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Una storia di Gjoe_S

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Un'avventura a Marienbad

Fantasy a puntate di Giovanna Esse e Simone Cardelli

Pubblicato il 19 maggio 2017

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Ogni riferimento a persone o cose realmente esistenti è da ritenersi puramente casuale.

©- Giovanna S. – 2017 con Simone Cardelli

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IL MATTO

Capitolo Primo

- Dovevamo svoltare a Bor! Ecco guarda lo dice anche qua, sei cieco? – Angela batteva esasperata il dito su un punto della cartina tascabile recuperata in albergo, a Praga. La ragazza cominciava a essere in agitazione. Fabio faceva lo scemo per sdrammatizzare ma ogni istante che passava prendeva più coscienza del fatto che si erano persi. Quel maledetto navigatore si era messo a dare i numeri e all’improvviso parlava in ceco dando direzioni a casaccio. Una lingua complicatissima per un italiano poco pratico, che diventa impossibile da leggere nella bruma che, poco a poco, copriva i cartelli stradali. Lui non voleva affondare il coltello nella piaga per evitare un vero litigio; l’idea lo rattristava, voleva che il loro viaggio di nozze diventasse un ricordo magico e felice, nella vita matrimoniale che li stava aspettando. Se fossero partiti da Praga alle dieci, come progettato, per arrivare a Marienbad ci avrebbero messo solo un paio d’ore. E di certo non si sarebbero persi perchè il tempo si era rabbuiato solo nel primo pomeriggio. Ma lei, la sua signora, non poteva rinunciare a un altro giro nei mercatini, a perder tempo cercando cianfrusaglie. Non avrebbe mai capito le donne; potevano essere acculturate, laureate, e persino disincantate, ma al fascino luccicante di una collanina di vetro, o un paio di orecchini, non sapevano resistere anche se molti di quegli oggetti non li avrebbero mai indossati.

- Bor? Tesoro, ma se non ci siamo mai arrivati a Bor! – disse Fabio.

- E certo – rincarò Angela – perchè tu avevi fretta di girare! Impaziente come al solito!

La realtà era che le cose si stavano mettendo male. La strada, prima larga e asfaltata, andava man mano stringendosi, diventando un percorso sterrato che si inoltrava tra i boschi. La caparbietà di Fabio, come spesso capita a chi guida, era dettata dalla speranza che la strada migliorasse di lì a poco. L’apprensione porta a incedere come se l’andare avanti potesse domare l’orografia dei luoghi, soprattutto di quelli sconosciuti.

Adesso la strada si stringeva a imbuto, costeggiata da cespugli e alte conifere. Davanti a loro, illuminato dai fari della macchina, un grosso ramo caduto sbarrava il sentiero.

L’umido della notte scendeva velocemente; la nebbia, grigia come fuliggine, aveva preso il posto della bruma pomeridiana e dava al tutto un aspetto tetro e desolante.

Fabio dovette fermarsi per non rischiare di rompere la macchina.

Pensò fosse meglio aspettare li e, intanto, cercare soccorsi. Quel paesaggio era divenuto improvvisamente alieno e loro, figli dell’era tecnologica, provarono lo sgomento che, per millenni, aveva attanagliato l’umanità; quando le distanze erano enormi e il tempo faceva paura.

Il telefonino non aveva campo, tipico!

- Non ti preoccupare amore – disse Fabio mentre cercava di aprire lo sportello, ostruito dai cespugli. Aprì un varco tra le sterpaglie e uscì dall’auto per guardarsi intorno, ma inutilmente. Non si vedeva a un palmo dal naso.

L’aria era umida, ovattata, e il silenzio attorno aveva qualcosa di spettrale.

Fabio risalì in macchina, portandosi dietro un brivido, e non solo di freddo.

- Dobbiamo solo avere un po’ di pazienza, sono luoghi turistici, molto controllati, non c’è niente da temere vedrai.

Ma Angela era tutt’ altro che soddisfatta del suo resoconto; per fortuna la paura aveva prevalso sul suo lato polemico e si astenne dall’infierire ulteriormente.

- Cosa facciamo adesso?

- Aspettiamo un pochino, questa nebbia maledetta dovrebbe diradarsi. – Fabio era preoccupato quanto lei ma cercava di non farlo notare. Il germe di un possibile litigio aleggiava, elettrico, nell’aria, come un fulmine che non aspetta altro che la giusta via per scoccare, con tutta la sua veemenza.

- Non mi ascolti mai! Cominciamo proprio bene! – sbuffò lei, nevrotica – C’era il treno, comodissimo, ma tu no! Hai preferito l’avventura!

- Tesoro, non ti arrabbiare... avrebbe dovuto esserci un paesaggio meraviglioso!

- Ma sei fuori? – disse Angela infuocandosi e fissandolo negli occhi – Lo vedi? Eccolo là il tuo meraviglioso paesaggio. Qua rischiamo la vita, lo capisci?

- Angela e non essere catastrofica cazzo! – anche Fabio iniziava a perdere le staffe. Uscì dalla macchina sbattendo la portiera.

Se solo si fosse diradata quella maledetta nebbia. Sarebbe bastato vederci a pochi metri e, procedendo a marcia indietro, raggiunto il primo spiazzo avrebbe potuto fare inversione e tornare sulla via principale. Sì spostò davanti al cofano. L’enorme ramo in mezzo al percorso era pesante e la vegetazione cresciutaci sopra rendeva praticamente impossibile spostarlo a mano. La sera calava rapida e il buio diventava sempre più minaccioso. Ogni tanto un leggero crepitio metteva Fabio a disagio, si doveva trattare di qualche cristallo di ghiaccio che precipitava sul fogliame, o di qualche roditore che calpestava foglie secche. All’improvviso ebbe la sensazione di sentire un rumore diverso, qualcosa di metallico, ma forse era solo la sua immaginazione. Però, dopo qualche istante, il rumore si ripresentò; forse dipendeva dalla direzione della brezza.

Capitolo Secondo

Fabio desiderò di tornare a fumare, aveva smesso da poco e la tentazione era forte nei momenti di stress. Fumando, però, avrebbe peggiorato la situazione facendo incazzare ancora di più la sua novella sposa.

Adesso il suono era più vicino, non poteva sbagliarsi; era il suono di un campanellino. Uno di quei sonaglini che portano spesso i gatti, appesi al collare.

Il suono andava avvicinandosi e un brivido di paura gli attraversò la schiena. ‘Meglio avvertire Angela’, pensò. Si affacciò dal finestrino:

- Tesoro, si sta avvicinando qualcuno... o qualcosa…

- Qualcosa... cosa? Che vuoi dire? – disse lei, sgomenta.

- Non lo so, potrebbe anche essere un animale, forse un gatto, sento un sonaglio!

Mentre ascoltavano concentrati, proprio dietro di loro una lucetta giallognola e ammiccante iniziò ad avvicinarsi ballonzolando.

Fabio avvertì, per la prima volta in vita sua, la rinomata sensazione di farsela sotto.

Angela invece fu più risoluta; anche se spaventata a morte, con voce stentorea gridò:

- Ehi! C’è qualcuno? – Quando si dice “audentes fortuna iuvat”.

Nessuna risposta, la lucetta continuava la sua danza e lo scampanellio, quasi irreale nell’atmosfera ovattata, risuonava sinistro filtrando tra la nebbia.

Angela uscì dalla macchina e si accostò al giovane marito, terrorizzata.

Pochi istanti e una figura scura, una sagoma maschile si fece largo nella sterpaglia.

Quando fu abbastanza vicino, lo sentirono salmoidiare una specie di cantilena lugubre senza senso.

Fabio si fece avanti:

– Signore? Ehi! Siamo qui! Ci siamo persi!

Lo strano cartoccio umano si avvicinò ancora poi alzò la testa guardando verso di loro e scoppiò in una risatina bizzarra. Poi si ricompose e li squadrò dalla testa ai piedi. Gli occhi neri erano nascosti dalle folte sopracciglia e i suoi vestito erano stracci multicolori. Un insieme di cenci logori e consunti dal tempo.

Aveva con sé un lungo bastone, un ramo ripulito dalle fronde, con a metà uno spuntone dal quale penzolava un lanternino. Come riuscisse a far luce era un mistero che la giovane coppia moderna non sapeva spiegarsi. Dall’estremità superiore dll’asta pendeva un involto di stoffa, probabilmente un fazzolettone bisunto, ripiegato e annodato con i suoi stessi lembi. Nell’altra mano reggeva un legno più corto che, stranamente, era fiorito.

D’improvviso, un grosso cane nero arrivò scodinzolando, apparendo dalla nebbia. Trotterellò felice verso il vecchio e cominciò a mordicchiargli i lembi dell’abito già stracciato. La scena aveva dell’assurdo. La presenza del cane per un attimo rassicurò Angela e Fabio: solitamente chi ama gli animali non è una persona cattiva.

Finalmente il vecchio sembrò interessarsi a loro:

- Ah, italiani! – disse ridacchiando – Nel bosco di notte, cosa cercate?

- Niente – rispose Fabio - ci siamo persi ma ho già chiamato i soccorsi e saranno qui a momenti – mentì, non che ce ne fosse bisogno: l’altro non diede nessuna importanza alle sue parole.

- Bravi, bravi italiani… sposini? Bello! Bellissimo! Bravi!

- Ma voi parlate bene l’italiano - disse Angela – Come mai?

- Ah sì, bene! Bella la lingua italiana, mi piace; molto musicale! Bravi!

- Stiamo aspettando che la nebbia si diradi – disse Fabio.

- Ah la nebbia, sì. Aspetta! - Il vecchio frugò tra i suoi stracci ed estrasse una tavoletta di legno. Aiutandosi con la lanterna osservò attentamente una serie di simboli che, probabilmente, erano stati tracciati con una qualche lacca antica.

- Uhm: la luna; dodicesimo giorno; Mercurio è qui! No monsignore, la nebbia non se ne andrà. Devi aspettare le dodici, le dodici della sera. È proprio così! – sentenziò il vecchio e rise nuovamente senza alcuna ragione.

Diede poi un calcio al cane e passò oltre, strusciando i suoi stracci sulla fiancata della macchina. Lasciandoli lì, come se non li avesse mai incontrati.

- Ehi, aspettate! La strada è bloccata…

Fabio ebbe un sobbalzo talmente vistoso che anche Angela ne rimase sgomenta.

Il vecchio, abbozzando due strani mezzi giri su se stesso, aveva attraversato il groviglio inestricabile e scavalcato il tronco, che sbarrava la strada.

- Ehi, voi! – gridò Fabio – Ma come avete fatto?

Angela capì che doveva intervenire, il vecchio era la loro unica possibilità di uscire da quella situazione incresciosa.

- Signore? Per favore! Ci siamo persi!

Ma il matto sembrava non averla sentita. Riprese la sua litania camminando nella nebbia.

- Signore la prego ci aiuti! Io… credo, forse… aspetto un ba,bino! – strillo Angela un attimo prima di vederlo sparire. Fabiò la guardò con gli occhi sgranati… Comunque la frase funzionò: il vegliardo si fermò e li osservò con maggiore attenzione.

- Ah, avete bisogno di aiuto? – disse, senza ridere.

- Sì signore, ci siamo persi. Ci aiuti per favore. – disse Fabio. – La notte è lunga e non sappiamo neppure dove ci troviamo.

- Uhm - l’uomo, si tastò il mento con le dita, come se stesse meditando.

- Ma voi, signori, siete sposati? – chiese.

- Oh sì, da poco. Siamo in viaggio di nozze. – disse Angela, quasi allegra.

- Allora voi due ci credete nell’Amore?

13 - La Morte

La Morte

Capitolo terzo

Fabio stava preoccupandosi sempre più, il comportamento di quel vecchio figuro era strano e sconcertante, comunque ormai c’era dentro fino al collo e bisognava andare avanti. Per giunta, Angela al solo sentir parlare d’amore si era sciolta in un sentimento di fiducia verso quel personaggio che, a modo suo, aveva un certo fascino romantico.

Donne: inopinatamente sentimentali. Anche a sproposito.

- Sì che ci crediamo, – disse Fabio, cercando di restare con i piedi per terra – ma che c’entra?

Il vecchio esplose in una risata - Ahah questa poi! L’amore c’entra sempre, monsignore. Li invitò a seguirlo alzando il bastone - venite giovani amanti, seguite me!

- Ma come facciamo? Da dove è passato? – chiese Fabio, fermo davanti al groviglio erboso.

- Ma su, è facile! Tenetevi per mano – e protendendosi verso di loro tese la sua verso Fabio ad aiutarlo.

Creando quella catena umana qualcosa di inspiegabile accadde; scavalcarono il groviglio di rami e rovi come fossero morbidi steli d’erba e arrivarono così dall’altro lato. Increduli si fermarono a osservare dietro di loro quel muro di stecchi e foglie all’apparenza impenetrabile. Eccoli a seguire quello strano figuro! In poco più di un’ora le loro vite aveva cambiato registro: abbandonata la civiltà tecnologica delle finte certezze erano passati a camminare nella nebbia verso l’ignoto. Le basi della loro quotidianità ben organizzata non avevano più valore in questa dimensione silente e senza tempo, erano in balia del destino! Trasportati d’improvviso in un’avventura inaspettata. Ora tutte le storie sentite al telegiornale diventavano reali, i protagonisti erano loro e la paura dell’ignoto li toccava in prima persona. Non si trattava più di osservare la pantomima di una figura su un teleschermo.

***

L’uomo misterioso avanzò facendosi largo con il vecchio bastone e illuminando il percorso con la lanterna, sembrava che gli sterpi e la nebbia gli obbedissero aprendo un varco dove prima non c’era.

Il cane nero prima arrancava per tenere il passo, spariva nella notte e poco dopo sempre più affannato, sempre più scodinzolante; probabilmente era pazzo come il suo padrone.

Le luci lampeggianti della macchina in panne erano già lontane quando la piccola compagnia si ritrovò di fronte a un muro antico fatto di enormi pietre. Il vecchio tastò col bastone i massi umidi ricoperti di muschio, procedendo tentoni in cerca di qualcosa.

Dopo qualche metro attraversarono una breccia scura che si apriva sulla vecchia muraglia. Nonostante la fitta nebbia fu evidente che si trovavano nelle rovine di un sito estremamente antico e abbandonato.

Camminarono alla cieca nel buio profondo poi d’improvviso intravidero una luce; si avvicinarono a una grande finestra dalla quale proveniva un bagliore giallastro e tremolante, come di lanterne a olio. Due passi ancora e il vecchio, con mano sicura, spinse e spalancò una porta di legno consumato dal tempo. Si ritrovarono subito in un grande ambiente, non troppo luminoso ma riscaldato piacevolmente da un enorme camino alto quanto un uomo e contornato da una cornice di pietra scolpita con motivi floreali. Sopra al camino un grande cono di pietra rosea imitava le spire della conchiglia e andava assottigliandosi verso l’alto, perdendosi poi nel buio del soffitto.

Il vecchio prese a scrutare attentamente la giovane coppia, aiutato dalla luce calda dei ceppi che scoppiettavano tra le alte fiamme del camino.

Anche gli ospiti, rincuorati dal caldo confortevole di quell’ambiente, si rilassarono un poco mentre cercavano di capire chi fosse veramente quell’vecchio misterioso. Aveva la pelle cotta dal sole, come quella di chi vive molto all’aperto; e gli occhi erano poco visibili sotto le sopracciglia scure e cispose. Guardandolo bene non sembrava più né tanto vecchio né tanto curvo, ma soprattutto aveva smesso di ridere.

- Sedete pure – disse in italiano corretto ma con accento slavo – Bella l’Italia, me la ricordo bene, il vostro sud è un posto unico e meraviglioso. Sì! – Indicò con la mano due vecchie panche in legno robusto. Farfugliò qualcosa tra sé e sé, forse pensando a ricordi lontani, poi disse: - Quindi, bella coppia italiana, voi dite di amarvi, giusto! – rise di nuovo, senza nessun motivo apparente - Ma voi sapete cos’è un sentimento come l’amore? Lo sapete veramente? – li scrutò come se cercasse una risposta nei loro sguardi piuttosto che nelle parole. - Conoscete la forza dell’amore? Cosa lo anima? Fin dove può spingersi? – si voltò e il suo sguardo si perse tra le fiamme del camino, ghirigori di luce si divertirono a guizzare sul suo volto arcano.

Prese un vassoio dal tavolo alle sue spalle, sembrava come se gli oggetti si materializzassero dal nulla a suo piacimento. Ma forse era solo la loro impressione scherzi dell’immaginazione dovuti alla stanchezza.

- Bella signora italiana, hai il nome dell’angelo – poi sorrise a Fabio ammiccando – spero per te che lo sia davvero, mon ami! Ecco signora: fai tu gli onori di casa – le mise davanti il vassoio con sopra tutti gli ammennicoli per preparare un buon tè, l’acqua nella teiera era bollente, come appena tolta dal fuoco. Angela fece finta di niente ma si era rese conto di avere tra le mani un servizio di porcellana e d’argento, finemente cesellato, sicuramente molto antico. Roba da re, con tanto di stemma consumato dal tempo. - Intanto vi racconto una storia, se volete, per ingannare l’attesa. – disse volgendo lo sguardo alle faville che salivano, sfrigolando, nel grande camino. - Sapete, io non sono stato sempre “matto” come mi vedete adesso... – sorrise tra sé, poi iniziò a raccontare.

Capitolo quarto

Tanto tempo fa, il re di un piccolo reame ebbe un figlio: un maschio, forte come un toro e sano come un pesce.

Il re era talmente orgoglioso del suo unico figlio che non gli bastava saperlo principe e poi re dopo di lui, voleva di più; lo immaginava grande imperatore, trionfante sugli eserciti e sulle genti. Decise quindi di recarsi da suo fratello ritiratosi da tempo sulle montagne impervie, dove vivevano i vecchi saggi, a studiare le antiche alchimie e i rimedi portentosi della Natura.

Questi, anche se più giovane, con gli studi era diventato assai più saggio del re e cercò con ogni mezzo di persuaderlo, di convincerlo a lasciare che il ragazzo seguisse le sue naturali inclinazioni ma il re non volle sentire ragioni.

Dopo giorni di discussioni i due arrivarono a un accordo: il principe bambino sarebbe stato libero di vivere la sua vita, spensierata e felice, fino alla morte del re... solo allora il mago sarebbe intervenuto, confidandogli le volontà del padre e consegnandogli un elisir portentoso che gli avrebbe dato fascino e potenza sovrumani. Un liquore arcano, perfezionato dal mago, per accrescere ogni virtù del futuro re.

L’accordo fu sancito e dopo essersi abbracciati affettuosamente, per un’ultima volta, i due fratelli si lasciarono e ognuno fece ritorno alle sue incombenze.

Il principe crebbe felice e intraprese molti viaggi, accompagnato da un seguito di fedelissimi, al fine di conoscere usi e costumi di altri paesi.

Era di animo gentile, bell’aspetto e possedeva la capacità di parlare direttamente al cuore essendo lui stesso leale e sincero. I sudditi vivevano tranquilli, ormai sicuri che al vecchio re sarebbe succeduto un uomo giusto e pacifico.

Ma purtroppo la beatitudine di quegli anni non durò a lungo, una brutta caduta da cavallo portò il re alle soglie dell’esistenza quando il giovane principe aveva solo diciotto anni. Immediatamente un messo fu inviato alle alte montagne, dove il fratello del re proseguiva i suoi studi di magia. Memore del patto, partì per tornare al palazzo reale mentre il re esalava i suoi ultimi respiri. Arrivò tardi, con grande dolore non poté fare altro che partecipare ai solenni funerali del fratello.

In quella triste occasione, il saggio studioso riabbracciò finalmente il giovane principe e sua madre, dopo tanti anni passati lontano. Gli venne proposto di soggiornare al castello per godere delle sue comodità e partecipare alla cerimonia di investitura del nuovo re, lui accettò ma nella mente e nel cuore del saggio mago un turbine di pensieri e preoccupazioni si muovevano senza sosta; ripensava al patto stipulato col fratello, ormai morto, e se fosse giusto donare maggior potenza al giovane principe che tra poco sarebbe stato incoronato re.

Pensò che tutto fosse già perfetto in quel reame e fu tentato di far valere la ragione piuttosto che l’impegno preso, rispettando il patto solo a metà. Avrebbe spiegato le sue ragioni al giovane facendogli comprendere che il troppo potere porta alla rovina. Ma aimè avvenne un fatto inatteso nell’animo del saggio mago, un sentimento strisciante si insinuò nel suo cuore, facendolo innamorare perdutamente della bella regina vedova.

Tra un racconto e una poesia, mentre i cortigiani erano impegnati nelle loro incombenze, il mago andava innamorandosi in modo talmente folle da perdere i lumi della ragione. La lunga astinenza e la pratica forzata del celibato furono fatali, infuocarono ancor di più l’animo del cognato che ogni giorno passava ore e ore a consolarla della perdita. Lei vedeva in lui solamente un uomo premuroso, un attento istitutore per il figlio, ma nulla di più. Allora, sconsolato da questo amore non ricambiato, decise di intervenire con le arti arcane, per trasmutare la realtà e piegare il destino a suo favore.

Per prima cosa, con una scusa banale, convinse la regina a bere una mistura dicendole che l’avrebbe risollevata dal dolore della sua perdita, in realtà le somministrò un potente filtro d’amore, approntato da lui, che esaltò nella donna ogni ardore sopito. Quella notte stessa fu proprio la regina che bussò alla porta del cognato, desiderosa di conforto e calore umano. Caddero l’uno tra le braccia dell’altra e giacquero assieme. Questa passione, sinistra nel mago e artificiale nella regina, non tardò a far nascere i suoi frutti perversi.

Qualche giorno dopo essersi installato prepotentemente nel castello, senza più alcuna remora si premurò di soddisfare le ultime volontà del fratello deceduto. Si recò dal principe e gli confidò gli ultimi desideri del padre manipolandoli a suo vantaggio. Instillò nel suo cuore molti dubbi riguardo alla fedeltà dei sudditi che, se governati con troppa permissività, gli si sarebbero rivoltati contro, considerandolo un re debole e malleabile.

Falsificò notizie e documenti riguardo a occulte manovre dei sovrani vicini, insinuando la possibilità di una facile invasione, data la mancanza temporanea di un re. Infine, lo convinse che la visione di suo padre era quella di un figlio grande e potente, capace di garantire una lunga pace al mondo intero diventandone imperatore.

Il principe, che era puro di cuore, non dubitò delle parole di suo zio; negli anni della sua infanzia lo ricordava come onesto e saggio. Accettò di valutare il progetto e s’impegnò a condurre delle indagini per approfondire le intuizioni politiche del vecchio mago. Ma già il mattino seguente lo zio lo convinse a un appuntamento nel bosco per un’ultima importante confessione. Li seguì un giovane servitore che portava con sé un carretto sul quale era posata una strana scatola di ferro.

Arrivati nel buio fitto del bosco, l’uomo scaricò al suolo la scatola, che si rivelò essere un piccolo forziere. Con gesto solenne prese dalla tasca una chiave e aprì la serratura. Incuriosito, il giovane nipote si chinò, per osservarne il misterioso contenuto.

Carddo di Hermes - Arcano n. 7

Capitolo quinto

Il forziere custodiva un’ampolla contenente un liquido opalescente, colore della tempesta e che sembrava muoversi come un mare scuro.

- Ecco – disse il vecchio mago –questa è la ricetta della tua potenza! È il dono meraviglioso che tuo zio ti ha riservato, in nome di tuo padre, il re!

Il principe estrasse l’ampolla e la studiò: sembrava attraversata da scariche elettriche, come piccoli fulmini, sembrava una sostanza viva.

- Non temere figliolo, tuo padre si rivolse a me per rendere invincibile la tua potenza e questo è il risultato del suo desiderio: un filtro creato per renderti invincibile e giusto, come dev’essere un futuro imperatore. Bevine un sorso!

Come un Sigillo sulla bottiglia era appesa una piccola targa d’argento, legata con una catenina, ma cosa vi fosse inciso era un mistero; la scritta doveva essere stata vergata coi caratteri di una lingua sconosciuta, oppure era illeggibile perchè troppo consumata dal tempo.

- Una volta all’anno, tornerai in questo sito e rinnoverai il rito: il liquido dell’ampolla ti ridarà coraggio e vigore! – poi, con un gesto teatrale, fece un ampio semicerchio con la mano – E qui sorgerà un tempio per consacrare la tua grandezza.

Il giovane era teso, ubriacato da quelle parole, e si decise. Bevve un sorso abbondante del liquido magico! Poi sedette su un masso e aspettò. Si interrogò intimamente ma non trovò assolutamente niente di cambiato in sé. Pensò che fosse sciocco dubitare di un uomo saggio come suo zio, quindi ripose l’ampolla nel tabernacolo di ferro, fiducioso. Ma negli occhi del mago, un lume sinistro brillava mentre con la mano venosa consegnava al giovane principe la chiave del suo segreto.

- Domani, nipote mio, inizierò i lavori per costruire un adeguato ricovero alla fonte del tuo potere. - disse. Il giovane lo ascoltò distrattamente, nella sua mente un turbinio di pensieri si mescolava ribollendo.

- Ora, per rendere magico e fertile questo “locus”, consacriamolo con un sacrificio adeguato: è la legge degli Arcani! – disse e, inaspettatamente, con agilità si portò alle spalle del paggio.

Il ragazzotto aveva assistito a tutta la scena, ma non aveva capito molto. Il mago sfoderò dal manto un affilatissimo pugnale e lo affondò senza pietà nella gola del poverino. Il sangue ricadde copioso sul terreno mentre negli occhi, sgranati e stupiti, la vita si spegneva lasciando il posto al gelo della morte.

Lo stregone, allora, fece in modo che il corpo morente cadesse a favore della cassa, affinché quel sangue innocente irrorasse sia il tabernacolo che il terreno tutto introno ad esso. La frenesia di potere e di sesso che lo aveva ottenebrato iniziava a germogliare nella sua mente, predisponendolo a operare in maniera iniqua e perversa.

Senza farsi notare scrutò attentamente il volto del principe provando un’intensa soddisfazione; quel giovane e bonario nipote, che solo pochi minuti prima avrebbe reagito con veemenza inaudita a quell’opera nefanda, adesso guardava la scena annoiato come se si trattasse di un’operetta recitata male. Non manifestava alcun particolare interesse, anzi, dopo poco, sbuffò.

- Adesso possiamo andare, zio, ho fretta e c’è tanto da fare. – disse con una voce nuova, pregna di una determinazione mai udita prima. Intanto la sua mente vagava già lontano progettando imprese grandiose, imponenti, mai immaginate in precedenza.

Il vecchio concertò col nipote una scusa per occultare la morte prematura dello scudiero. I familiari, disperati e distrutti, si rivolsero al principe, ben conoscendo la sua misericordia ma questi, infervorato nel progettare le sue prossime mosse, non diede peso al loro dolore.

Alla fine quella povera gente si vide consegnare una manciata di scudi e, subito dopo, la minaccia specifica e crudele di non farsi più vedere.

Capitolo Sesto

Il giovane in pochi giorni rivoluzionò il quadro politico del suo paese, circondandosi di ardimentosi ma anche dei peggiori lestofanti.

Sua madre, la regina, aveva poco senno presa dal fervore erotico che il mago le aveva instillato.

Il principe era talmente infervorato che si dimenticò perfino di farsi incoronare re. Partì, con un piccolo esercito e, cogliendo di sorpresa i suoi confinanti e alleati ebbe ragione facilmente della loro vana opposizione.

Il suo esercito divenne sempre più forte e potente e il suo regno sempre più grande e temuto. Pervaso dalla brama di ottenere di più, ritornava di rado nel piccolo regno: era troppo impegnato a costruire il futuro impero.

Una volta all’anno si recava al luogo dove era custodita l’ampolla da cui traeva il suo invincibile potere; là lo zio aveva fatto costruire una torre, sorvegliata da guardie armate, affinché custodisse quel segreto così importante.

Passarono alcuni anni e poco mutava nell’atteggiamento del principe; era concentrato solo sull’ampliamento dell’impero, delle ricchezze e del potere. A stento si era reso conto che intanto, sua madre la regina, manovrata dal mago, si era sposata con questi, perpetrandone automaticamente la figura di re, che dopo il matrimonio gli spettò di diritto. La stessa superficialità ostentò quando, l’anno successivo, trovò che la madre aveva partorito un figlio e che il neonato era un fratellastro, per lui.

Il mago, scaltro, faceva in modo che il principe tornasse solo per fare il pieno di pozione e, in occasione delle sue visite, operava per abbassare tutti i toni della vita nella regia, lui stesso, evitava di indossare la corona nei pochi momenti che passavano in famiglia.

Intanto il principe, ormai uomo, aveva costruito un impero. Un territorio sconfinato, abitato da popolazioni che riconoscevano un solo grande condottiero, ma vivevano sotto l’egida di piccoli sovrani che poco o niente lasciavano trapelare del loro modo di governare i sudditi.

Tutti i politicanti furbi e avidi, si erano accorti che l’eroe aveva un solo esasperato interesse: la conquista. E l’impero era sconfinato; bastava loro mostrarsi sottomessi e ammirati durante le occasionali visite del principe; bastava preparare un banchetto con i fiocchi e qualche cortigiana disponibile, per soddisfare i suoi giovanili appetiti, e il gioco era fatto. Il signore non vedeva altro. La sua mente si perdeva nei suoi progetti sconfinati. Conquistò territori sconosciuti, sottomise popoli esotici, fece costruire enormi città, torri e castelli mentre nel suo regno natale, lo zio fattosi re, era preso dai suoi progetti riguardo al futuro del trono, che ormai sentiva come suo.

Col passare del tempo e con l’aumentare del suo prestigio, il mago decise di rifarsi delle lunghe astinenze cui si era sottoposto quando viveva da asceta, così si dedicava ai piaceri della vita, circondandosi di vergini e giovani donne.

La regina, ormai, non gli interessava più, tant’è che aveva smesso da tempo di propinarle il suo elisir d’amore. Adesso la signora lo vedeva per quello che era, mentre i suoi passati appetiti sessuali, esaltati dalla pozione, le procuravano solo rimorso e vergogna.

Si dedicava alla cura del suo secondo genito, nato dal rapporto malsano ma pur sempre amato. Dell’altro suo figlio, in conquistatore, non poteva che seguire le gesta attraverso i racconti dei messi, che recavano continui aggiornamenti al re impostore.

La regina non aveva un carattere forte ed era cresciuta nell’agio, quindi non sapeva difendersi dalle scaltrezze del vecchio mago.

Così, sia per il semplice gusto di mortificarla, sia per non tenerla troppo al corrente dei progetti reali, ella veniva messa sempre più da parte, all’oscuro delle decisioni importanti.

Anche riguardo al figlioletto, accampando la scusa che doveva essere addestrato come un futuro monarca, si faceva in modo che le venisse sottratto spesso, con pretesti più o meno plausibili.

Arcano Maggiore n. 4

Capitolo Settimo

Era appena terminato l’inverno e la regina, che viveva sempre più ritirata, vide arrivare uno dei messaggeri del re, suo marito. Di sicuro portava notizie del suo figlio maggiore.

Era sola, il figlioletto era col suo tutore, approfittò quindi per recarsi nel salotto reale dove sua maestà riceveva le visite. Per non scontrarsi col marito e per evitare un litigio preferì origliare, mendicando dagli interstizi delle spesse tende damascate qualche notizia riguardo al suo figliolo, sempre lontano e sempre in battaglia.

- Quindi sarà qui per la domenica di Pasqua? – stava dicendo il mago.

- Precisamente maestà – confermò la spia – e, da quello che si dice, stavolta è deciso a restare, per riposare e per trascorrere la convalescenza tra le mura di casa sua.

Il cuore della regina sussultò: cosa poteva essere capitato a suo figlio? Era stato ferito... era grave?

- Maledetta febbre gialla, poteva anche portarselo al creatore! – quelle parole, udite chiaramente, fecero rabbrividire la signora. Non si era sbagliata dunque! Lo zio odiava il suo primogenito: non aveva voluto crederci ma, ormai, il sospetto era divenuto realtà. Dopotutto era vecchio e non era uno stupido, si preoccupava certo di una futura successione e desiderava ardentemente che tutto il reame e i possedimenti andassero al figlio minore, sangue del suo sangue.

- Si, maestà, l’ho sentito con queste orecchie – continuò l’altra voce – diceva che avrebbe approfittato di questo riposo forzato per sistemare un po’ di cose anche qui, al castello.

- Uhm, sistemeremo le cose una volta per tutte, è giusto. – disse il re pensoso, poi dopo qualche istante, - Ascoltami attentamente, domani mattina, all’alba ritorna in questa sala, mi troverai ad aspettarti. Il lacchè era tutt’orecchi, una missione privata, per il re, voleva dire certamente un bel compenso, un premio, forse del danaro.

- Ti consegnerò un’ampolla, portala alla torre, detta dell’Imperatore, il portone sarà aperto. Ricordi la “pietra d’Angolo”? Quella che ti mostrai l’anno scorso?

- Oh si, mio re, mi diceste appunto di stare attento a quel punto.

- Bravo! – continuò il vecchio – vedrai che c’è uno sportellino di ferro, lo troverai aperto.

- Lo avevo già notato, sire. – la spia si esibì per dimostrare che era veramente un tipo sveglio.

- Molto bene, dentro al tabernacolo troverai una vecchia ampolla con una targhetta di metallo: dovrai riempirla con il liquido che ti consegnerò – concluse il Mago.

- Domani, all’alba mi troverete qui, mio signore! – disse enfatico l’uomo.

- Adesso vai – disse ancora l’impostore poi, permettendosi un attimo di vanagloria, aggiunse – e la prossima volta che ci incontreremo, mi chiamerai imperatore!

Sorrisi maligni conclusero la terribile conversazione.

La regina, terrorizzata, si augurò solo che il tambureggiare del cuore impazzito, non svelasse la sua presenza. Per fortuna i due “compari” uscirono insieme, il vecchio laido aveva fretta di correre a festeggiare, con le sue concubine.

La donna presa dalla paura non sapeva che pesci pigliare però, per prima cosa, decise di vegliare continuamente sul figlio, appena questi fosse ritornato al castello.

Capitolo Ottavo

Pochi giorni dopo, un sabato piovoso, l’esercitò rientrò nel paese per una lunga pausa di assestamento e ogni militare potè riabbracciare i suoi familiari.

Per il principe, poiché i suoi titoli non erano stati ancora ratificati ufficialmente, non era ancora né re, né imperatore, era giunto il momento di sistemare le carte e apporre i sigilli, le azioni burocratiche che dettano legge anche sui più arditi condottieri.

Arrivò in carrozza, la febbre lo aveva debilitato, ma era tardi e la regina non riuscì a incontrarlo, preso com’era a sistemare le ultime faccende militari.

La mattina dopo, domenica di Pasqua, l’aurora sconfisse la bruma del giorno precedente. Poco prima, quando ancora la luce era incerta e uggiosa, all’alba, il messaggero di morte inviato dal re aveva già compiuto la sua missione. Il liquido mortale era stato versato nella bottiglietta e, non avendo chiavi, l’uomo si era limitato ad accostare lo sportellino metallico della piccola cavità.

Il gelo della notte incombeva ancora sulla torre e il sicario era ben coperto e intabarrato per combattere il freddo, ma anche per non essere riconosciuto. Nella fretta non si accorse che un lembo del mantello, inceppandosi su uno spigolo della porticina, al suo eclissarsi aveva riaperto la teca scavata nella pietra.

Intanto al castello era giorno di festa.

Il principe, dopotutto, era tornato vittorioso come sempre e il reame aveva un aspetto prospero e felice, nonostante il mago passasse i suoi giorni a tramare oscure tele. Faceva ogni cosa con una lena e un impeto che credeva di avere perduti, ma da quando gli era nato un figlio suo non stava più nella pelle. Viveva per quel bambino che tra poco avrebbe compiuto dieci anni. Ogni volta che lo guardava godeva della sua bellezza e ripensava a quanto era stata sciocca e vuota la sua esistenza di mago ed eremita.

In anni e anni di studio non aveva raggiunto nessun piacere personale, la sua sapienza gli era solo servita per confezionare filtri e veleni. Per il resto, ogni gaudio e piacere gli era venuto dalla ricchezza e dal potere materiale!

Suo figlio non avrebbe vissuto come lui; il prediletto non sarebbe stato “il secondo” di nessuno: il suo bambino sarebbe diventato re! Aveva tra le mani le fila del destino e tutto procedeva secondo i suoi piani.

Affacciato alla balaustra del suo balcone il re si godeva il mattino radioso; il suo umore migliorò ancor di più quando, da un vicoletto oltre la piazza, vide far capolino il suo sicario, l’uomo sentendosi osservato alzò lo sguardo e, con confidenza irritante, gli lanciò un saluto e un cenno d’intesa.

“Tutto fatto!” pensò il re, e ricambiò con un largo sorriso la sua spia. L’uomo non sapeva che il suo destino era segnato. Di lì a poco, sarebbe stato prima passato a fil di spada e poi infangato, con l’accusa di essere il responsabile dell’assassinio del giovane, futuro, imperatore.

Il mago aveva già confidato i suoi “sospetti” al fido capo della sua guardia personale ma, per il momento, non volle concentrarsi su argomenti tanto cruenti. Dall’altro lato della piazza vide arrivare Massimiliano, il suo adorato figlio, sorvegliato discretamente dalla nutrice. Giocava felice con i suoi compagni, i paggi della corte. Si godevano il sole, spensierati e felici, il suo ragazzino era raggiante e già accaldato.

“Beata gioventù” pensò il vecchio rientrando nelle sue stanze. Doveva affrettarsi e procedere nel portare a compimento i suoi progetti.

Continua...

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