tre e un quarto, per l'appunto. E ho gli occhi sgranati.

Quello per poco mi staccava il naso. Verde come l'incredibile Hulk. Verde come la paura che mi fotte, anzi mi strafotte.

Mi giro su un fianco, comincio a contare. Unoduetrequattrocinquesei...

Uno strano scricchiolio. Passi e un abbaiare di cani.

-Cazzo, mi hanno trovato!-

Una fessura di luce colpisce con violenza lo sguardo avvezzo all'ombra, ormai.

-Sono fritto! Dalla padella alla brace e che Dio (se ce n'è uno ancora per me) me la mandi buona.-

-Polizia! Non si muova!-

Non oppongo resistenza. E guardo di nuovo il cielo stellato. Mi mancava! Con le armi puntate contro e i cani addestrati non c'è da fare i fessi.

Li hanno fregati, però! Bravi!

Quelli non mi avrebbero fatto respirare all'istante. Un solo colpo in canna dritto dritto dove volevano.

Questi sono un po' più clementi. Mi lasciano vivere come cazzo gli pare a loro.

Dallo spazio del buco sotto terra a quello di una cella non c'è molta differenza.

La luna è bella. Uno spicchio perfetto e preciso fissato lassù.

Ripenso a Claudia, a quello che ci siamo detti, ai suoi non lo so, a quella voce bastarda che la vincola, ai suoi seni bianchi, al suo profumo. Quanto mi manca!

Il tragitto fino al carcere è lungo. Nella camionetta me ne sto per i fatti miei. Non mi oppongo, non reagisco, non faccio un cazzo se non tarlarmi il cervello già bucato in altre zone ombrose.

La notte è lunga, è ancora lunga a passare.

Claudia non sopporta le lenzuola di seta. Ha caldo. Suda. Si stiracchia. Salterebbe come una gazzella se potesse.

Le cosce lunghe e nervose si contraggono.

Lorenzo la cerca. Non le ha fatto altre domande.

-Stanotte no, Lorenzo. Stanotte, no!-

Adriano la sconvolge sempre. Ogni volta che sente la sua voce si scatena una tempesta dentro.

Sa come incatenarla con le parole. Conosce i suoi punti deboli e ha ragione. La possiede mentalmente. Sono un gioco vizioso i pensieri che si scatenano, folli.

La sua voce implorante. Il suo desiderio mai spento. Quel senso di appartenenza che le bagna la vagina ogni volta. Cazzo! Lei è sua e non vorrebbe.

Guarda Lorenzo che ha ripreso a dormire.

Ha gli occhi profondi della notte ed è così caro con lei. Ma l'amore sta dall'altra parte. Quella che non può stringere. Che l'ha rubata anni addietro e non la lascia in pace. Alle scosse il cuore ci ha fatto il callo. E a lei piace il pericolo di un amore sbagliato, ossessivo fino alla morte.

Lorenzo le prende la mano nel sonno. Chissà se sarà il suo domani. Chissà!

Chiude gli occhi e geme. Tra le lacrime che solcano il viso si assottiglia la speranza.

Fanculo alla vita che la imbastisce come una marionetta, senza indagine, per il piacere di rovesciarla nella guerra di emozioni che non scendono a patti, nè li mantengono.

Adriano è alta tensione.E' bile e sangue e sudore. E' l'amore che accende la luce forzando i sigilli e lì resta, intatto.

Il Pubblico ministero si era acceso una sigaretta anche se era vietato fumare. Non aveva più di quarant’anni e comunque ne dimostrava molto meno. Forse era per colpa del taglio di capelli che lo faceva assomigliare più a un partecipante del Grande Fratello che a un uomo di legge. Indossava una camicia bianca sotto un blazer grigio e aderente, e un paio di costosi jeans blu scuro. Ai piedi, dei semplici mocassini scamosciati con la suola di gomma.

Adriano non aveva ancora aperto bocca, ma il PM non sembrava avere fretta.

«Fumi?»

«Sì.»

«Ne vuoi una?» domandò il PM, mentre allungava il braccio oltre il tavolo di mogano del direttore del carcere ingombro di incartamenti. Nella mano curata e rosa stringeva un pacchetto di Gauloises rosse.

«In teoria qui non si potrebbe fumare» osò dire un ragazzetto che poteva avere più peli sul culo di quelli che aveva effettivamente in faccia.

«Avvocato», disse con tono calmo e imperturbabile il PM, «si faccia i cazzi suoi, e al limite, se ci riesce, quelli del suo assistito.»

L’avvocato, un poveretto che al 99 per cento stava scontando un praticantato in qualche studio legale che non gli passava una mazza neppure per il rimborso spese, e che per arrotondare accettava anche di fare il difensore d’ufficio, si toccò nervosamente il nodo scorsoio della cravatta. Sudava, anche se nell’ufficio del direttore la temperatura era quella ideale per ospitare una colonia di pinguini della Patagonia.

Adriano non riuscì a trattenere un sorrisetto sarcastico, che non passò inosservato. Il PM, infatti, scrutò l’indagato. Era soddisfatto di averlo fatto sorridere. Gli indagati, e a maggior ragione i criminali, devono essere messi a loro agio. Bisogna conquistare la loro fiducia, aprire una breccia che porti, se non a una piena confessione, almeno a un resoconto ampio dei fatti per i quali si sta procedendo con l’interrogatorio. Ecco perché ora si trovavano tutti nell’ufficio del direttore del carcere, nel quale, Adriano, dopo essere stato tirato fuori dal suo buco, aveva passato quattro giorni in gattabuia perché il giudice aveva disposto la custodia cautelare, piuttosto che uno scantinato freddo e anonimo della prigione.

Il PM era ancora col braccio disteso, quando Adriano decise di accettare la sigaretta. Il magistrato gli porse anche l’accendino. Adriano aspirò una boccata di fumo e fissò negli occhi il suo interlocutore.

«Lo sa vero che può decidere di non parlare?» disse timidamente l’avvocato puntando un indice sulla forcella degli occhiali e spingendoseli in alto fino alla radice del naso.

«Sa anche che qualsiasi dichiarazione che rilascerà sarà usata nei suoi confronti in fase processuale» aggiunse il PM: «Avvocato, il qui presente Adriano Montecorvo è più esperto di lei. Conosce bene i suoi diritti. E sa bene cosa gli conviene fare». Il magistrato diede un altro occhio all’indagato e disse: «Non è così Montecorvo…? Gradisce un caffè?»

Adriano capì che quel damerino tutto in tiro, era furbo come una faina. I suoi modi affettati, se non stava attento, rischiavano di farlo scivolare. Adriano voleva capire cosa avevano in mano gli inquirenti sull’omicidio di Snake, perché di questo si trattava. Si trattava dell’uomo con la gola tagliata, di quel delinquente piuttosto noto nell’ambiente. Sembrava che l’ultima persona che aveva incontrato prima di rendere l’anima al Diavolo, era stata proprio quella mezza tacca di Montecorvo.

Ovviamente la polizia aveva appreso queste informazioni in maniera del tutto ufficiosa, attraverso i propri informatori. Niente di ufficiale però. Adriano sapeva anche che le prove a suo carico erano poche, prima di rintanarsi aveva bruciato il giubbetto macchiato di sangue, mentre il collo della bottiglia con le sue impronte l’aveva gettato in una campana per la raccolta del vetro. Campana che a quell’ora era già stata svuotata. Ma sapeva anche che fuori da lì, era un Dead Man Walking.

«Dunque? Possiamo cominciare?» chiese il PM con tono mellifluo.

Adriano spense la sigaretta nel posacenere del direttore e assentì.

Il difensore d’ufficio deglutì un bolo acidulo che gli si era formato in bocca.

Adriano adesso era teso. Capiva che era passato il momento si scherzare. Se avesse potuto, avrebbe fumato qualcosa di pesante, giusto per sentirsi più forte.L'avvocatuccio che lo affiancava non gli dava alcuna sicurezza. Il Pubblico Ministero lo stava guardando per spiare ogni emozione, il culo scottava e Snake gli si parava davanti con il viso imbrattato di sangue e gli occhi strabuzzati.

Allora proviamo a fare un piccolo resoconto, pensò fra sé e sé. Cosa rischio? Cosa perdo se resto qua dentro? Cosa se esco? Quelli mi aspettano. Patrizia non me la tolgo di dosso facilmente finché non mi avrà fatto la pelle. Claudia non mi ha dato alcuna garanzia in merito a una sua possibile testimonianza a mio favore. Poi quelle due sono amiche e subodorando il pericolo che corre difendendomi, figurati se sarà dalla mia parte. Cazzo! Sono nel girone degli sfigati! Di quelli che i guai se li procurano da soli. Ma Snake andava eliminato all'istante. Ho provato a calmarlo e niente. Lui continuava, continuava fino a farmi salire il sangue al cervello. Allora non c'ho visto più. Mandarlo al diavolo era mantenere quel briciolo di dignità che ancora mi restava.Sono un uomo di parola e pure un delinquente che si autodistrugge. Devo restare muto come un pesce evitando di vomitare altre bestemmie contro Dio e gli uomini.

-Niente male quelle Galoise!- sbottò ad un tratto per rompere quel silenzio pesante. -Buona miscela, aroma molto gradevole..-

-Ne vuole ancora una?

-Adesso no. Dopo forse...-

-Allora mi vuol raccontare cosa è successo?-

-Nulla, assolutamente nulla. Sono pulito in questa storia. I vostri informatori hanno toppato stavolta. Sì, Snake, ammetto, l'ho conosciuto bene, ma l'ultima volta risale all'altra carcerazione.-

-Non faccia il furbo! Abbiamo riferimenti che ci portano direttamente a lei, Montecorvo, in maniera inequivocabile.-

Adriano cominciò a sudare. Cercò di ricordare bene ogni gesto. Non aveva trascurato nulla.

-La parola impronte non le stuzzica la memoria?-

Quella faina stava bluffando. Era più abile di quel che pensasse.

-E chi dice che mi appartengano?- rispose scoppiando in una risata fragorosa.- Lei ci sta provando, d'altronde è il suo mestiere, ma io non ci casco.-

L'avvocatuccio seguiva la conversazione e si puliva il viso di tanto in tanto. La sua inesperienza era evidente.-Mi fa pena! Ma questo gioca a mio favore.-

-Un'altra sigaretta?- Gliela porse allentando il primo bottone della camicia. Indice di grande nervosismo. Adriano stava riuscendo nel suo intento. Fargli perdere la calma non era da tutti, ma aveva notizia di interrogatori durati senza sosta fino a notte fonda. La stanza cominciava ad essere satura di fumo, l'aria irrespirabile riempiva i polmoni affaticati dalle extrasistoli, dal caldo e dal puzzo insopportabile.

-Non se la caverà tanto facilmente! Il suo nome compare già nel registro degli indagati come probabile assassino e non ho nessuna intenzione di tirarmi indietro. Quindi faccia come vuole. Adesso si fa a modo mio. Lei mi racconta la sua versione dei fatti per filo e per segno, senza tralasciare i dettagli e la facciamo finita qui.-

-Non si agiti, potrebbe farle male. Sa, il cuore tira brutti scherzi!-

-Allora, ricapitoliamo...- Il suo tono era serissimo e non ammetteva repliche.- Snake le ha chiesto di incontrarla, perché? Di cosa dovevate discutere urgentemente dopo la sua scarcerazione?-

-Avvocato, glielo dice lei che io non c'entro in questa faccenda, visto che non mi ascolta il Pubblico Ministero?- Adriano si alzò in un impeto d'ira e di stanchezza.

-Si metta a sedere. D'ora in poi le domande le faccio solo io.-

-Ho sempre pensato che i pesci siano silenziosi, non muti. Ora, santa pazienza, lei non mi lascia scelta! Me ne sto zitto perché dovrei lavorare di fantasia. Snake, a tratti, mi stava pure simpatico. Certo, non era uno dei miei preferiti, ma di lì ad ucciderlo poi...-

-Poi ci possono essere conti in sospeso, donne...-Adriano trasalì. Serrò le labbra e abbassò gli occhi.-Quello lì lo stava ingarbugliando. Bastava un nome e sarebbe crollato. Unoduetrequattrocinquesei...-

-Alzi quella cazzo di testa e mi guardi... Ci ho preso, eh? Donne, donne e guai...-

-Sta proprio fuori strada, sa? Quale donna avrei potuto condividere con uno squalo del genere? Nessuna!-

-Mmm... Il viso pallido, i pugni rigidi, le labbra tirate, gli occhi bassi.. Per un attimo, per un attimo ha pensato a una in particolare...-

Erano già trascorse cinque ore da quando erano chiusi lì. Cinque ore di merda. La pendola e i suoi maledetti rintocchi erano un'epica battaglia contro il vuoto di un'esistenza scialba, buttata al vento.Adriano lo sapeva bene. Teneva a mente le regole che un altro compagno di cella gli aveva insegnato: -I pesci piccoli, a volte, sfuggono tra una maglia e l'altra della rete all'annunciato pericolo; altre ci restano impigliati e vedono sangue dappertutto. Tu impara a negare, anche dinanzi all'evidenza. Non c'è solitudine maggiore del silenzio ma è necessaria, proprio necessaria, credimi!-

Si erano abbracciati in un atto d'umanità in mezzo al fango e al marcio. Proprio vero! Spesso dai letamai nascono fiori rari e preziosi.Faticò per nascondere gli occhi umidi. I bocconi amari avevano indurito lo stomaco, fiamme salivano in gola seccandola.Le tempi martellavano, mille parole ricacciate indietro, mille ancora da masticare, mille da non sussurrare mai. Claudia era un dolce ronzio dell'anima, Snake una tortura interminabile. Il Pubblico Ministero si accese un sigaro cubano, un Montecristo di ottima fattura. Aveva estratto la scatola giallo oro dall'ultimo cassetto. Gli serviva per stemperare la tensione. Per un attimo si alzò e gli diede le spalle. Spalancò la finestra e e la sua fumata piena e corposa invase insolentemente le narici di Adriano. Non ne aveva mai fumato uno, né osava chiederlo.Sembrava un manichino preconfezionato tant'era perfettino. Ma stava cedendo. D'un tratto richiuse i vetri e andò a sedersi.

-Stiamo contravvenendo ad ogni regola, signor Montecorvo. Se non ha intenzione di parlare, la rispedisco in cella con un'accusa di chiara colpevolezza. Quello Snake deve averla combinata grossa... Da cosa nasce cosa ed ecco spiegato l'assassinio. Collera, impeto, pazzia pura. Stavolta al processo non avrà nessuno dalla sua parte, glielo garantisco.-

-Che fa? Mi minaccia? O sono tenuto a credere al suo delirio perfettamente costruito. Le faccio i miei complimenti, la trama fila e tutto torna, se non fosse che...-

-Che?-

-Che io alle sue storie non do alcuna importanza. Ho smesso di credere alle favole da tempo, da quando ero bambino, se mai lo sono stato.-

-Guardia, lo porti via!-L'avvocato assisté impotente alla scena.I l Pubblico Ministero urlava, Adriano era rassegnato. Non sopportava le catene. Si convinse che forse era nato per conviverci, per stare dietro le sbarre reticolando il cielo, per non sapere mai cosa fosse la libertà. Uscì dalla stanza sputando. Succube di una fottuta colpa da scontare.

-E chi proverà a salvarti, se la vedrà con me!- aveva sentenziato con gli occhi fuori dalle orbite, prendendo una netta posizione. Era un osso duro quello e non si sarebbe arreso, ne era certo. Stesso corridoio, due celle più in là.Dietro le sbarre il tempo si congelava. I minuti erano anni e le ore secoli. La sfumatura verde bile in volto cozzò a lungo con l'azzurro mal trattenuto dalle nuvole fuori. All'orizzonte il sole non impallidiva mai.

Patrizia era fiera e indomita come una tigre in un cielo rosso rabbia. Da quando aveva saputo che Adriano era in gattabuia non si dava pace.

Quello lì doveva smettere di respirare. Avrebbe potuto farlo crepare anche fra quelle mura fradicie - e non le sarebbero mancati fedelissimi disposti ad esaudire il suo ordine- ma... Troppo semplice! Per i pezzi di merda bisogna aspettare il momento migliore, all'imbocco di una via che non perdona errori.

Crudele, spietata, velenosa come un'aspide. La temevano tutti nel suo ambiente, eppure il suo cuore di madre nascondeva barlumi di tenerezza sepolti dopo l'omicidio.

Il suo volto non faceva trasparire emozioni.

-Sembri di cera!- le aveva urlato una delle donne del clan che voleva emergere.

-Taci, puttana! Che ne sai tu, eh?-

Si era anche avvicinata con occhi di fiamma. Poi si era spenta da sola, come l'ultima pagliuzza di carbone prima che il vento soffi.

Una cosa però doveva farla e subito. Avvisare Claudia. Sapeva che se l'era spassata con Adriano. -I due piccioncini!- li chiamavano in gergo.

-A viso aperto due donne non possono mentire!- si ripetè ingoiando saliva.

-A viso aperto i conti tornano e tutto ha un ordine!-

Si accese una sigaretta per calmarsi e pianificare.

Claudia era disperata. L'ultima telefonata di Adriano l'aveva scossa.

-Siamo polvere e tempesta- si ripeteva.- Polvere che tutto copre e tutto cela. Polvere che spoglia e deruba. Polvere d'anime infrante e perdute per sempre!-

Meditava e lacrimava, quando uno strano bip la distrasse.

-Ti aspetto al porto, domani mattina alle 9:00. Non mancare! Ciao, Patrizia!-

-Sono perduta! Adriano, dove sei?-

Le matasse si ingarbugliano da sole e si attiva impietosa una guerra silenziosa. Si scommette per vincere o per perdere.

Patrizia era abituata a comprare. Il tempo. Gli uomini. L'amore. La fatica. La vendetta.

Claudia si era accartocciata come una foglia negli incubi notturni. Aveva faticato a contare l'alba, annoverando ricordi che ferivano più di lame.

Adriano era un'ossessione da cui non poteva liberarsi.

Un puzzo acre di sangue aleggiava nell'aria pesante. Sangue e morte andavano a braccetto in audace compagnia provocando.

Cercò di darsi un tono perchè quella vipera non doveva approfittare della sua debolezza. Sapeva che era pronta a dettare condizioni. Sapeva che Adriano non era un amore improvvisato ma ben radicato. Voleva giocare con lei come si fa con le bambole che tollerano tutto.

-Io non ci stoooo!- urlò guardandosi nello specchio.

Si preparò con cura. Lorenzo era uscito e non si era accorto della sua inquietudine. A volte la sua distrazione rendeva tutto meno complicato.

Mancava un quarto d'ora, il tempo giusto per godere del mare e dei pescherecci consumati dalla salsedine.

Il sole screziava di giallo le nuvole vaporose e morbide, di un grigio perlaceo e lucente. Minacciava burrasca.

Quando furono l'una di fronte all'altra, il silenzio si macchiò delle parole trattenute fino ad allora.

Occhi feroci e glauchi, quelli di Patrizia. Non si incielavano, nè si raggomitolavano nel fango dell'odio che li divorava. Avidi di risposte, di certezze, di passi felpati incontro alla meta.

Claudia sostenne lo sguardo, senza sapere da dove giungesse il coraggio che sentiva nascere

-Tu quello lì lo devi lasciar stare. Te ne devi dimenticare, capito?-

Tacque.

-Cos'è non parli? Finirà male per lui, creperà come ho visto morire mio figlio e mio marito. E tu non mi potrai fermare.-

Le rughe al lato della bocca, la saliva sputata sdegnosamente, il volto livido e inespressivo non lasciavano dubbi.

Ripensò alle paure di Adriano nella telefonata in cui le chiedeva aiuto. Per un attimo vacillò.

-Fa' quello che vuoi- replicò secca spiazzandola. - Adriano non mi riguarda più. Se deve essere condannato, avvenga ciò che è giusto.-

Patrizia la scrutò attentamente. Era una faina e stava mentendo spudoratamente.

-Non t'interessa che crepi come un topo di fogna? Non t'interessa che non possa più avvertire il tremore delle tue cosce? Non si nasce due volte, neppure per errore. Comincia a ricordare il suo respiro profondo, perchè non resterà nulla di quel piacere.-

Si girò e andò via con un'andatura fiera. Non la piegava il vento che mulinava intorno spruzzi d'acqua.

Adriano aveva l'anima di un nero pece. Non se la passava bene in carcere. Aveva occhi addosso ovunque. Gatti pronti a graffiare alla prima occasione. Avvertiva il loro fiato sul collo e non era protetto.Le guardie che passavano in quel corridoio buio e angusto gli lanciavano sguardi furtivi.

Era un pò che ci rimuginava. Togliersi la vita poteva essere una soluzione. Al dolore. Alla mancanza di Claudia. Alle colpe commesse. Alla vita che non era stata affatto generosa. A quell'autunno che aveva dentro in maniera inesorabile.

Qualcuno in un'ora di libertà nel piazzale gli aveva mostrato un coltellino con un sorriso sghembo e sinistro.

Aveva paura. Non si sentiva al sicuro da nessuna parte. Patrizia aveva potere. Molto potere.T irò su col naso per non lacrimare.

Persino il PM era stato chiaro. Non sarebbe uscito di là facilmente. Volevano incastrarlo ad ogni costo. Bene! Lo volevano morto? Li avrebbe accontentati! Dannazione! Se ne sarebbe andato via fottendoli.

Immaginava la risata sguaiata di Patrizia e il viso pallido di Claudia che, a modo suo, continuava ad amarlo, ne era certo.

- Si nasce per essere infelici. Per portare il peso delle croci piantate. Per mettersi al posto l'anima in un inferno senza equilibrio. Si nasce per morire!-

Fu di notte che cominciò a scucire l'elastico del pigiama. L'altro russava. Rubò pure i lacci delle scarpe.E poi non bastava che tirare, tirare e smettere di respirare.

Mancavano tre giorni alla data presunta. Il 15 aprile era il compleanno di Claudia. Le avrebbe fatto un regalo togliendosi dalle palle. Si procurò un foglio e una penna e le scrisse una lettera. L'avrebbero trovata sotto il cuscino. Avrebbe dormito su quelle parole d'amore per non sentirsi solo.

Amore mio,non sono stato il migliore degli uomini, ma ti ho amato davvero. Ho imparato con te cosa significa desiderare una donna. Mi sei sempre mancata. Mi mancherai sempre ovunque io vada perchè noi siamo una cosa sola e non possiamo essere divisi.Buon compleanno!

Tuo Adriano

Adesso si sentiva in pace. Lavare le colpe andando via era l'unica soluzione. Godette delle ultime ore di libertà. La primavera era meno faticosa e il sole non faceva più dispetti.

Guardò gli alberi che rifiorivano, toccò le foglioline verdi appena nate e avvertì il loro tocco leggero sotto i polpastrelli.

Eppure la vita era una bellissima tentazione. Peccato averla sprecata così!

Sentì il calore delle carezze di Claudia. Maledisse Lorenzo. Maledisse se stesso.

Chiese di andare in bagno. Eseguì i movimenti con lentezza sorridendo.

Non era un vigliacco. Aveva scelto la libertà.

Tirò forte, forte, forte...

Rivide Claudia e fu un sogno. L'ultimo!

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