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Una storia di RaffaSes

In viaggio con Einstein

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Pubblicato il 28 giugno 2018 in Viaggi

Tags: Islanda Viaggioapiedi Cani

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Quando finalmente arrivò sulla cima del passo, il tempo aveva già iniziato a peggiorare.

Fermo sul sentiero con il fiato ancora corto per i chilometri fatti quel giorno, Riccardo chiamò a se Einstein con un fischio tagliente che riecheggiò nella valle sottostante.

Einstein lasciando perdere l’odore misterioso che lo aveva fatto ritardare, arrivò al trotto al fianco dell’uomo facendo tintinnare l’attrezzatura che aveva saldamente legato al corpo con una speciale imbracatura: quella era la quinta settimana del loro viaggio a piedi in Islanda.

“Amico, per oggi ci fermiamo qui.” gli disse affondando le dita nel pelo morbido delle orecchie ma senza distogliere lo sguardo dalle lingue grigie di pioggia che vedeva avanzare dal fondo della valle.

Il cane sollevò il muso annusando l’elettricità nell’aria portata della tempesta e muovendo in quel suo modo buffo il naso nero e umido.

Qualcuno una volta gli disse che quei cani sentivano il tempo in procinto di cambiare.

“Certo come no” rispondeva Riccardo, “sentono anche i terremoti e gli spiriti dei defunti.”

Poi però, dopo che Einstein muoveva il suo tartufo, il tempo cambiava sempre.

***

Lo aveva voluto Irene.

Una sera di luglio Riccardo, rientrando da lavoro la trovò stesa sul divano ad accarezzarsi la pancia di sei mesi: aveva le gambe nude ed una canottiera rosa le cingeva la pancia in modo adorabile.

Quando lo vide si sollevò un poco poggiandosi sui gomiti.

“Voglio un cane” gli disse perentoria.

Riccardo rise mentre posava la 24 ore sul tavolo, poi si diresse da lei che gli fece un poco di spazio sulla pelle marrone.

“Hai me da accudire, non ti basta come responsabilità?” Le chiese.

“Ho detto che voglio un cane!” ripeté Irene ancora più seria.

“E sentiamo, che cane vuoi?”

“Un Alasakan Malamute!” rispose con occhi eccitati.

“Amore… vuoi portare in giro la bambina con una slitta?”

La donna non badò all’ironia del marito che non aveva certo tutti i torti visto che vivevano in un appartamento al terzo piano.

“E sai come lo voglio chiamare?” Gli chiese tornando a stendersi.

Riccardo scosse la testa rassegnato a sentire un’altra stramberia.

“Einstein, voglio chiamarlo Einstein…come quello scienziato sempre scartuffato!”

***

La monovolume era di un giallo talmente acceso da risultare fastidioso in mezzo a tutte le tonalità di grigio che coloravano quella giornata. Erano grigie le strade, grigi i palazzi in mezzo ai quali la macchina correva ed il cielo era soffocato da strati di nubi agitate talmente grigie da fare sembrare notte quel primo pomeriggio di fine settembre.

Non era giornata da uscire.

E di certo non lo avrebbe fatto Irene se non le fosse presa una delle sue voglie di frutta fresca che Riccardo avrebbe messo a tacere scendendo al supermarket se non fosse stato richiamato a lavoro dai pochi ferie che si era preso per stare vicino alla moglie.

Quel lavoro lo stava mettendo a dura prova; negli ultimi anni l’azienda dove lavorava come ingegnere era cresciuta senza essere strutturata e le normali 8 ore di lavoro si erano trasformate in 10, 11 perfino 13 ore di ufficio.

“Un tempo poco dopo le 17.30 il parcheggio si svuotava rapidamente, adesso se esci alle stessa ora riesci a perderti fra le auto per cercare la tua!” Le disse la sera prima Riccardo.

“E allora prova a cercare altro, no?” Provò a spronarlo Irene.

“E’ inutile”, rispose rassegnato, “ovunque vai è sempre la stessa storia, finisci per vivere solo nei ritagli di tempo.”

***

Quando la monovolume gialla la falciò, Irene stava ripensando alle parole amare del marito. Presa com’era da quel pensiero attraversò la strada senza guardare, poi quell’auto pacchiana e una stupida serie di coincidenze fecero il resto lasciando Riccardo solo con una valanga di se a tormentarlo.

Per chissà quale motivo, di quell’assurda giornata Riccardo ricordava distintamente la polvere chiara sulle scarpe nere dei carabinieri che lo informarono dell’accaduto mentre tutto il resto rimaneva avvolto da una strana nebbia, come se quella sofferenza fosse la sofferenza di qualcun altro e non la sua.

I due ufficiali si erano presentati al lavoro, avevano lasciato l’auto di ordinanza sul ghiaino polveroso del parcheggio e arrivati al centralino, chiesero dell’Ing. Riccardo Narducci.

Fu il più anziano dei due a parlare, l’altro, molto giovane, se ne stava in silenzio con le lacrime agli occhi nonostante l’impassibilità che la divisa gli imponeva.

Quando gli dissero che Irene e la bambina erano decedute nonostante gli sforzi dei medici Riccardo rimase immobile in piedi, talmente soggiogato dalle emozioni da rimanerne paralizzato. Poi abbassò la testa e prima che le lacrime gli annebbiassero la vista, notò la quella polvere bianca sulle scarpe lucide dei due ufficiali.

***

Cinque mesi dopo l’incidente, Riccardo si presentò all’allevamento che gli aveva consigliato un collega.

Dopo i convenevoli, il proprietario lo portò subito dai cuccioli che in quel momento si assiepavano agitati contro il ventre materno, impegnati a rubare le mammelle dalla bocca dei fratelli in una lotta dolce e goffa.

L’allevatore cercò nel volto del nuovo cliente un sorriso, tutti sorridevano a scene del genere, ma Riccardo rimase impassibile e serio come se stesse osservando una scena triste.

“E’ sicuro di voler un cane? Intendo questo tipo di cane? Gli Alasakan Malamute ecco, non…”

“Sì”, tagliò corto Riccardo.

Proprio in quel momento un cucciolo si allontanò dai fratelli annoiato forse dalla troppa confusione, trotterellò verso Riccardo e dopo avergli annusato un poco le scarpe, si mise seduto con il musetto arruffato fisso su di lui.

Riccardo lo raccolse da terra e quando le sue dita si persero nella pelliccia bianca e grigia del cucciolo ebbe la netta sensazione di avere fra le mani una nuvola calda. La coda arricciata come un punto interrogativo iniziò ad agitarsi con foga e dal musetto sbucava rapida un linguetta rosa che leccava l’aria nel tentativo di arrivare al viso di Riccardo… Irene si sarebbe sciolta dalla felicità, pensò.

“Come lo chiamerà?” Chiese l’allevatore capendo che il piccolo si era appena trovato una casa.

“Einstein… lo chiamerò Einstein, come quello scienziato sempre scartuffato.”

***

“Ti ho mai raccontato come mai siamo qui, Einstein?”

Al suono del suo nome il cane drizzò le orecchie inclinando di lato il muso.

Si trovavano dentro la tenda rossa maltrattata da quel temporale islandese che aveva interrotto la loro passeggiata.

La tenda era piena di attrezzatura, di vestiti e del corpo massiccio di Einstein accovacciato accanto a Riccardo: in un anno era arrivato a pesare oltre 50 chili ed era diventato robusto come un trattore.

“Sia chiaro, fu Irene a volerti!” Disse l’uomo in tono scherzoso.

Il cane sospirò senza scomporsi troppo come se quella fosse una battuta già sentita.

“Scherzo… l’Islanda venne fuori per caso, come le idee strambe di quando si hanno vent’anni. Una sera Irene mi disse che avremmo dovuto fare un viaggio insieme.

All’epoca andava di moda Ibiza e non c’era cosa più fica di passare le vacanze estive in quella stupida isola: così le proposi di andare lì. Eravamo in macchina, abbracciati sul sedile posteriore e avevamo appena finito di… beh hai capito.”

Come se avesse davvero capito, Einstein lo guardò con un’aria strana.

“Che bacchettone che sei diventato!” Borbottò Riccardo, “Comunque dopo che le proposi Ibiza lei si scostò da me e mi disse quasi scocciata: «No, non voglio andare lì.. voglio andare a Nord!»”.

Una violenta folata di vento e pioggia interruppe l’uomo.

“Se continua così questo tempo ci porta via anche noi!”, ma non continuò e così Riccardo riprese a raccontare.

“«Beh, Ibizia è più a Nord di qui» le dissi, ma lei si avvicinò e con quel suo sorriso furbo sussurrò: «PIU’ a Nord…voglio andare in Islanda!» e amico, dovevi vederla, le si illuminarono gli occhi a quel pensiero.”

Il ricordo del viso di Irene lo fece sorridere.

"Cristo Santo era fissata con il Nord, altrimenti” esplose con gioia prendendo fra le mani il muso tanto enorme quanto dolce di Einstein, “col cavolo che eri qui! Un cane da slitta…figuriamoci!”

Il cane sbadigliò e con aria stanca si leccò i baffi.

“Ma a quell’età le tasche piangono e l’Islanda era dannatamente cara anche all’ora. Così promettemmo che una volta sistemati e messi da parte due soldi, il grande Nord sarebbe stata la nostra meta e…”

Einstein si alzò interrompendo il racconto, si stirò le zampe con un lungo mugolio di piacere e si avvicinò al viso dell’amico che battezzò con una leccata improvvisa sulla bocca.

“E dai…” disse Riccardo pulendosi con una mano.

Dopo un paio di buffi giri su se stesso, il cane si rimise a cuccia nella solita posizione di prima.

“Sei comodo ora?”

L’uomo si stese al suo fianco cercando di ignorare la scomodità del materassino da campeggio. Con le mani dietro la testa ed il corpo caldo del cane a scaldarlo più dentro che fuori, riprese:

“Quando finalmente ci sistemammo un pò, il lavoro non ci consentiva troppe libertà… come se ne esistesse uno così. I nostri contratti prevedevano la possibilità di essere richiamati dalle ferie in caso di necessità quindi si finiva sempre per passare le ferie in qualche posto vicino casa.

Che assurdità a ripensarci. Però sembrava normale, quando ti lamentavi con qualcuno ti sentivi dire che dovevi essere contento… Cristo”, disse scuotendo la testa ed ascoltando per qualche istante il temporale, “devi essere contento di lavorare 12 ore al giorno e di veder crescere i tuoi figli dai nonni perché i genitori devono solo lavorare e devi anche esserlo di montare su un diavolo di aereo per andare dall’altra parte del mondo ad accontentare il capriccio di un cliente a cui non possono dire di no! Cazzo, a me hanno detto una marea di no!”

Si girò verso Einstein che lo ascoltava con il muso stretto fra le zampe in una posa che ricordava la sfinge stanca.

“Mi dissero di no anche quando rassegnai le dimissioni per venire qui. Dissero: «No, ci lasceresti nei guai!», e sai cosa gli risposi?” Chiese ad Einstein.

***

Il temporale si calmò solo a notte fonda quando sia Riccardo che Einstein dormivano sotto un cielo islandese tornato stellato.

Al loro risveglio un’aria frizzante e profumata di pioggia saliva tranquilla dalla vallata ed il verde brillante che tinteggiava i pendii come le pennellate di un artista era reso più vivace dal sole mattutino e dal forte contrasto con la nera terra vulcanica della regione.

Fecero colazione godendosi quel panorama poi con l’imbracatura bel salda al corpo del molosso e lo zaino che sovrastava Riccardo fin sopra la testa, ripresero a camminare in un silenzio interrotto soltanto dai loro passi e dall’abbaiare poco convinto di Einstein alle pecore che pascolavano libere nella natura.

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